Master in coaching, secondo weekend

È di nuovo weekend di Master, sabato mattina, la sala di Accademia si riempie pian piano dei tanti partecipanti a questa edizione autunnale, dei già masterizzati (sì, perché chi ha già seguito il Master in coaching può assistere a tutte le edizioni successive!) e di altri coach venuti ad ascoltare la lezione per acquisire nuove competenze. Si comincia con un po’ di chiacchiericcio a raccontarsi come è andato il mese trascorso, quali passi in avanti sono stati fatti, come si sta.

Poi si parte sul serio, guardandosi tutti negli occhi questa volta, descrivendo i progressi e le fatiche, gli impegni presi con se stessi, rispettati e quali no, com’è stato e cosa c’è ancora da fare. Qualcuno ha fatto la vision board, uno strumento che serve per visualizzare e descrivere noi stessi, ciò che siamo e ciò in cui crediamo, la nostra percezione di noi stessi e anche un po’ la percezione che hanno gli altri di noi stessi. È uno strumento di coaching molto potente.

Raccontare il Master in coaching non è affatto semplice, nemmeno per chi – come me – l’ha già frequentato: pensavo che questo mi desse un vantaggio e invece mi sbagliavo. Sì perché se è vero che gli argomenti sono gli stessi, cambia il gruppo e cambiano, di conseguenza, le interazioni tra le persone e le conclusioni cui si arriva a seguito di queste interazioni.

Realizzo con stupore ogni volta di più che il Master lo fa (nel senso che lo tiene e lo coordina) senz’ombra di dubbio la Master coach Francesca Zampone, ma lo fanno anche, e tanto, i partecipanti, con le loro storie, le loro esperienze tutte diversissime, le loro differenti età e prospettive sulla vita.

In realtà forse si dovrebbe dire che il Master lo fanno le vite delle persone che vi partecipano, che arrivano, si siedono, ascoltano, domandano, raccontano, intervengono, partecipano alla discussione con uno scopo comune: crescere.

È un percorso di crescita molto diverso dalla scuola, o da un corso di formazione, è legato a ciò che siamo diventati e ciò che vorremmo essere in futuro, al modo in cui siamo stati educati e alla direzione che vorremmo dare alla nostra vita nel futuro. Un impegno con noi stessi molto importante, insomma, e anche molto duro, a volte.

Il tema del weekend era l’autostima: come si rafforza, come si costruisce, come si alimenta, cosa succede quando è scarsa e quando invece è troppa.

Ma la verità è che l’argomento “reale” è ciò che emerge dal confronto su quel tema, il portarsi a casa ogni volta qualcosa di nuovo da aggiungere al puzzle della propria vita per trovare un modo diverso di riempire il proprio paesaggio. Una diversa prospettiva, un parere, un pezzettino che ognuno dei partecipanti mette e che dà un mosaico talmente ricco di colori che pare quasi irreale.

Ma il Master è proprio questo, crescere, e soprattutto crescere assieme a tutti gli altri, ognuno lungo la propria strada.

La disposizione circolare dei partecipanti, tutti a guardarsi in faccia, ha molto aiutato la discussione su un tema forte, intenso, che ha appassionato molte: l’attenzione è sempre stata alta, palpabile; le orecchie tese per non perdere nemmeno una parola, perché riuscire a navigare nelle acque della vita quando il tempo è pessimo lo si può fare solo trovando dentro di noi la forza, facendo ricorso alla nostra “riserva” di autostima. Poi magari gli aiuti arrivano e sono anche quelli giusti per noi, ma la prima risorsa dobbiamo essere noi stessi.

Un bel libro, utile per affrontare i problemi legati all’autostima è La semplice abbondanza di Sarah Ban Breathnach, autrice dalla vita tumultuosa che compose questo libro dopo un suo grave incidente che la costrinse a letto per due anni. Il succo del suo pensiero è che è solamente godendo delle piccole cose della vita che riusciamo a goderci quelle grandi e i principi a cui si rifà sono sei: gratitudine, semplicità, ordine, armonia, bellezza e gioia. Per “attivare” e rendere reali questi sei principi nella nostra vita ci sono degli esercizi. Eccone uno che ognuno di noi può fare.

L’esercizio si chiama Il diario della gratitudine: si prende un bel quaderno (meglio, scrivere a mano fa bene, è parte dell’esercizio) e a fine giornata si segnano le cinque cose o i cinque momenti per i quali essere grat*, piccole cose che ci hanno regalato un sorriso, o dato sollievo durante la giornata. Tenendo a mente che la storia della nostra vita è fatta di cose piccole e semplici, anche se spesso tendiamo a pensare che siano solo i grandi momenti a definire, a fare, la nostra vita.

Sono invece i piccoli momenti quelli che vanno a costituire la nostra riserva, e segnarli ogni giorno ci aiuta a vederli, riconoscerli, fissarli.

Buon lavoro!

 

PS: La prossima edizione del Master in coaching partirà a febbraio, e ci sono ancora i prezzi scontati early bird.

Lavinia Basso

Autore: Lavinia Basso

Scrivo per passione da quando ne sono capace, di me e degli altri. Ho lavorato attorno ai testi negli ultimi 9 anni, poi l’editoria pura mi ha stancato e ho cercato nuove strade. Le ho trovate frequentando il Master in coaching e chiedendomi (o forse: ricordandomi) cosa mi piace davvero. Ora ascolto le storie degli altri, le rielaboro, e poi le scrivo, e aiuto le persone e le organizzazioni a raccontare chi sono, cosa fanno e come lo fanno.

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