C’è ancora chi pensa al lavoro ideale, il famoso lavoro dei sogni, chiedendosi se esiste oppure no.
Di solito se ne discute in modo polarizzato: da un lato chi vuol fare del lavoro la propria passione, dall’altro c’è chi tiene ben separati passioni e lavoro.
Naturalmente non c’è una soluzione giusta a priori, c’è la soluzione giusta per ogni persona.
Qualunque sia la posizione che ognuno di noi ha in merito e qualunque sia il ruolo che il lavoro assume nel nostro sistema valoriale, dovremmo evitare di svolgere un lavoro che detestiamo.
Altrimenti finiremo per vivere la giornata lavorativa con sofferenza e sopportazione, aspettando che passi più in fretta possibile, confortati solo dal pensiero che, grazie a quel lavoro, potremo permetterci delle fughe dalla nostra realtà — viaggi, corsi, oggetti costosi ed altre evasioni.
In un’epoca in cui il burnout è riconosciuto come sindrome dall’OMS, in cui sempre più persone sperimentano il fenomeno del “quiet quitting” e in cui il dibattito sulla settimana lavorativa corta si fa sempre più acceso, interrogarsi sul rapporto con il lavoro non è mai stato così urgente.
Ho deciso di condividere con te 5 risorse molto diverse tra loro che possano stimolare una riflessione profonda sul valore che dai al lavoro nella tua vita. Dalla critica sociale al cinema italiano, dalla filosofia alle serie TV distopiche, queste risorse offrono prospettive complementari su uno dei temi più centrali della nostra esistenza.
1. Un film — Impiegati, di Pupi Avati
Impiegati è un film del 1985, ancora molto attuale, nonostante l’età. Luigi è un ragazzo di provincia, fresco di laurea, che va a lavorare in una banca di Bologna. Qui incontrerà una serie di personaggi, con cui si relazionerà a vari livelli, e farà le sue esperienze. Al di là della storia in sé, che avrà un epilogo tragico, Impiegati è un film che racconta un disagio.
Celebra la cultura italiana del posto fisso, ancora dura a morire, ed esalta come valori il prestigio e lo status, anche se il prezzo da pagare per averli è sentirsi vuoti dentro.
Tra i personaggi, tutti a loro modo degli stereotipi, ci sono vari ruoli: c’è chi si annoia, chi usa i clienti per nutrire la propria insicurezza, chi esce sempre a bere il caffè, chi tratta tutti male, chi rimbalza tutte le risposte, e l’immancabile manager rampante anni ’80 che fa, da solo, il lavoro di tutti.
Ogni giornata in banca finisce con l’aperitivo di gruppo, ma è solo una facciata. Una volta tornati a casa, bisogna fare i conti con lo sconforto, come a chiedersi: perché stiamo facendo tutto questo, che senso ha?
Il film di Avati è particolarmente potente perché non offre risposte facili. Non c’è il lieto fine hollywoodiano, non c’è la ribellione eroica. C’è solo la rappresentazione onesta di come molte vite vengano consumate in lavori che non danno senso, sostenute solo dall’inerzia sociale e dalla paura di deludere le aspettative altrui.
Impiegati, Pupi Avati (1985). Disponibile su Mediaset Infinity
2. Un libro — L’importanza di essere amati di Alain de Botton
Per diversi anni, durante il Master in Coaching di AdF, ho tenuto una lezione dal titolo “Noi e il lavoro”. Partivo sempre da questo libro di Alain de Botton, che racconta la nostra evoluzione nell’attaccamento innaturale al lavoro. Il titolo in italiano è fuorviante, mentre il titolo inglese — Status Anxiety — è molto più accurato. L’ansia a cui si riferisce de Botton è quella derivante dall’ossessione per lo status e la posizione sociale.
È l’ansia causata dalla paura di non raggiungere l’idea di successo e di affermazione imposta dalla società.
L’autore analizza le cause di questo fenomeno e, come nel suo stile, ipotizza soluzioni prendendo in prestito le idee di grandi pensatori e filosofi, di artisti e politici. De Botton esplora come, nelle società moderne, il nostro valore come persone sia diventato indistinguibile dalla nostra posizione lavorativa e dal nostro successo professionale.
L’amore a cui si riferisce il titolo italiano non è che la considerazione che abbiamo di noi. Benché il testo non parli di lavoro, in senso stretto, aiuta a spiegare da dove nasce il nostro bisogno di apparire. Siamo disposti a svolgere un lavoro che odiamo pur di ottenere l’approvazione esterna.
De Botton traccia la storia di come siamo arrivati a questo punto: dall’aristocrazia basata sulla nascita al merito come nuovo criterio di valore, dall’ascesa del capitalismo alla cultura della celebrità. Ogni capitolo esplora una causa diversa dell’ansia da status e propone un antidoto filosofico o artistico.
In tal senso, credo che questo libro contenga molti spunti di riflessione fondamentali per chiunque voglia comprendere perché il lavoro è diventato così centrale nella definizione della nostra identità.
L’importanza di essere amati, di Alain de Botton (2004), Guanda
3. Un libro — Bullshit Jobs di David Graeber
Se c’è un testo che negli ultimi anni ha scosso il dibattito sul senso del lavoro contemporaneo, è sicuramente “Bullshit Jobs” dell’antropologo anarchico David Graeber, scomparso prematuramente nel 2020.
La tesi di Graeber è tanto provocatoria quanto difficile da confutare: una percentuale significativa dei lavori nelle economie avanzate è completamente inutile. Non si tratta di lavori mal pagati o poco rispettati, ma spesso di posizioni ben remunerate nel settore finanziario, legale, amministrativo e manageriale che non producono alcun valore reale per la società.
Graeber identifica cinque categorie di “bullshit jobs”:
- Scagnozzi (flunkies): persone il cui ruolo principale è far sembrare importante qualcun altro
- Sgherri (goons): persone che svolgono lavori aggressivi che non dovrebbero esistere (lobby aggressive, telemarketing predatorio)
- Rattoppatori (duct tapers): chi ripara problemi che non dovrebbero esistere
- Spuntatori di caselle (box tickers): chi esiste solo per permettere a un’organizzazione di dichiarare che sta facendo qualcosa che in realtà non sta facendo
- Taskmasters: supervisori inutili di persone che non hanno bisogno di supervisione
La parte più inquietante del libro è l’analisi psicologica: lavorare in un bullshit job è profondamente demoralizzante. È peggio che fare un lavoro duro ma significativo. Sapere che le tue giornate sono sprecate in attività inutili, pur essendo pagato bene, crea una violenza spirituale profonda.
Graeber si chiede anche perché, nonostante l’automazione e l’aumento della produttività, non lavoriamo meno ore. La risposta che propone è inquietante: il lavoro è diventato un fine in sé, un meccanismo di controllo sociale. Una popolazione occupata è una popolazione che non ha tempo per pensare, organizzarsi, ribellarsi.
Il libro è essenziale per chiunque sospetti che il proprio lavoro non abbia senso ma si senta in colpa per questo pensiero. Graeber ti dà il permesso di fidarti della tua intuizione: se pensi che il tuo lavoro sia inutile, probabilmente lo è.
Bullshit Jobs: A Theory, di David Graeber (2018), tradotto in italiano come “Bullshit Jobs”, Garzanti
4. Un saggio — Elogio dell’ozio di Bertrand Russell
Pubblicato nel 1932, in piena Grande Depressione, “Elogio dell’ozio” di Bertrand Russell rimane uno dei testi più radicali e lucidi mai scritti sul rapporto tra lavoro e vita.
La tesi di Russell è semplice ma rivoluzionaria: lavorare troppo è un male sia per l’individuo che per la società. In un’epoca in cui la tecnologia aveva già moltiplicato la produttività, Russell osservava che invece di lavorare meno, le persone lavoravano le stesse ore o anche di più, mentre altre rimanevano disoccupate.
La sua proposta? Una giornata lavorativa di quattro ore sarebbe sufficiente per produrre tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Il resto del tempo dovrebbe essere dedicato a ciò che rende la vita degna di essere vissuta: arte, scienza, relazioni, contemplazione, gioco.
Russell smonta sistematicamente l’etica protestante del lavoro, mostrando come sia un’invenzione relativamente recente usata dalle classi dominanti per mantenere le masse docili e produttive. Nella storia umana, i periodi di maggior fioritura culturale e intellettuale sono stati quelli in cui una classe (spesso privilegiata, ammette Russell) aveva tempo libero abbondante.
Ma Russell va oltre: propone che questo tempo libero diventi diritto universale, non privilegio di pochi. Immagina una società in cui tutti lavorano poco ma abbastanza, dove la disoccupazione non esiste perché il lavoro è equamente distribuito, dove le persone hanno tempo per coltivare interessi, passioni, relazioni.
La parte più profetica del saggio riguarda ciò che Russell identifica come il vero problema del suo tempo (e ancora più del nostro): “La convinzione che il duro lavoro sia di per sé virtuoso ha causato enormi danni nel mondo moderno, e l’ansia di lavorare si può associare facilmente alla follia”.
Novant’anni dopo, con il burnout epidemico e la tecnologia che ha moltiplicato ancora la produttività, le parole di Russell suonano ancora più urgenti. Perché continuiamo a lavorare così tanto quando produciamo così tanto di più?
In Praise of Idleness, di Bertrand Russell (1932), disponibile in italiano in varie raccolte di saggi
5. Una serie TV — Scissione (Severance)
Severance, Scissione in italiano, è una serie TV che si basa su un concetto semplice ma terrificante: immaginare cosa succederebbe se potessimo scindere completamente la vita privata da quella professionale.
I dipendenti della misteriosa Lumon Industries si sottopongono a una procedura chirurgica chiamata “severance” che separa la loro coscienza in due: l’io “esterno” che vive la vita normale e non ricorda nulla del lavoro, e l’io “interno” che esiste solo durante l’orario lavorativo e non ha memoria della vita fuori dall’ufficio.
Sulla carta, sembra la soluzione perfetta al work-life balance: nessuno stress da lavoro che contamina la vita privata, nessuna distrazione personale che riduce la produttività. Ma la serie, creata da Dan Erickson e diretta da Ben Stiller, rivela rapidamente l’orrore di questa situazione.
Gli “innie” (gli io interni) vivono in un’esistenza purgatoriale: non sanno chi sono, non hanno ricordi, non hanno futuro al di fuori delle otto ore lavorative. Sono prigionieri in un presente eterno, senza contesto o significato. Il loro lavoro – catalogare numeri su computer in un ufficio asettico e labirintico – è volutamente privo di senso apparente, amplificando l’alienazione.
La serie è una metafora potente di come il lavoro moderno ci richieda già una sorta di scissione: dobbiamo “lasciare a casa” emozioni, bisogni, identità personale, e trasformarci in funzioni professionali. La “severance” chirurgica è solo la versione estrema e letterale di ciò che il capitalismo ci chiede già di fare.
La scenografia – corridoi bianchi infiniti, cubicoli identici, luci fluorescenti, l’assenza di finestre – amplifica il senso claustrofobico. È un ufficio progettato per negare l’esistenza di un mondo esterno. Il contrasto con le fugaci immagini della vita fuori – colori, natura, caos vitale – è straziante.
Ma la serie esplora anche domande filosofiche profonde: se i due “io” non condividono ricordi, sono la stessa persona? L’io esterno è moralmente responsabile per ciò che l’io interno viene costretto a fare? Chi è più “reale”? E soprattutto: cosa rimane di noi quando tutto ciò che sappiamo di noi stessi è il nostro lavoro?
Man mano che gli “innie” cominciano a ribellarsi e a cercare risposte, la serie diventa un thriller psicologico ma anche una riflessione inquietante su quanto già oggi permettiamo al lavoro di definirci e consumarci.
Severance è essenziale perché porta alle estreme conseguenze logiche tendenze già presenti: l’ossessione per la produttività, la gamification del lavoro, la sorveglianza dei dipendenti, la richiesta di “portare tutto te stesso al lavoro” (ma solo le parti che servono all’azienda). È distopico, ma di una distopia che sembra appena un passo avanti rispetto alla realtà.
Severance, creata da Dan Erickson (2022-in corso), disponibile su Apple TV+
Riflessioni conclusive: il coraggio di interrogarsi
Queste cinque risorse – un film italiano degli anni ’80, due saggi filosofici, un testo di antropologia critica e una serie TV distopica – convergono tutte sullo stesso punto: il rapporto che abbiamo con il lavoro nelle società contemporanee non è naturale, non è inevitabile, e spesso non è sano.
Che si tratti dell’ansia da status di de Botton, dei bullshit jobs di Graeber, dell’elogio dell’ozio di Russell, del disagio silenzioso degli impiegati di Avati, o dell’orrore letterale della scissione in Severance, il messaggio è chiaro: abbiamo permesso al lavoro di colonizzare troppo della nostra vita, della nostra identità, del nostro senso di valore.
La domanda non è se dovremmo lavorare o no – ovviamente la società richiede lavoro per funzionare. La domanda è: quanto lavoro? Per quale scopo? A quale costo psicologico? E soprattutto: chi siamo quando non lavoriamo?
Se non riusciamo a rispondere all’ultima domanda, se la nostra identità collassa quando togliamo il ruolo professionale, allora forse abbiamo un problema. Forse abbiamo già subito una “severance” psicologica, dove la parte di noi che è “lavoratore” ha fagocitato tutte le altre parti.
Queste risorse non offrono soluzioni preconfezionate. Offrono qualcosa di più prezioso: il permesso di fare domande scomode, di dubitare delle narrative dominanti, di immaginare alternative.
Perché il primo passo verso un rapporto più sano con il lavoro non è trovare il “lavoro dei sogni”, ma interrogarsi onestamente: quanto spazio voglio davvero che il lavoro occupi nella mia vita? E sono disposto a pagare il prezzo sociale – in termini di status, approvazione, “successo” – per rivendicare quello spazio?
Non ci sono risposte giuste. Ma ci sono domande necessarie. E queste cinque risorse sono un ottimo punto di partenza per iniziare a porsele.


