Voglia di leggerezza

Voglio un 2019 leggero. Ho solo questo obiettivo per l’anno; mi pare sia una sfida sufficientemente impegnativa per 365 giorni. Cosa intendo con leggerezza? Giusto quesito. Se cerchiamo questo termine sul dizionario troviamo diversi significati: l’esser leggero, agilità, sveltezza, scioltezza, facilità, spontaneità, ma anche poca serietà, incostanza, volubilità. Nessuno di questi mi aiuta a raccontarvi cosa intendo per leggerezza. Desidero un anno in cui mollare tensioni, ansie, pesi e tornare a respirare: concedermi il tempo per desiderare solo ciò che davvero conta per me.

Lascerò che sia Italo Calvino ad aiutarmi; alcuni giorni fa ho cercato nella mia libreria “Lezioni americane”, per rileggere il testo della prima lezione che lo scrittore tenne nel 1985 ad Harvard, in occasione di un ciclo di sei conferenze per gli studenti dell’Università americana. La prima delle sei lezioni si intitolava “Leggerezza”: il segreto di quel sostantivo meraviglioso è tutto lì, contenuto nelle venticinque pagine di appunti di Calvino, dove l’autore si concentra e indaga il desiderio umano di sentirsi più lievi, aerei e sull’abilità di “guardare il mondo da un’altra ottica, con un’altra logica, con altri metodi di conoscenza e verifica”.

La leggerezza è una qualità, un valore che troppo spesso scambiamo con l’instabilità e la frivolezza. Qui non sto scrivendo – però – di un desiderio di fughe nel sogno e nell’irrazionale di fronte alle difficoltà della vita, ma di coltivare la capacità di immaginare diversamente noi stessi e le relazioni con le altre persone: leggerezza come una condotta che si decide di prendere nella vita per stare meglio, l’abilità di osservare ciò che ci accade da nuove angolazioni. La leggerezza può diventare un antidoto al senso di costante preoccupazione che viviamo; spesso ci sentiamo oppressi, sfiduciati, carichi di obblighi, vincolati e affaticati. Abbiamo la sensazione di sentirci in balia degli eventi e ostaggi dei nostri impegni; ci troviamo vincolati da relazioni che non sentiamo di avere scelto, le nostre vite ci disorientano e consumano. Ci chiediamo se l’unica cosa saggia da fare non sia forse sopravvivere, sperando che il senso di fatica passi da solo, oppressi dalla percezione che tutto sia ormai scritto, immutabile. Il pensiero di cambiare ci affatica anche di più, appare come un passo enorme da compiere, addirittura più opprimente del continuare ad accettare i nostri affanni.

Esiste una via d’uscita? Come possiamo coltivare la leggerezza nella nostra vita?

Intesa come un salutare alleggerimento, la qualità della leggerezza appartiene a qualcuno per attitudine o carattere, per altri invece è una pratica da imparare e allenare. Per prima cosa dobbiamo riflettere e accettare l’idea che la vita è quella che è, con le sue precarietà e i dolori che da sempre la caratterizzano e che non possiamo eliminare in nessun modo. Ciò non significa che è nostro destino vivere passivamente, subire ciò che ci accade, ma che dobbiamo sforzarci di osservare la nostra vita da diverse prospettive, nella sua completezza, ponendoci nuove domande, scegliendo di seguire nuove strade.

Proviamoci anche noi, partiamo da qui:

  1. Tenere ciò che vale la pena tenere e soffiare via il resto, con gentilezza

Per togliere peso alla nostra vita non servono drammi, rese dei conti, liti furiose: serve innanzitutto dire di no quando desideriamo dirlo, ovvero non dire si quando intendiamo dire no.

Chi non sa dire di no per paura di deludere, di non apparire disponibile o sufficientemente innamorato, rischia di trovarsi in uno stato di perenne affaticamento, ansia e frustrazione. Per dire sì servono delle risorse, energia e tempo; se siamo consapevoli di non possederle dobbiamo dire no, non per sterile opposizione, ma per dare valore e dignità a noi stessi e alle priorità che ci siamo dati. Dissentire ci aiuta infatti a rimanere concentrati sugli obiettivi che intendiamo raggiungere, senza sprecare tempo e energie.

Ti sembra difficile dire no? Prova a dirlo almeno una volta la settimana, iniziando dalle situazioni più semplici e meno vincolanti. Ricorda: non serve giustificare nei dettagli il tuo rifiuto, basta una ragione semplice. Un esempio?

Grazie per l’invito, ma questa sera preferisco rimanere a casa. Potremmo vederci la prossima settimana, se ti va.

  1. Alleggerire il linguaggio

Secondo lo psicanalista e filosofo Carl Gustav Jung, tutto dipende da come noi guardiamo le cose, e non da come le cose sono di per sé stesse. Cosa significa? La nostra vita è fatta di ciò che ci accade, ma ha a che fare anche con il modo che abbiamo di raccontarci quello che viviamo, di osservarlo, di accettarlo o tollerarlo, di accoglierlo o combatterlo. Hai mai prestato attenzione a come racconti le cose che ti accadono? Usiamo spesso termini esagerati, eccessivi; utilizziamo un linguaggio che vuole colpire, che cerca di far sentire a chi ascolta il peso che c’è nella situazione che stiamo raccontando e gli altri fanno lo stesso con noi. Nella nostra quotidianità ci diciamo che siamo tristi e affaticati, usiamo gli altri per sfogarci e lamentarci e senza accorgercene, a forza di farlo, quel modo di raccontare le cose diventa la sola chiave di lettura per interpretare ciò che ci accade.

Nel 2019 prova a eliminare dal linguaggio che utilizzi per raccontare il peso della tua vita quotidiana questi termini: tragedia, disastro, sfiga, catastrofe, incubo, massacro. Sono parole adatte a vere tragedie, malattie, non alle incombenze della nostra routine. Utilizzare un linguaggio più articolato, attenuato, meno urlato è un antidoto per la pesantezza che la lamentazione – nostra e degli altri – porta nella nostra vita.

  1. Smettere di etichettare

Viviamo in una società che ci porta ad etichettare ogni cosa, evento o persona, in cui basta una reazione, un comportamento agito una volta per ritrovarsi catalogati per sempre.

Nel corso della prima visita dopo la nascita di mia figlia, la pediatra mi diede un consiglio che lei stessa definì compreso nell’ABC dell’educazione di base di un figlio: non giudicarla mai, critica solo i suoi atteggiamenti.

All’epoca – mia figlia aveva 5 giorni! – non capii l’enorme valore del suggerimento, oltretutto sarà pure alla base dell’educazione di una figlia, ma nessuno mai nella mia vita me ne aveva parlato esplicitamente. Con il passare del tempo ho scoperto la preziosità di questo assunto e l’enorme difficoltà ad osservarlo! Sembra banale, ma ricordarsi di dire “Questo comportamento è sgarbato” invece che“Sei sgarbata”, è più difficile di quanto sembri. Smettere di etichettare è complicato, ma davvero liberatorio; prova a cambiare la formula con cui valuti le azioni delle persone che ti circondano, passa da “Il mio collega è un gran prepotente” a “Oggi il mio collega in riunione ha assunto un atteggiamento aggressivo”. Narrata in questo modo la situazione non ti sembra più semplice da affrontare, magari parlandone proprio con l’interessato?

Nel 2019 lascia alle altre persone la possibilità di commettere errori, sii indulgente, tutto è più tollerabile se cerchi di evitare l’indignazione, la critica e la delusione quando sono connesse a situazioni non gravi della tua routine. Riserva lo sdegno per le vere battaglie!

Desidero un 2019 leggero, voglio prendere“la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”*.

 

 

*Italo Calvino, Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio, Garzanti, 1a ED 1988.

Barbara Mantovi

Autore: Barbara Mantovi

Sono nata e cresciuta a Reggio Emilia dove ho vissuto una selvaggia infanzia campagnola. Ho da sempre fame di storie e la mia carriera di bibliotecaria e operatrice culturale mi permette di incontrare ogni giorno persone, libri e nuovi progetti creativi. Perseguo l’obiettivo di attraversare la vita con leggerezza, perché la leggerezza è un’attitudine che mi è congeniale e che trovo liberatoria; mi permette di vedere dove voglio andare, anche nella nebbia della mia Emilia. Ho frequentato il Master in Coaching di Accademia della Felicità nel 2017/2018 e ora sono felicemente in tirocinio.

  • Obiettivo di leggerezza sarà non dire più “oh, mio dio” durante le riunioni di lavoro e tenere sul comodino “Lezioni americane” di Italo Calvino, I quattro di Candia di Mino Milano e “La carica dei seicento topolini” di Tony Ross

Comments are closed.