Le parole che bloccano il talento

Per alcuni di noi il talento è lampante fin dalla prima infanzia. Per altri è molto più difficile e meno chiara la strada della ricerca.

Tutti noi da bambini abbiamo avuto un amichetto che era così bravo a fare qualcosa da sembrare nato per quello. Era il nostro compagno di giochi in giardino così bravo con la palla tra i piedi da sembrare un mago, o il compagno di classe che imparava senza fatica le operazioni, o la vicina di casa sempre impegnata a disegnare. Qualcuno cantava, qualcuno ballava o faceva sport.

Molti di noi erano bambini normali, mediamente curiosi che facevano tante cose diverse senza distinguersi.

Il talento nascosto è un talento dimenticato

Eppure, lo scriviamo sempre, non esistono persone senza talenti da spendere nella propria realizzazione. Esistono persone che non si fermano a riflettere sulle proprie esigenze autentiche perché sono per gran parte dell’esistenza impegnate a soddisfare i requisiti canonici, ovvero quello che il resto del mondo si aspetta da loro.

Studiano, e la scelta degli studi è dettata dal mercato del lavoro più che dai gusti. Poi iniziano a lavorare, e la frustrazione per le attività quotidiane li spinge a concentrare l’attenzione sul tempo libero. Il tempo libero diventa il luogo in cui coltivare i talenti, un po’ compressi e un po’ frustrati ma vivi.

Questo è uno schema che ha funzionato per molti anni, ma che ha iniziato a scricchiolare durante l’ultima rivoluzione del modo di lavorare. Non ci sono più regole e non ci sono più orari, il ritmo da work alcoholism diventa una necessità e le risorse migliori sono dedicate a trovare un equilibrio fra vita e lavoro.

È complicato difendere il talento dalle ingerenze della quotidianità? Si e lo è ancora di più se non siamo consapevoli del suo valore.

Prima di trovare il talento

Cosa succede nei percorsi di coaching sul talento? Sintetizzo le tre situazioni tipiche descritte in sessione.

  1. Vivo aspettando l’illuminazione! Qualcosa prima o poi accadrà e mostrerà a me (per primo) e al mondo (intero) il mio talento;
  2. Ho individuato il mio talento, ma non è niente di speciale. Per tipologia, qualità e quantità. Quindi lo lascio lì e non me ne occupo troppo;
  3. Ho individuato il mio talento, ma nessuno si accorge che c’è. Lo coltivo, lo alleno ma ho con lui un rapporto di amore e odio. Sono frustrato.

Cosa hanno in comune queste tre situazioni? La difficoltà di mettere al centro l’individuo, l’incapacità di liberarlo da un concetto di accettazione/valorizzazione dall’esterno ovvero la dipendenza da un sistema di misura sociale.

Il punto è proprio questo: dobbiamo metterci al centro per acquisire consapevolezza a partire da un’accurata personal foundation che deve includere l’analisi delle convinzioni limitanti.

Nella mia esperienza di coach nei percorsi sul talento, osservo le persone dialogare con difficoltà con tre concetti, che in negativo e in positivo, fanno parte del nostro vocabolario interiore.

Facendo pace con questi tre concetti e diventando capaci di trasformarli da nemici in alleati possiamo approcciare in modo fruttuoso alla ricerca, all’allenamento e alla valorizzazione dei nostri talenti, qualsiasi sia la nostra età anagrafica. Dunque analizziamoli uno alla volta:

  • Modestia – Cosa è? Nel vocabolario troviamo “coscienza del limite delle proprie possibilità, che si manifesta per lo più attraverso un atteggiamento schivo, disinteressato o timido”. Nella nostra cultura la modestia è considerata una virtù. Si confonde con la consapevolezza, anzi promuove una consapevolezza al ribasso che limita anziché spronare al miglioramento. La decorosa modestia con cui ci mostriamo al mondo diventa la rappresentazione intima di noi stessi. Il risultato è che ci sentiamo fuori posto con le nostre doti e con le nostre capacità. Mantenere un basso profilo non è il modo migliore per lavorare sul nostro sviluppo! Ascoltiamoci profondamente. Trasformiamo ogni dubbio sulle nostre capacità in sfida per superarlo. La coscienza dei limiti è utile per fissare nuovi obiettivi.
  • Pudore – Cosa è? Nel vocabolario troviamo: “attitudine restrittiva dell’individuo, che impedisce di dire o fare ciò che può contrastare con i codici sociali”. Se la modestia è soprattutto legata all’individuo, il pudore riguarda la relazione con gli altri, è regolata da prescrizioni di comportamento tipici di una società. Il pudore è connesso all’emozione della vergogna. Limita la manifestazione delle emozioni, irrigidisce il codice comunicativo e blocca l’espressione della creatività. Il pudore si norma con regole inamovibili, le stesse regole che, se violate, pongono l’individuo in balia della condanna sociale e del senso di colpa. Analizziamo i nostri valori, e definiamo le regole che sono organiche con la nostra personalità. Il pudore non deve essere un modo per ossequiare le regole sociali, deve rappresentare il nostro approccio etico agli altri.
  • Fatica – Cosa è? Nel vocabolario troviamo: “sforzo intenso e prolungato che porta all’indebolimento progressivo delle facoltà di resistenza fisiche o spirituali”. In molte lingue latine (e in molti dialetti italiani) è etimologicamente legata al “lavoro” e al “travaglio” (il dolore). La fatica nella nostra cultura è un valore, il solo capace di giustificare il raggiungimento di un risultato, ossia di nobilitare il successo. Allenare il talento significa fare qualcosa che è facile, che è piacevole e che ci fa raggiungere grandi risultati. Alla fatica sostituiamo l’impegno e la tenacia, al dolore la gioia della nostra realizzazione, al sacrificio la realizzazione.

Il talento come responsabilità

Il talento non è un passaporto per una vita di successo, ma è una strada per costruire la nostra realizzazione. Spezzare il rapporto automatico che abbiamo con le credenze limitanti significa assumerci la responsabilità di essere l’ingrediente primario della nostra felicità.

La ricerca del talento è un serissimo percorso individuale. Può diventare un divertente percorso di crescita e di conoscenza con il tuo io talentuoso e creativo.

Diventa l’eroe della tua storia grazie a un percorso di Talent Coaching, in questo viaggio il coach sarà il tuo alleato!

Angela Salvatore

Autore: Angela Salvatore

La mia vita è un’entusiasmante camminata sul filo, alla ricerca dell’equilibrio tra la mia anima creativa e la mia parte più rigorosa, senza perdere mai di vista l’obiettivo dell’eccellenza. A sedici anni ho intrapreso il mio percorso nel teatro studiando e lavorando con artisti che hanno scritto la storia.
 Laureata in Storia del cinema, negli anni sono stata attrice, regista e autrice teatrale, ho condotto inoltre numerosi laboratori per adulti e bambini.
Qualche anno più tardi sono entrata in azienda, dove mi sono occupata a lungo di Communication e di HR, per approdare infine nel mondo dell’Information Technology. Attualmente sono responsabile di progetti internazionali in ambito di Intranet Business Application per una multinazionale.
 Dal 2015 sono PMP® (Project Management Professional) certificato presso il Project Management Institute. Nel 2016 ho frequentato il Master in Coaching di Accademia della Felicità: il coaching rappresenta il fil rouge della mia variegata esperienza, fatta di scrittura, teatro, conoscenza dei processi aziendali, il tutto all’insegna di un orientamento tenace e positivo ai risultati. Sono coach abilitato, ho 47 anni, vivo a Torino e la mia passione sono  le storie e l’arte del raccontarle. Amo i viaggi, la letteratura e il cinema.

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