Ma che ne sanno i Millennials (di intelligenza emotiva)?

Sono pigri e intraprendenti, vogliono tutto subito e affrontano il precariato con coraggio, vivono la vita con superficialità e si pongono domande profonde al quale non c’è risposta semplice. Sono i pregi e i difetti dei Millenials, di coloro cioè che sono nati tra i primi anni Ottanta e la fine dei Novanta del secolo scorso. In questo articolo proveremo a comprendere che tipo di relazione ci sia tra le peculiarità dell’intelligenza emotiva e i valori di riferimento dei Millenials.

La vita come un film e la fatica dell’autorealizzazione

La società dello spettacolo ha influito in modo incisivo sugli adolescenti che hanno passato molte ore guardando programmi televisivi o navigando in Internet. Assorbendo la cultura pop del loro tempo fissando schermi grandi e piccoli, si sono formati una loro visione del successo, in cui una persona qualunque poteva improvvisamente arrivare ai vertici della società senza sforzi eccessivi e solo grazie alle sue doti “comuni”, divenendo un esempio per i suoi coetanei e lavorando nei vari ambiti dello show business, come recitare in un film, presentare un talk show o fare milioni di views su YouTube. Molti sono rimasti affascinati da questo stile di vita, grazie al quale si poteva ottenere il massimo risultato col minimo sforzo, ignorando che il detto “uno su mille ce la fa” non era soltanto un singolo da disco di platino ma una profezia che si avvera molto spesso.

All’estremo opposto la competizione nel mondo del lavoro è diventata selvaggia: le continue incertezze dell’economia mondiale e l’incremento di contratti precari hanno messo a dura prova i sogni e i desideri dei giovani neolaureati ansiosi di mettersi in gioco. Personalmente ricordo quando all’ultimo anno di superiori un docente di economia tenne una breve lezione sulla disoccupazione; dipingendoci uno scenario tutt’altro che roseo. Il consiglio spassionato che diede a quell’aula gremita di maturandi fu: “Se il lavoro non c’è, createlo voi”. A distanza di molti anni ho capito che alludeva ad alcuni cervelloni che abitavano nel sud della California, i quali, rintanati nei garage di casa e nei laboratori sotterranei delle università, si apprestavano a compiere la più radicale rivoluzione tecnologica. La passione e l’entusiasmo di quei sognatori non ancora laureati si sparse a macchia d’olio, e in molti si lanciarono nel dare vita a piccole realtà che seguissero la scia di quella filosofia imprenditoriale. Negli ultimi vent’anni infatti il fenomeno delle start up è letteralmente esploso, e i tanti lavori che nascono ogni giorno sono probabilmente frutto dello spirito di coloro che hanno voglia di lasciare la propria traccia nel mondo.

Imitazione e introspezione

Tutte le generazioni hanno imparato le emozioni e i sentimenti attraverso l’esperienza diretta; ciò che però è accaduto a quella dei Millennials ha un particolare in più. Ancora una volta, l’esposizione ai Media ha creato l’illusione che il palco su cui gli altri mostrano se stessi e le attività che fanno coincidesse con la vita stessa di questi. Scorrendo i profili social di persone sempre sorridenti e costantemente in vacanza si è stati spesso ingannati dalla convinzione che le loro esistenze non avessero ombre, e che la via per la felicità fosse l’imitazione di questi comportamenti. Eppure tutti quanti vanno al mare d’estate, si allenano in palestra e comprano il biglietto della band del cuore, ma l’esperienza personale ci rimanda sempre un retrogusto amaro che non compare nella vita social degli altri. Forse anche loro hanno un backstage di insicurezze e paure che non vogliono rivelare pubblicamente.

Nel frattempo, molti sentendosi sempre meno rappresentati dai modelli sociali che gli venivano proposti hanno intrapreso diversi percorsi in cerca di se stessi e dalla propria autenticità, sperimentando la meditazione, la mindfulness, e soprattutto tanta psicoterapia. Questa crescente richiesta di aiuto aveva inizialmente allarmato psicologi e psichiatri, e a metà anni Novanta venne pubblicato un libro dal titolo “L’epoca delle passioni tristi”, in cui gli autori Miguel Benasayag e Gerard Schmit esprimevano la loro preoccupazione per il fatto di avere in cura un numero sempre maggiore di adolescenti, cosa fino allora molto rara. Ad oggi si può dire che la scelta di quei ragazzi era stata molto coraggiosa, poiché, che fossero attratti o disinteressati dal contesto esterno, avevano compreso che prima di tutto fosse importante capire chi erano veramente. Lo psicanalista Luigi Zoja ha colto a questo proposito una differenza netta rispetto alla generazione del Sessantotto: mentre questi volevano costruire un mondo esterno fatto su misura per gli ideali e le utopie dell’epoca, le persone nate nell’ultimo ventennio del secolo scorso si sono gradualmente interrogate su se stesse, nel tentativo di indagare e comprende il loro personalissimo mondo interiore.

L’empatia

L’empatia è un pilastro dell’intelligenza emotiva: capire e comprendere le emozioni che ci attraversano ci rende maggiormente sensibili e percettivi verso le sensazioni provate dalla gente intorno a noi. I Millennials sono nati e cresciuti in un ambiente multiculturale, dove la propria classe o il team di lavoro erano composti da uomini e donne di varie provenienze geografiche, ciascuno con le proprie tradizioni, religioni, storie. Familiarizzando sin da piccolissimi con la variegata diversità di usi e costumi, sono diventati molto più propensi alla comprensione che non al giudizio. Il confronto quotidiano è infatti l’antidoto migliore all’intolleranza e alla mancanza di empatia, dal momento che le ambizioni e i sogni di ognuno di noi non sono poi tanto diversi. La tolleranza etnica va di pari passo con quella sentimentale, e la maggior parte di questi giovani condivide l’idea che la bandiera dell’amore sia arcobaleno e non abbia un unico colore. Da questi presupposti di rispetto e accoglienza s’intravede una possibilità concreta di grande apertura anche nei confronti di quelle che sono le fragilità interne degli esseri umani.

Millennials e mondo del lavoro

Tra meno di 10 anni i Millennials costituiranno circa il 75% della forza lavoro mondiale. La sfida per le aziende è quindi quella di evolvere non solo per sviluppare le competenze dell’Intelligenza Emotiva al proprio interno, ma anche per far spazio a questa generazione di lavoratori.

Dal canto loro anche  i Millennials dovranno adattarsi alla realtà aziendale e sviluppare non solo adattabilità, problem solving o la capacità di lavorare in team, ma anche abitudini che hanno a che fare con l’apprendimento e la messa in pratica di competenze quali la gestione dello stress, la riduzione dell’ansia, autostima e fiducia in se stessi, come spiega la nostra Career Coach Ilenia La Leggia in un suo articolo dedicato proprio alle competenze che non possono mancare ai Millennials.

Per evolvere le aziende dovranno sviluppare queste competenze:

  1. Comunicare in modo social – perché questo è il canale per aprire un dialogo con i Millennials
  2. Attivare programmi di Mentorship – per favorire la collaborazione e una migliore integrazione delle nuove generazioni promuovendone la crescita professionale
  3. Innovare il modello formativo – per riuscire ad andare “alla velocità” dei Millennials, che aspirano a crescere velocemente
  4. Rendere il lavoro flessibile e in mobilità una regola
  5. Promuovere la trasformazione digitale – non solo introducendo innovazioni tecnologiche, ma anche cambiando punto di vista

Un investimento importante ma necessario, volto a sviluppare al meglio l’Intelligenza Emotiva della forza lavoro e integrare sempre di più la visione delle nuove generazioni all’interno del mondo aziendale.

Se sei interessato a questo tema, se sei un Millennials, un Manager o un imprenditore, a ottobre partirà il nostro Corso serale in Intelligenza Emotiva, pensato per sviluppare tutte le competenze necessarie a raccogliere le sfide personali e professionali che ci riserva il futuro.

Marco Devastato

Autore: Marco Devastato

Classe 1992, aspirante diplomatico e cinefilo compulsivo, ho abbandonato la prima strada per intraprendere la seconda. Ho lavorato all'ufficio film del Milano Film Festival, ho vissuto l'esperienza di proiettare film per i cinema nella transizione da pellicola a digitale. Facendo Devastato di cognome, ho imparato presto una delle regole di sopravvivenza capitali: l'autoironia. Quantomeno mi ha fatto capire subito che siamo fatti di molte sfaccettature. Viaggio per legittima difesa, quando ciò non è possibile leggo, è il modo migliore per essere con la testa nella Terra del Fuoco quando fisicamente ti trovi sul balcone di casa tua che affaccia sull'autostrada.

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