Volevo essere un supereroe!

Il 12 novembre dell’anno scorso è morto Stan Lee, padre dei supereroi Marvel. Non sono una conoscitrice né un’amante del genere, tuttavia il concetto di supereroe mi ha sempre affascinato. Nell’immaginario nazional-popolare il supereroe è quello destinato a “salvare il mondo”.

In generale, gli adulti sono consapevoli del fatto che questa ambizione è difficilmente realizzabile e non pretendono di essere pagati per volare, trasformarsi in energumeni verdi o arrampicarsi sui muri. Il “salvare il mondo” si traduce, in varia misura, in un’aspirazione a fare del bene e a rendersi utili al prossimo.

Valori e altruismo

Nei percorsi di coaching legati al tema del lavoro, qui in Accademia viene sempre richiesto di riflettere sui propri valori. Nel tempo ho verificato che è uno degli esercizi più difficili, perché appare molto astratto e teorico, e quasi nessun coachee vi attribuisce la giusta importanza. Famiglia, amore, amicizia la fanno da padroni; seguono in ordine sparso la sincerità, la sicurezza, la libertà… solo di rado l’altruismo affiora alla mente di chi sta compilando l’elenco.

Sarà che diamo più o meno tutti per scontato che essere retribuiti per aiutare gli altri sia da un lato estremamente difficile, dall’altro quasi sconveniente. Sarà che risulta relativamente facile silenziare la propria coscienza facendo un bonifico a una ONLUS o acquistando strenne natalizie con finalità benefiche.

Il risultato è che la maggior parte delle persone non si pone mai dubbi particolari rispetto all’utilità del proprio lavoro, declinata in questo senso. Ovviamente ogni attività professionale è utile per qualcuno, ma solo poche sono dedicate al benessere e al supporto delle persone più in difficoltà.

Essere un supereroe

Insomma: quasi tutti ad un certo punto rinunciano a voler “salvare il mondo” e si accontentano, nella migliore delle ipotesi, di non nuocergli! Resta però una fascia di persone per le quali il tema del fare qualcosa per gli altri è più forte, tanto da costituire un elemento di tensione rispetto ad una situazione lavorativa in cui sembrano prevalere altri valori.

Questo contrasto si manifesta in maniera particolare in alcuni settori e per alcune professioni. Chi lavora nell’ambito della moda e del lusso soffre per la sensazione di occuparsi di qualcosa di futile e frivolo; la finanza è spesso percepita come un ambiente di cinici arrivisti; vi sono infine le aree “grigie” al confine con il comportamento non etico, ad esempio nei settori che possono arrecare danni all’ambiente.

Trovare un equilibrio

Accettare la parte di noi che ci fa sentire “fuori posto” in determinati contesti, quando è presente e ingombrante, è un passaggio inevitabile nella ricerca della soddisfazione in ambito lavorativo. Il passaggio può essere più o meno graduale, e deve tenere conto di altri aspetti. Non è che alle persone spiccatamente altruiste non piaccia avere un lavoro sicuro e ben retribuito, o un bell’ufficio in centro. Occorre quindi misurare con precisione e delicatezza il peso delle varie poste in gioco fino a trovare un equilibrio tra se stessi e gli altri.

La chiave di volta è la consapevolezza di sé come esseri umani multisfaccettati, ma destinati comunque a trovare la felicità solo nella ricomposizione delle varie parti intorno al nostro centro.

 

Autore: Irene Facci

Nata dalle parti di Mantova quando a Mantova c'erano solo zucche e zanzare, ho da sempre una grande passione per la leggerezza e quindi per i gatti, massimi esperti della materia. Sono un'inguaribile ottimista e penso che autoironia e humour siano strumenti imprescindibili di resistenza umana. Cerco di trasmettere tutto questo ai miei figli che, come tutti i bambini, tendono a prendere le cose molto sul serio. Nel 2017 è uscito il mio primo romanzo, Alla rivoluzione in tram, sono diventata Life & Career Coach e ho iniziato a collaborare con Accademia della Felicità. Mi puoi trovare sul mio sito www.irenefacci.it

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