Un lavoro da adulti

Sapete come è fatto il calendario editoriale di un blog?

Con molto anticipo, il responsabile di tale calendario comunica agli autori le date in cui i loro post verranno pubblicati, e si definiscono i macroargomenti da trattare. Dato che io in Accademia della Felicità mi occupo soprattutto del tema del lavoro, questo è il mio input: parla di lavoro.

All’approssimarsi della data di uscita dell’articolo ho iniziato a pensare al tema da affrontare, ho steso una bozza, e più o meno una settimana prima il post era pronto.

Scusate se vi tedio con questo racconto, ma è importante. Perché quell’articolo, scritto una settimana fa, non è quello che state per leggere.

Subito dopo aver terminato la stesura dell’articolo, per uno di quei “casi-non-casuali” della vita, ho deciso di dare una scorsa agli ultimi post del blog. Ero rimasta un po’ indietro, presa da mille questioni lavorative e non. L’incipit dell’ultimo post di Francesca Zampone mi ha colpito come un pugno nello stomaco. “Credo di essere diventata un essere umano adulto solo dopo la morte di mia madre”.

A scanso di equivoci, mia madre è viva e vegeta. Non è quindi il tema del lutto ad avermi colpito, ma quelle tre parole… “Essere umano adulto”. Cos’è un essere umano adulto? E dobbiamo proprio aspettare di trovarci senza genitori, per sperare di poterlo diventare? Implicitamente: ma allora, io non sono ancora un’adulta?

Con la stessa formula lievemente dubitativa di Francesca (“Credo di essere diventata un essere umano adulto …”) mi rispondo di sì: cerco di assumermi la responsabilità di ogni mia azione, e di scelte anche difficili e non sempre popolari. Ma non è stato sempre facile. Soprattutto se parliamo delle scelte professionali, nelle quali per molto tempo mi sono lasciata condurre da un mix tossico di comodità e soddisfazione delle aspettative altrui.

In realtà Francesca, nel suo post, identifica già l’area lavorativa come una di quelle critiche in termini di responsabilità.

Le aspettative dei nostri familiari ci condizionano necessariamente, per il motivo più banale del mondo: sono loro a pagare per la nostra formazione. Se tua madre decide che farai ragioneria anziché il liceo classico “così poi puoi trovare subito lavoro”, o se tuo padre è disposto a finanziarti la laurea in ingegneria, ma non la scuola di cinema, è certo che questo ti condiziona!

Ci sono, ovviamente, persone con un talento preciso e definito che combattono contro famiglie ostili per perseguire i propri sogni, ma non siamo tutti Billy Elliot.

Questo spiega perché sono così frequenti i casi di persone che a trenta, quaranta o cinquant’anni si ritrovano con la sensazione di non aver sfruttato le proprie capacità o, peggio, di aver buttato via metà della loro vita lavorativa.

Si può sempre recuperare il tempo perduto? Se non lo credessi non avrei scelto di fare la coach, e soprattutto non mi occuperei di temi professionali. Quando qualcuno arriva da me raccontando una vita da impiegato import-export ma col sogno di fare il cantante di swing, e conclude la propria presentazione con la frase “sono un caso disperato”, anziché pensare anch’io che lo sia, ricordo la storia di una mia carissima amica, che chiameremo Sara. Ve la racconto brevemente.

Sara ha studiato al liceo scientifico, e si è laureata in scienze politiche, per compiacere una madre che sognava per lei la carriera diplomatica. Ha iniziato a lavorare, come si suol dire “con crescenti responsabilità”, nelle Risorse Umane.

Ora dirige l’ufficio stile di un’azienda che produce intimo e costumi da bagno, e quando parla del suo lavoro le si illuminano gli occhi.

Sara ha iniziato la sua nuova vita da studentessa di moda intorno ai trent’anni. Credo che se ne avesse avuti quaranta lo avrebbe fatto ugualmente.

Nel mezzo, anni di studi creativi pagati lavorando di sera nei call centre e soprattutto la rottura con la madre, che non ha mai accettato questo cambiamento.

Il prezzo è stato quello di cui parla Francesca nel suo post: “Non è solo perché per la prima volta in vita mia ho dovuto spesso prendere decisioni completamente da sola, rischiando solo su di me o affrontare dolori grandi senza volerne parlare realmente con nessuno, ma soprattutto perché in questa assenza ho riconosciuto la mia Responsabilità di essere una figlia”.

È vero che quando vengono a mancare i genitori ci si trova improvvisamente “in prima fila”, senza nessuno a farci da scudo. Ma almeno sul piano lavorativo possiamo già da prima iniziare a comportarci da protagonisti, accettando che chi ci ha guidato negli anni della formazione lo ha fatto animato dalle migliori intenzioni – almeno secondo i propri parametri – ma la responsabilità della nostra vita e delle nostre scelte è sempre e solo nostra.

Autore: Irene Facci

Nata dalle parti di Mantova quando a Mantova c'erano solo zucche e zanzare, ho da sempre una grande passione per la leggerezza e quindi per i gatti, massimi esperti della materia. Sono un'inguaribile ottimista e penso che autoironia e humour siano strumenti imprescindibili di resistenza umana. Cerco di trasmettere tutto questo ai miei figli che, come tutti i bambini, tendono a prendere le cose molto sul serio. Nel 2017 è uscito il mio primo romanzo, Alla rivoluzione in tram, sono diventata Life & Career Coach e ho iniziato a collaborare con Accademia della Felicità.

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