Happy and Powerful 2018!

La fine dell’anno è il momento in cui chiunque abbia una – pur vaga – infarinatura di coaching stabilisce gli obiettivi per l’anno successivo, oltre a rivedere i propri “life goals” per mantenerli coerenti ed appropriati alla realtà.

Questa operazione richiede necessariamente di ripercorrere quello che ci è capitato nel corso dell’anno che si sta concludendo, sia per spiegare le discrepanze rispetto a quello che avevamo ipotizzato, sia per impostare meglio gli obiettivi futuri.

Qualche volta ci lasciamo alle spalle un periodo in cui non è successo quasi nulla, o almeno nulla di proporzioni così epiche da giustificare il fatto che non siamo riusciti a completare quello che ci eravamo prefissi: non abbiamo cambiato lavoro, abitiamo sempre nella stessa casa con lo stesso marito e lo stesso numero di figli o cani o gatti, i genitori invecchiano ma tutto sommato stanno bene. Ah, anche noi stiamo bene. Naturalmente. Alla salute non si pensa mai, finché c’è.

Ecco, il mio 2017 non è stato un anno così.

È iniziato con un intenso scambio di mail tra la sottoscritta e il volonteroso editore che vagando per il web, immagino nel corso di una notte insonne, aveva scoperto il mio blog e deciso di farne un romanzo da pubblicare.

È continuato col rientro al lavoro dopo un lunghissimo congedo di maternità, con la consapevolezza che erano ormai cambiate troppe cose per poter pensare che quel lavoro sarebbe stato “per sempre”. In particolare, quando ho messo in fila nella mia mente tutte le persone che avevo seguito per completare il tirocinio del Master in Coaching mi sono resa conto che ero loro grata: mi avevano permesso di accompagnarle verso un miglioramento del loro benessere, e così facendo avevano aiutato anche me ad essere più felice.

Ci sono stati anche eventi dirompenti ed inaspettati.

Con una certa ironia, che sarà facilmente comprensibile a chi ha letto il mio romanzo, ho scoperto una vena da sindacalista che si è manifestata nell’aiutare alcune ragazze super-precarie a raggiungere un contratto di lavoro, se non ottimale almeno decoroso.

E poi c’è stato il momento in cui ho deciso di diventare socia dell’Accademia della Felicità, per provare a restituire agli altri un po’ del benessere che avevo ricevuto da Francesca Zampone e dalla sua creatura.

Insomma, sono arrivata quasi alla fine dell’anno entusiasta e felice, molto felice. C’erano tanti punti aperti, anche tanti punti di domanda a dire il vero, ma vedevo solo le “magnifiche sorti e progressive” che si spiegavano davanti a me, alla mia famiglia e per estensione all’umanità intera.

Sì, certo, avevo sempre mal di schiena, “è perché fai vita sedentaria, è perché porti in braccio la bambina, è il materasso da cambiare”, mi dicevano la mia personal trainer, gli amici, mio marito.

Sì, certo, avevo sempre un po’ di febbre, “è perché la bambina non ti fa dormire la notte, perché non ti riposi, perché non ti curi” mi diceva mia madre.

Sì, certo, avevo un fastidioso doloretto al fianco sinistro, “alla peggio saranno i diverticoli” mi disse infine il medico di base, prescrivendomi un’ecografia all’addome.

È trascorso poco più di un mese da quell’ecografia. Non ho più mal di schiena, non ho più la febbre e non ho più il doloretto al fianco sinistro. Tutti questi fastidi se ne sono andati, grazie ad un intervento chirurgico che mi ha portato via anche mezzo rene sinistro.

L’operazione mi ha lasciato, per ora, una bella cicatrice (“bellissima” secondo il chirurgo, giustamente fiero del suo lavoro) dal torace all’ombelico; l’attesa per un referto istologico che, complici le festività, tarda ad arrivare; l’idea che – nella migliore delle ipotesi – i prossimi cinque anni saranno un susseguirsi di ecografie, tomografie, scintigrafie e chi più ne ha più ne metta. Sempre col cuore in gola in attesa del risultato.

La cicatrice, mi dicono, tra un annetto non si vedrà quasi più. Per il resto, posso solo attendere e affrontare la cosa giorno per giorno.

Una settimana fa ho letto un post su Facebook, in cui una persona che di obiettivi e ostacoli e focus ne sa molto più di me – ossia la mia nuova socia Francesca Zampone – raccontava di essere riuscita finalmente a fare qualcosa che “da quando aveva quindici anni” aveva inserito nella sua wishlist.

La frase non mi avrebbe fatto riflettere più di tanto, in altre circostanze: io da quando avevo quindici anni dico di volere fare un viaggio di tre mesi in Sudamerica, quindi…

Io e Francesca abbiamo passato i quindici anni, e anche i venti, e i trenta – poi ci siamo fermate, ma questa è un’altra storia.

Abbiamo realizzato alcuni dei nostri obiettivi, altri, che forse non reputavamo così fondamentali, li abbiamo accantonati convinte che ci sarebbe sempre stato un 2018 in cui realizzarli. Nel 2018 io forse farò quel viaggio in Sudamerica, o forse no, deciderò di farlo nel 2019. E così via.

La malattia, questa malattia così grave e soprattutto così improvvisa, non mi ha portato come potreste pensare ad intristirmi sugli obiettivi che ancora non ho raggiunto, ma a complimentarmi con me stessa per quelli raggiunti.

Mi sono resa conto che, anche se confido di avere ancora davanti molti anni per fare viaggi in Sudamerica, organizzare cenette a lume di candela e acquistare case più grandi, guardandomi indietro sento una strana serenità data dalla realizzazione di alcuni “progetti” a cui tenevo molto, a cui ho sempre tenuto: scrivere un libro, avere dei figli, aiutare concretamente gli altri.

Non nego la paura per quello che mi riserverà il futuro, ma è come se questa prova fosse arrivata in un momento in cui mi sento pienamente in grado di affrontarla.

Ad un certo punto , infatti, mi sono posta una domanda che, in genere, nessuno si pone un po’ per paura delle risposte ed un po’ per scaramanzia: se oggi fosse il tuo ultimo giorno, cosa rimpiangeresti di non aver fatto?

Di tutte le powerful question che un coach potrà mai porvi, fidatevi che questa è la più powerful.

Togliendo la prima parte (“se oggi fosse il tuo ultimo giorno”), perde quasi completamente di significato: sì, certo, rimpiango di non aver fatto il mio viaggio in Sudamerica, ma se penso che nel frattempo mi sono sposata, ho comprato casa, ho avuto due figli eccetera… non è più proprio un rimpianto: è semplicemente qualcosa che ancora non ho fatto.

Ma lasciatelo, quel pezzetto di frase, e non fatevene spaventare: versatevi un bicchiere di vino e provate a rispondere.

I vostri obiettivi per il 2018 saranno i più sinceri, i più appropriati e i più forti che potreste mai aver pensato.

E non saranno rimandabili ad un 2019 che verrà.

Irene Facci

Autore: Irene Facci

Nata dalle parti di Mantova quando a Mantova c'erano solo zucche e zanzare, ho da sempre una grande passione per la leggerezza e quindi per i gatti, massimi esperti della materia. Sono un'inguaribile ottimista e penso che autoironia e humour siano strumenti imprescindibili di resistenza umana. Cerco di trasmettere tutto questo ai miei figli e a mio marito, il quale però essendo avvocato prende tutto molto sul serio. Nel 2017 è uscito il mio primo romanzo, Alla rivoluzione in tram, sono diventata Life Coach e ho iniziato a collaborare con Accademia della Felicità.

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