Conversazioni sul Coaching: Angela Salvatore

Per la Conversazione sul Coaching di oggi abbiamo intervistato Angela Salvatore, coach che – come si legge sul suo sito – ti aiuta a comunicare efficacemente e a migliorare la tua performance in ambito lavorativo e personale. Angela è una Talent Coach e supporta le persone nel percorso di scoperta e sviluppo dei propri talenti. E anche Project Manager, e nella sua pratica unisce capacità organizzative e creatività. Anche a lei abbiamo chiesto cosa ne pensa del coaching e del futuro della persona. Vediamo cosa ci ha detto…

Da quanto tempo sei coach e di che cosa ti occupi in particolare?

Nel 2016 mi sono iscritta al Master di Accademia per diventare coach. Il mio unico obiettivo era quello diventare un project manager migliore. Quello era il mio lavoro e avevo appena ottenuto la certificazione internazionale.

Il Master è stato un percorso intenso nel quale ho fatto un gran lavoro su di me. Ho identificato i miei bisogni fondamentali e ho aperto gli occhi: il lavoro che svolgevo con impegno, passione e grande dedizione non mi rappresentava. Ero anche consapevole di non essere pronta per lasciare il lavoro in azienda e “fare il salto” definitivo per diventare coach a tempo pieno.

Completata la mia formazione e preso il diploma è iniziato un periodo molto impegnativo: di giorno lavoravo in azienda, la sera e nei week end facevo il coach. Questa doppia vita è stata fondamentale. Mi ha permesso di scegliere gli ambiti su cui lavorare senza l’assillo di dover guadagnare, e ho potuto approfondire e studiare.

Oggi mi occupo di talento e di public speaking. Incontro studenti del Master in coaching che non vedono l’ora di lasciare il loro posto di lavoro e iniziare a essere coach a tempo pieno. Per me non è stato così, ho avuto bisogno di tempo per carburare e capire quale direzione prendere. È stato un periodo faticoso e produttivo, una gran palestra dove ho messo in pratica in prima persona molti degli strumenti del mio lavoro.

Quando, alla fine del 2019 alla vigilia della pandemia, sono stata licenziata ero pronta a essere coach a tempo pieno ma ero anche consapevole che tra i miei bisogni c’era quello di avere una vita professionale varia. Quindi, alla domanda se il coaching rappresenta il 100% della mia vita professionale, rispondo che mi occupo di temi di coaching in qualsiasi momento della mia giornata lavorativa ma questo può assumere forme diverse. Può essere una sessione di coaching, un’attività di formazione o lo sviluppo di contenuti per un progetto europeo Erasmus+.

Oggi sono una felice libera professionista, la mia vita professionale è varia e in ogni suo aspetto trovo stimoli da sviluppare.

Quali sono secondo te gli aspetti su cui un coach deve lavorare e continuare a formarsi anche una volta diplomato? E quali sono utili da integrare anche in altre professioni?

Studiare. Non ci si può fermare mai. Diventa un’esigenza. Leggere libri, fare altri corsi. Ero già molto curiosa ma ora non posso farne a meno.

Ho sentito il bisogno di allargare il mio studio ad altri ambiti. Leggo tantissimo di psicologia, di management ma la disciplina da cui traggo gli spunti più interessanti è l’antropologia. Un altro filone di approfondimento è la mia ricerca personale. Quando è stato evidente che mi sarei occupata di talento, ho dovuto occuparmi del mio talento. Il coach non può essere “il ciabattino che va con le scarpe rotte”. Così ho intrapreso un lungo percorso di formazione alla Scuola Holden, dove raccolgo ad ogni lezione idee e strumenti da riproporre nelle mie sessioni e nelle lezioni.

Diventare coach cambia il nostro approccio al mondo ed è proprio questo cambio di prospettiva che deve essere integrato.

Qual è l’aspetto della pratica del coaching che trovi più valido e utile?

L’attenzione. A se stessi e agli altri. L’acquisizione più importante è che non ci sono formule preconfezionate, quello che funziona per me non è detto che sia valido per il mio coachee. Il percorso di coaching è sempre un viaggio in un territorio sconosciuto in cui trovare e sperimentare nuove soluzioni. Questa professione ti spinge a essere un problem solver, a esercitare il pensiero critico e a superare le tue convinzioni. Questo è l’aspetto più sfidante di quello che faccio. Mi trovo bene in questa dimensione laboratoriale che è appagante quanto il piacere di essere una parte della realizzazione di chi chiede il mio aiuto.

Come vedi il futuro del coaching? Quali sono le sfide professionali che dovranno affrontare i coach (e in generale chi si occupa di professioni d’aiuto) nei prossimi anni?

Il coaching si sta diffondendo in molti ambiti, se ne sente parlare sempre di più nelle aziende, tra i liberi professionisti ma anche nella vita di tutti i giorni. Questo aspetto è una grande opportunità per chi è coach ma nasconde il rischio della semplificazione. Si confonde l’attitudine a occuparsi degli altri con l’essere coach; un’idea mainstream dell’autostima ci vorrebbe tutti vincenti, super convinti delle nostre possibilità. Quello che manca è la cultura dell’impegno.

Nessuno può aspettarsi il miracolo. Ognuno di noi può lavorare al cambiamento con la consapevolezza che richiede risorse e fatica ma anche che raggiungere il risultato che ci siamo prefissati è il vero pilastro su cui appoggiare una corretta stima di quello che siamo e del nostro potere personale.

Una tendenza interessante presente nel mondo del coaching è che l’età dei nuovi coach si sta abbassando. Se qualche anno fa il coach era un professionista che metteva a sistema le sue esperienze all’interno di un metodo efficace, oggi il coach è sempre di più un professionista del metodo. Questo crea un approccio diverso. Per me, che mi sento una della vecchia guardia, questo è un fenomeno interessante da osservare.

Nel mio piccolo osservo anche una nuova interessante tendenza. Le professioni di aiuto, laddove ci sono professionisti validi, hanno smesso di farsi la guerra. Il mio lavoro è diverso da quello di un counselor, di uno psicologo o uno psicoterapeuta, e proprio in questa consapevolezza nasce la possibilità di collaborare, dove per collaborazione non intendo solo fare rete ma anche affrontare veri e propri progetti insieme in modo che ogni specificità possa portare valore all’individuo.

Gli orizzonti per l’attività del coach si ampliano e serve creatività per capire come declinare questa professione!

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Autore: Redazione

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