Una lettura di Inside Out in stile Adf

Se letto da una prospettiva a livello più personale, Inside Out, il film che ha raccolto più consensi di critica e pubblico nel 2015 può essere un ottimo strumento per conoscerci meglio, per avere una nuova angolazione da cui osservarsi e analizzare il proprio comportamento, con i pochi e semplici elementi che il film utilizza.

Inside Out, campione d’incassi in Italia stando alle ultime rilevazioni, ha messo d’accordo grandi e piccini. Uniche voci dissonanti sono quelle degli psicologi che, analizzando il film da un punto di vista scientifico, l’hanno trovato troppo semplicistico, offensivo per le caratterizzazioni dei personaggi e persino sbagliato nelle tesi sostenute, nonostante siano state sviluppate con team di esperti in psicologia e sociologia.

Protagonisti del film sono i sentimenti, ma non come in tutti gli altri film: qui sono proprio loro gli interpreti, rappresentati da  figure immaginarie, antropomorfizzate fino ad assomigliare vagamente a degli esseri umani, più maschili o più femminili a seconda del sentimento da rappresentare, ma principalmente asessuati.
I sentimenti sono quelli basici: Gioia, Tristezza, Rabbia, Paura e Disgusto, e quello che noi vediamo è la loro interazione all’interno della mente dei protagonisti umani del film, una normale famiglia mamma/papà/figlia adolescente, che mette in scena delle situazioni di conflitto sia all’interno della famiglia sia tra i sentimenti.

Senza spoilerare troppo per chi ancora non ha avuto la fortuna di vederlo, la tesi del film è che solo grazie all’equilibrio nell’espressione e nella manifestazione dei nostri sentimenti è possibile vivere una vita equilibrata e serena, o meglio ancora felice.

Eppure è proprio dalla visione degli eccessi egocentrici e spropositati di questi cinque sentimenti che apprendiamo molte cose rispetto a ciò che muove le nostre scelte e di conseguenza le nostre azioni.

Pensiamo ad esempio se ci concentrassimo solo ed esclusivamente nella ricerca della gioia infinita: in poco tempo gireremmo per strada con il sorriso stampato sulla faccia e faremmo i simpaticoni con i nostri colleghi in ufficio, con il risultato di essere poi evitati da tutti, pensando che le cose non possono mai andare male se credi soltanto che nella vita non si possa essere che felici.

Oppure immaginiamo di abbandonarci ad una malinconia perenne, che ci fa sospirare tristemente ogni 15 secondi e che rende impossibile ai proprio amici starci vicino senza piombare in una cupa desolazione, col risultato di ritrovarci sempre più spesso da soli e sempre più infelici.

Ancora, provate a pensare a come vi sentireste se per ogni sgarbo, per ogni piccolo incidente, anche non voluto, causato dal minimo contatto, anche con sconosciuti, per ogni piccola parola pronunciata per errore da un parente o da un amico reagissimo arrabbiandoci oltremisura, vomitando improperi gratuiti rivolti alle persone per noi colpevoli, col risultato ancora una volta di essere evitati da tutti perché insopportabili.

Non ho fatto altro che esemplificare come sarebbe la nostra vita quotidiana se invece di usare una miscela delle nostre emozioni ci abbandonassimo ad una sola di esse, senza pensare alle conseguenze.

E’ proprio qui che il film ci regala una chiave per conoscere noi stessi: rappresentando in maniera visiva i sentimenti di una ragazzina adolescente, ci permette di visualizzare, dando loro una forma completamente diversa e personale, i nostri sentimenti.
Provate allora a rappresentare mentalmente l’aspetto dei vostri sentimenti: le sfumature sono infinite e il gioco potrebbe anche prendervi la mano, per esempio ampliando la gamma dei sentimenti messi in campo dagli sceneggiatori, aggiungendo, che so, amore, odio, amicizia, gelosia, rimorso, pentimento… su wikipedia c’è un elenco molto dettagliato.

Una volta immaginato l’aspetto dei propri sentimenti, possiamo provare a dar loro anche un carattere specifico e diverso per ognuno. Potremmo poi immaginare come si svolgerebbe l’interazione tra di essi e quali sarebbero gli effetti che produrrebbero nella nostra mente e, di conseguenza, come influenzerebbero le nostre azioni.

Probabilmente il risultato non sarà brillante come quello ideato dagli sceneggiatori della Pixar, ma credo che, oltre ad essere un ottimo esercizio di creatività, possa dare delle indicazioni interessanti, oltre che divertenti, su come ragiona il nostro cervello e, nella migliore delle ipotesi, come poter controllare e gestire al meglio le nostre emozioni.

Peraltro gli sceneggiatori del film ci danno ancora maggiori suggerimenti per sviluppare questo esercizio, perché in ogni essere umano i sentimenti sono rappresentati in maniera diversa, a conferma che non è stata immaginato un unico modo di rappresentarli, quindi nel padre i sentimenti si ritrovano tutti a seguire una partita di calcio, distraendosi nel momento cruciale in cui bisogna intervenire a seguito di una sollecitazione della madre a parlare con la loro figlia. Mentre nella mente della madre, i sentimenti si concentrano tutti su un pensiero ricorrente, che è quello di un affascinante spasimante per romantici diversivi che pongano rimedio all’insensibilità del proprio compagno.

Ed è proprio nel finale del film, durante i titoli di coda (che consiglio caldamente di non perdere perché è una delle sequenze più divertenti), che questa idea viene sviluppata in maniera esilarante e sorprendente: i sentimenti vengono rappresentati mentre  animano altri personaggi che attraversano fugacemente la storia della famiglia protagonista, come la maestra di scuola o un possibile fidanzatino della ragazza, fino all’apice raggiunto nella raffigurazione dei sentimenti nella mente di un cane e di un gatto.

In queste ultime scene gli amanti degli animali non potranno trattenersi dal ridere e soprattutto non potranno poi, tornati a casa, non guardare i loro animali con occhi diversi, osservandoli e cercando di immaginare cosa accade nella loro mente quando fanno quel che fanno.

Secondo me la forza del film è proprio questa: una nuova forma di autocritica, da applicare a se stessi, ma con il sorriso.

Autore: Gianfranco Taino

Responsabile amministrativo per ADF e non solo, ho un lato razionale e pragmatico che si manifesta nella facilità a lavorare con i numeri, nel tenere i conti e nell’essere preciso e affidabile, e una forte vena creativa che mi ha permesso di lavorare come consulente musicale per sfilate ed eventi, come giornalista e come deejay. Ho frequentato la prima edizione del Master in Coaching di ADF e sto studiando per diventare Life Coach.

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