Fra sport e spot alla fine c’è poca differenza

Durante l’adolescenza giocavo a pallavolo. L’ho sempre trovato uno sport bellissimo, per quel trovarsi in mezzo al campo alla fine di ogni azione a incitarsi, a prescindere dal risultato; per il suo dividersi il campo in zone ma, nello stesso tempo, sapere di poter essere di sostegno da qualche altra parte e di ricevere sostegno anche nella tua. E poi, quando avevo l’età in cui si inizia ad interessarsi al mondo e a eleggere i propri miti era la fine degli Anni ’80 e l’inizio dei ’90, l’epoca d’oro della pallavolo italiana, della generazione di fenomeni, degli scontri fra Panini Modena e Maxicono Parma (che per me, bolognese che non capisce molto di basket, era comunque parte del mio orgoglio emiliano). Poi mi sono fatta male a un ginocchio, niente di grave ma, fra la paura del dolore provato e la consapevolezza di non essere poi questo granché (un modestissimo centrale con una buona battuta e un discreto muro), ho smesso di giocarla e ho continuato solo a guardarla.

Diciamo che i miei vent’anni non sono proprio stati anni all’insegna dello sport, o almeno di quello praticato. Perché comunque è dal 1999 che guardo almeno una tappa del Giro d’Italia, una tappa del Tour de France, il Golden Gala dell’atletica, una partita di campionato di calcio serie A, per non parlare di Olimpiadi, Mondiali di calcio, Europei di calcio, Mondiali di nuoto e altre varie amenità.

A trent’anni, invece, ho fatto una scoperta colossale. Su invito di una mia amica ho iniziato ad andare in piscina e per 5 anni ho amato follemente l’odore del cloro che rimane sulle mani e quella riga nera che accompagna i minuti che passi con la testa sott’acqua. Ci ho messo trent’anni per capirlo e ancora a volte fatico a ricordarmelo: non c’è nessun nemico da battere. Questo è quello che io ho imparato in piscina.

La bellezza degli sport di squadra è data proprio dalla squadra, dalla spirito collaborativo, dal sentirsi parte di una comunità, dal senso di appartenenza che ti danno quei colori. Con ingenua arroganza ho pensato per trent’anni della mia vita che lo sport individuale non ne avesse alcuna di bellezza. Poi ho scoperto che questa risiede proprio nella sua solitudine, nel silenzio dei suoi gesti, nella concentrazione che libera dal pensiero. Entrare in acqua non vuol dire per me battere qualcuno, neppure me stessa, vuol semplicemente dire cercare di non far peggio di ieri o almeno non peggio del mese prima, di migliorare anche solo di poco quel piccolo movimento (la rotazione della mano che entra in acqua, l’angolazione della testa durante l’inspirazione), ascoltarsi e capire quel minuscolo errore che mi fa fare più fatica e perdere tempo.

La bellezza dello sport singolo è scoprire che tu sei il tuo metro di giudizio, tu sei il tuo obiettivo, tu sei il tuo strumento e anche il tuo impedimento. Non ho mai pensato, negli anni in cui ho frequentato la piscina con una frequenza quasi giornaliera, di iniziare a competere, per me non era quello l’obiettivo, l’obiettivo era la gioia di vedere il mio corpo e la mia mente ogni volta più liberi e preparati.

Ma anche se andavo in piscina lo sport ho sempre continuato e continuo ancora a guardarlo. Diciamo che passo molto tempo davanti a uno schermo, guardo la tv, moltissimi film e serie tv, guardo video musicali e guardo anche molti spot. E proprio guardando uno dei migliori spot di questi ultimi anni ho ritrovato tradotto in immagini quello che ho scoperto in acqua. È uno degli ultimi prodotti dalla Volkswagen, ed è uno spot coraggioso perché per quasi il 95% del video si vedono solo altri marchi di macchine. Volkswagen non ha paura di mostrare altri brand, in parte perché di certo Lamborghini, Ferrari, Bugatti non sono suoi diretti competitor, in parte perché sa che il suo metro di misura sono gli standard che essa stessa si pone. La nuova Golf non deve essere meglio di una Ferrari, deve semplicemente essere meglio della versione precedente, con sistemi di sicurezza aggiornati e innovativi.

Io guardando questo spot ho pianto, il che non fa molto testo perché la mia carriera di persona che si lascia commuovere dai meccanismi emozionali della comunicazione è iniziata quando quel babbo sulle scale mobili dell’aeroporto si trovava in tasca un fusillo alla fine degli Anni ’80. Ho pianto perché mi sono ricordata di me bambina, delle mie travolgenti passioni, di quello sguardo di meraviglia che posavo sul mondo che mi circondava sognando non so più quali avventure, senza considerare cosa stessero facendo gli altri.

Quando da bambina entravo in acqua mi immaginavo di essere un pirata, a volte una sirena, un naufrago, spesso un paguro, e mille altre cose. Se c’era qualcuno con me era lì per condividere quel sogno. Allo stesso modo, quando ho iniziato a immergermi in acqua a trent’anni non l’ho fatto con lo spirito di battere la persona che nuotava di fianco a me, o l’amica che mi accompagnava o i miei compagni di corso. Non era nel confronto con l’altro che ricercavo la mia soddisfazione, la mia vittoria, ma nel confronto come me stessa, con le mie debolezze e fatiche quotidiane, con le capacità acquisite dall’esperienza, con la volontà di cercare di non essere mai sempre uguale a quella di ieri, ma di tendere sempre a qualcosa che mi rendesse più consapevole

Noi siamo la nostra unità di misura. Non ci sono scale che possano metterci in relazione con gli altri, anche perché la nostra unicità rende questo esercizio pura astrazione. E questo non vedere l’altro come qualcuno da superare o superato ci rende automaticamente anche più amorevoli con noi stessi. Perché in fondo il nemico non è né fuori né dentro: fuori c’è l’altro diverso da me e dentro ci sono solo io, e per continuare a crescere sana, piena di fiducia nel futuro e con negli occhi la capacità di vedere il cambiamento nel mondo ho bisogno di trattarmi con la stessa cura e amorevolezza con cui viene guardato e custodito il bambino alla fine dello spot.

Vera Martinelli blog adf

Autore: Vera Martinelli

Credo nella precisione scientifica della pasticceria, nella mia amata Bologna, nell’epica dello sport, nella necessità di ozio, nei rossetti rossi, nei film francesi, in Cocò Chanel, nei fumetti di Little Nemo, nell’alchimia come sentiero di crescita personale, nell’importanza della musica inglese, nella ricerca continua, nei musical al cinema, nel cambiamento, nella supremazia felina, nei percorsi non lineari, nei whisk(e)y torbati, nella luce radente di Caravaggio, nell’ironia e nella leggerezza, in Gino Bartali, nell’assoluta perfezione di tutto ciò che a prima vista appare imperfetto, nella forza e nel suo lato oscuro, nell’almeno il 5% di buono presente in ciascun individuo, nella meditazione, nei passatelli in brodo, che la bellezza salverà il mondo, che la fantasia è un posto dove ci piove dentro e che la narrazione abbia un potere salvifico. Ho fatto molti lavori e alla fine ho capito che avevano tutti a che fare con le persone. Dopo anni di timori ho ammesso a me stessa che volevo che proprio le persone diventassero il mio lavoro. Sto cercando di diventare coach e mentre allevo due giovani padawan studio psicologia perché il sapere non ha mai fine.

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