Una strada lunga 100 sessioni. Le sette lezioni del tirocinio

Oggi ospitiamo sul nostro blog Angela Salvatore, che ha frequentato il Master in Coaching di Accademia della Felicità nel 2017. Angela ha concluso le sue 100 ore di tirocinio per diventare coach abilitata e in questo post ci parla della sua esperienza e delle 7 lezioni che ha tratto da essa. 

Questo articolo è una riflessione sul percorso di tirocinio che ho affrontato dopo il Master in coaching di Accademia della Felicità per abilitarmi alla professione. Dopo tante giornate in aula, dopo lo studio e gli approfondimenti, dopo le simulazioni con i compagni arriva il momento della sperimentazione sul campo. Il tirocinio per il neonato coach è il tempo del laboratorio, è un luogo protetto nel quale ci si misura con la realtà. Si cammina sul filo a venti metri dal suolo e poco importa se c’è la rete di sicurezza qualche metro sotto la corda: per la prima volta si incontrano persone motivate al cambiamento, con problemi e desideri reali.

A maggio dello scorso anno ho iniziato il mio percorso di tirocinio. Di fronte a me avevo l’opportunità di fare esperienza e di sperimentare sul campo quello che avevo studiato. Era un’entusiasmante esperienza ma anche un faticoso limbo da attraversare per essere un coach. Un periodo insidioso di prova che, per una perfezionista quale sono, rappresentava anche un intervallo in cui non sarei stata né carne né pesce. Mi sono preparata, ho studiato, ho selezionato gli esercizi più efficaci e, forte della mia formazione da project manager, sono passata alla fase di pianificazione. Ho fissato l’obiettivo ambizioso di completare le cento ore richieste per l’abilitazione entro fine anno. Ho battezzato un foglio di calcolo con il nome TIROCINIO e ho strutturato un calendario che prevedeva cinque sessioni ogni settimana: considerando periodi di ferie, fisiologici ritardi e possibili incidenti di percorso sarei arrivata a Natale con il mio obiettivo in tasca.Questa è stata la mia partenza, organizzata e marziale, mentre risuonava nelle mie orecchie il ritmo incalzante de “La cavalcata delle valchirie”.

La prima lezione: il tirocinio non è una marcia!

Non poteva funzionare! Alla terza settimana di tirocinio ho dovuto fare i conti con l’evidenza: lavorare a tempo pieno e con orari abbondanti non mi avrebbe consentito di mantenere quel ritmo e la serenità necessaria. Come avrei potuto essere utile ai coachee se io per prima ero nel panico? Ad aiutarmi è stato il ricordo di una frase pronunciata oltre venti anni fa dal mio prima regista di teatro: “un attore deve vivere perché la scena si riempia di realtà”. Se questo era vero per me sedicenne alle prime esperienze sulle tavole del palcoscenico, era ancora più importante ora nella mia attività da coach. Mi sono fermata, ho provato a osservare da una prospettiva diversa e ho riflettuto profondamente. È stato importante dimenticare l’orientamento al risultato per riscoprire il gusto per l’approfondimento. Ho diluito il calendario incalzante che avevo fissato, mi sono presa tempo per leggere, per andare al cinema, per studiare, per vedere gente e per vivere. Mi sono concessa il lusso di studiare e riesaminare le lezioni del master. Ora, al compimento della centesima sessione, posso dire che sono passati dieci mesi, che il tempo destinato al tirocinio è quasi raddoppiato rispetto al piano originario, ma anche che il valore che ha avuto questa esperienza supera di molto le mie aspettative. Non è stata una passeggiata. Alcune volte è stato difficile, altre complicato, certo è stato sempre intenso e denso di spunti interessanti.

La seconda lezione: sei un coach non una baby-sitter!

Ho dovuto fidarmi dell’intuito, acquisire autorevolezza ai miei stessi occhi, e ho scoperto che proprio questo si attendevano da me i coachee: dovevo essere una guida! Nel primo periodo del tirocinio, avevo la sensazione di inseguire i coachee. Tra un incontro e l’altro scrivevo mail di memo, in cui ricordavo gli incontri fissati e riassumevo gli esercizi per la volta successiva. Nonostante questo, capitava spesso che gli appuntamenti venissero rimandati anche all’ultimo momento e che i compiti assegnati fossero dimenticati. Un ciclo in particolare era a rischio di insuccesso tante erano le volte in cui le sessioni venivano rimandate. All’ennesima cancellazione all’ultimo minuto, ho chiamato il coachee. Con mio stesso stupore ho spiegato con calma che il coaching così frammentato non sarebbe servito a nessuno, non al coachee per avviare un processo di cambiamento e non a me per fare esperienza. Quella telefonata è stata l’inizio di un idillio, di un virtuoso processo di trasformazione che avrebbe portato risultati significativi. Avevo finalmente capito che i coachee volevano un coach, non una baby-sitter!

La terza lezione: non sono un consulente!

Il lavoro ha iniziato a “girare” ed eccomi subito a misurarmi con l’ansia da prestazione che è la mia più grande forza e la mia più grande debolezza. Sono seguite settimane intense, in cui mi sono impegnata in ogni modo a trovare la soluzione per ogni problematica. Stavo scivolando nella consulenza. In questa fase è stato importante capire a fondo che non erano i contatti, le informazioni e le opportunità che condividevo a dare valore al percorso quanto piuttosto le domande che ponevo, lo stare al loro fianco rispettosa dei loro tempi, questa era la spinta gentile per aiutarli a essere pronti ad accogliere le novità della loro vita. Ho compreso che era questo sperimentare in prima persona che soddisfaceva e metteva in moto il cambiamento. I coachee erano in grado di essere loro stessi, in prima persona, a individuare occasioni e soluzioni. Stavo scoprendo l’acqua calda? Nel corso di ogni lezione del master questi punti erano stati sottolineati ed evidenziati e conoscevo benissimo la teoria. Il coaching non è un processo astratto, il coaching si deve “incarnare” e prendere la forma magica di questo rapporto co-creato. Solo sul campo ho trovato la chiave per capire come potevo essere e come potevo agire nel mio ruolo. Insomma: è stata una bella palestra nella quale i coachee allenavano le abilità necessarie al loro cambiamento e il coach si impegnava a tradurre le preziose competenze acquisite durante il master nella pratica.

La quarta lezione: non sono Wonder Woman ma posso contare su poteri molto speciali!

I percorsi sono stati fruttuosi, non ero wonder-woman, e non aspiravo a esserlo, ma prendevo man mano coscienza di avere comunque poteri molto speciali. In questo progredire spedito ho avuto alleati importanti, la preside Francesca Zampone, alla quale mi sono rivolta ogni volta che mi sono sentita in difficoltà, la mia coach Eloisa Ghilardotti, potentissima fonte di ispirazione e valido confronto, le mie compagne di master che vivevano percorsi di tirocinio paralleli al mio. Un coach deve aprirsi al mondo, conoscere e sperimentare quanto più è possibile. Gli strumenti che trovo nella mia valigia da coach sono la mia storia, le esperienze, le capacità, quelle acquisite e quelle in divenire, tutti questi strumenti sono a disposizione dei coachee.

La quinta lezione: la mia missione si chiama cazzimma!

Una delle funzioni del tirocinio è individuare il proprio stile di coaching. Sin dall’inizio, avevo le idee chiare: il mio maggior contributo poteva senza dubbio essere come project coach (o meglio coach the project) che nella mia personale interpretazione significa “il coach che ti accompagna al raggiungimento dell’obiettivo nel tuo personale progetto”. Questa vision funzionava e si è tradotta presto nella pratica in risultati tangibili. I percorsi di tirocinio si sono tradotti nella quotidianità dei coachee in cicli di lezioni di storia dell’arte, in interventi pubblici, in gratifiche per il miglioramento dell’organizzazione in ufficio, in selezioni per cambiare lavoro o nell’ampliamento della propria rete commerciale. Ogni ciclo ha raccolto un risultato. Spetta ai coachee confermare se il percorso ha dato frutti efficaci e spendibili. Di sicuro ognuno di loro ha lasciato un dono alla mia consapevolezza di professionista e di persona. Il rapporto di coaching impone riservatezza, ma desidero condividere uno di questi regali (condivisione autorizzata dal coachee). Nel corso di una sessione, ho ascoltato una frase che suonava più o meno così: “il coaching mette la cazzimma addosso”. Dopo tanto lavoro sulle powerful question, ecco una powerful sentence! Il momento della verità: quello ero e quello desideravo essere! Volevo essere un attivatore di cazzimma! Questo era esattamente quello che vivevo come coach!

La sesta lezione: i coachee ti assomigliano!

Prendo in prestito le parole di Pearson per descrivere un’altra importante consapevolezza arrivata con il tirocinio: “[…] tendiamo ad attrarre persone simili a noi e di regola riusciamo meglio quando aiutiamo persone che si trovano allo stadio che stiamo proprio allora superando, qualunque esso sia. Notare chi esattamente si attira e quali problemi questa persona abbia è un buon modo per individuare lo stadio che si si sta preparando a superare. Inevitabilmente si insegna ciò che si sta cercando di imparare”. I miei coachee mi assomigliano, guardano il mondo da una prospettiva simile alla mia, hanno interessi simili ai miei, qualche volta soffrono delle stesse malattie, mostrano gli stessi difetti con lo stesso proposito di trasformarli in pregi. Il risultato è che ogni incontro è stato un prodigio di sincronicità che ha aperto la strada all’empatia. I percorsi si concludono e per ogni percorso c’è stata occasione di fare il punto a qualche mese di distanza, un tagliando per così dire. A percorso concluso i coachee scrivono, aggiornandomi sui progressi e sui nuovi progetti in cantiere, qualche volta chiedono suggerimenti, più spesso raccontano che hanno parlato a qualcuno di te e del lavoro fatto insieme.

La settima lezione: il coach deve arrivare al momento giusto!

Vorrei chiudere il mio racconto sul tirocinio dedicando un pensiero ai percorsi interrotti o conclusi prima del tempo previsto. È capitato che il coachee abbia capito durante il ciclo che non era il momento giusto, che il suo obiettivo iniziale era reso obsolescente dalle urgenze della vita. Il ciclo non può essere condotto se il coachee non è motivato e partecipe, e il ciclo di coaching non è un atollo isolato, lontano dalla quotidianità. Il ciclo di coaching scorre insieme alla vita, alle disgrazie, alle coincidenze fortunate, ai colpi di fulmine. Non esistono ricette universali ma gli ingredienti sono motivazione (in quantità), entusiasmo (q.b.) e un pizzico di coaching giusto al momento giusto.

100 sessioni dopo, la gratitudine

E ora? Ora che ho terminato, cosa succederà? Sono pronta? Non so rispondere a queste domande, posso garantire che sono (e spero di continuare sempre ad essere) una coach in divenire, sempre pronta a raccogliere nuove sfide, a incuriosirmi, a studiare. Non ho sicurezze ma sono pronta ad agire con coraggio per immergermi con serietà, professionalità, rispetto e spirito creativo in nuove avventure. Mi sono resa conto che la “dichiarazione di gratitudine” è l’esercizio che ho assegnato in molte sue varianti a quasi tutti i coachee, e vorrei chiudere questa mia riflessione con grazie. Grazie ai coachee, grazie agli strumenti che mi ha offerto il master, grazie al contesto che mi ha consentito di portare a termine questo viaggio, grazie alle opportunità che arriveranno per i nuovi cicli. La gratitudine crea magia, è il riflesso di un segreto molto speciale, è lo strumento principe da mettere in campo per realizzare obiettivi molto concreti.

A ottobre 2018 partirà un nuovo Master in Coaching, in una versione arricchita e ampliata. Inoltre, a settembre 2018 partirà anche il Master in Business Coaching, con lezioni infrasettimanali. Tutte le informazioni sono disponibili sulle pagine dedicate. Entrambi i Master sono attualmente acquistabili a un prezzo vantaggioso, da non lasciarsi sfuggire!

Autore: Redazione

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  • Molto interessante. Mi riconosco in parecchie attitudini naturali e apprese di questa coach. Chissà che non sia anche la mia strada!
    A presto
    Rebecca