Nostalgia canaglia

A vent’anni vivevo a Napoli, in un appartamento in condivisione con altri studenti come me. Ero una giovane donna scontrosa e schiva, vestivo solo di nero, avevo una passione per la poesia, soprattutto per i poeti crepuscolari, e passavo le giornate a struggermi nei miei tormenti interiori. Come tutti i miei conterranei, neanch’io ero immune alla pucundria (o appucundria), un sentimento complesso, che rientra nella sfera di competenza della nostalgia, ma contiene in sé anche una certa disillusione; è un’emozione – per usare le parole dell’enciclopedia Treccani – “nutrita di fatalistica accettazione delle sorti della vita, segnata da una noia esistenziale e venata di scettico ma malinconico distacco per qualcosa di indefinibile che non è, non è stato e non è potuto essere”. Spesso, però, quel malinconico distacco non mi apparteneva, non riuscivo a rassegnarmi al fatto che non avrei più potuto rivivere certe situazioni, rivedere persone ormai andate; sentivo la fatalità della vita umana (Lord Byron sarebbe stato fiero di me!).

Quando, poco dopo, ho iniziato a studiare il portoghese, ho scoperto l’esistenza della saudade. Come scrisse Antonio Tabucchi, saudade “non è solo una parola, è una categoria dello spirito”. Ricordo in modo molto nitido il momento in cui ascoltai per la prima volta il fado. Benché non capissi tutte le parole, riuscivo a sentire quel misto di struggimento e dolcezza che la voce di quella cantante – la grandiosa Amália Rodrigues – era in grado di trasmettere. Rispetto alla pucundria, la saudade è un’emozione meno amareggiata: “c’è una vaga nostalgia ma c’è anche rassegnazione, e il piacere di ricordare una gioia che appartiene al passato” (Tiffany Watt Smith, Atlante delle emozioni umane). Nella saudade avevo trovato il mio conforto: potevo accettare ciò che era stato e che non sarebbe più tornato grazie alla “consolazione” di godere delle piacevoli sensazioni legate al ricordo.

Passata la fase di sturm und drang personale, ho preso le distanze dalla sfera emozionale della nostalgia. Certo, non potevo evitare di provarla in determinati frangenti, però la consideravo un’emozione inutile. Che me ne facevo della nostalgia? Il passato non lo potevo cambiare, ricordare ciò che era stato mi faceva più male che bene, preferivo andare avanti lasciandomi tutto alle spalle. Ciò che non volevo ammettere con me stessa era che un sentimento così contraddittorio come la nostalgia mi faceva sentire vulnerabile. Il termine nostalgia, nella sua etimologia, indica la tristezza (antos) per il ritorno (nostos). Inizialmente, infatti, era riferito in modo specifico ai soldati al fronte che ardevano dal desiderio di ritornare in patria. Di nostalgia ci si ammalava, con una serie di sintomi ben definiti. Poi il termine, con l’avvento di Freud e compagni, è stato svincolato dalla patologia fisica ed è stato associato all’emozione che conosciamo bene tutti.

Anche se non siamo soldati che anelano il ritorno a casa, la nostalgia è proprio questo che ci fa fare: andare avanti e indietro da e verso un “luogo”, reale o simbolico, che ha suscitato quell’emozione, senza possibilità di risanare lo strappo. Anzi, avendo la certezza che il ritorno a tale luogo non solo non costituirebbe un rimedio, ma potrebbe addirittura “guastare” il ricordo a esso legato, facendo insorgere un’altra emozione non proprio piacevole: la delusione. La nostalgia, infatti, è il catalizzatore di molte altre emozioni, come la tristezza, la malinconia, il rimpianto, il desiderio, il lutto.

Mi sono domandata se esista un modo di vivere la nostalgia per renderla un’esperienza utile, oltre che devastante. Restare attaccati al ricordo del passato è solo un palliativo, a maggior ragione per il fatto che i ricordi sono imperfetti: tendiamo a idealizzarli, a selezionarli, rendendoli pure illusioni evocative di ciò che è stato.

Possiamo, invece, scegliere di rendere il nostro nostos – il viaggio di ritorno – funzionale non al passato, che è statico e immutabile, ma al futuro. La nostalgia può essere un valido strumento di conoscenza di sé. In primo luogo, mi permette di affinare e percepire appieno i miei sensi: senza scomodare Proust e le sue madeleine, spesso il ricordo è suscitato proprio da una sensazione fisica. Essere consapevole di come funziono in tal senso, mi consente di utilizzare questa mia sensibilità anche in altre situazioni. Inoltre, essere consapevole di cosa mi manca, mi dà una serie di informazioni sui miei bisogni e sui miei desideri. Posso, in tal modo, tracciare una mappa più precisa di cosa mi muove e di dove voglio andare. Se la nostalgia mi spinge alla ricerca di ciò che è perduto, posso indirizzare tale spinta in avanti e utilizzarla come un trampolino di lancio verso il grande mare del futuro ancora tutto da scrivere.

Giovanna Martiniello

Autore: Giovanna Martiniello

Ho l'inquietudine tipica di chi è vissuto a lungo su un suolo vulcanico. Vesto sempre di nero, così i miei accessori colorati risaltano meglio. Sono appassionata di handmade perché credo nel lavoro etico e nel valore di ogni singola persona. Sono in una relazione complicata con Mortifera, il mio darkside, di cui parlo in un blog autobiografico e un po' strampalato. Nel 2017 ho frequentato il Master in Coaching di Accademia della Felicità e al momento sono alle prese col tirocinio per diventare coach professionista.

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