Quando l’emozione non ti quadra

Sono afflitta da quella che io definisco “la sindrome della chiocciola”: per essere tranquilla devo portare sempre con me una versione in miniatura di quello che reputo indispensabile, una sorta di kit di emergenza per differenti situazioni e imprevisti con diversi gradi di intensità. Questo set prevede oggetti destinati alla cura del corpo (cerotti, filo interdentale, spazzolino, burrocacao, salvietta disinfettante, analgesico, pinzette, specchio, limetta), strumenti destinati a eventi inaspettati (ago e filo, spille da balia, bottoni, cavatappi o coltellino multiuso, power bank, auricolare, cavo e caricabatterie), veri e propri rimedi salvavita (materiale per scrivere, un qualsiasi libro e la lista delle attività svoltaumore).

Non è tuttavia del peso specifico della mia borsa che vi voglio parlare. Per essere tranquilla ho bisogno di avere un analgesico con me, perché so che mi è indispensabile per affrontare giornate complicate quando mi assale uno dei miei soliti attacchi di sinusite. La stessa tranquillità me la dà la mia lista di attività svoltaumore, ovvero l’elenco di tutte le possibili azioni a cui ho bisogno di ricorrere quando il mio mondo emotivo è messo a dura prova, quando è necessario che mi ricordi che io non sono le mie emozioni per poterle osservare con la lucidità che meritano. Alcuni non sono sempre facilmente e immediatamente realizzabili perché necessitano di particolari attrezzature o di luoghi deputati (non posso fare una doccia, una nuotata, una torta o guidare sempre e ovunque), altri hanno bisogno di un po’ di tempo (una passeggiata anche in città necessita di almeno 20 minuti per essere efficace), ma ce ne sono due che funzionano sempre.

Il primo è un momento di meditazione (qui trovate un video, purtroppo solo in inglese, che è un ottimo tutorial per allenarsi in questa pratica), il secondo è il titolo di un canzone. La musica arriva velocemente, ritmi e armonie sono in grado di attivare rapidamente emozioni differenti, e con chirurgica precisione una canzone è in grado di far sorgere un nuovo stato d’animo. Ognuno ha la sua, o forse ne ha più di una, ma la mia canzone svoltaumore è indubbiamente Dancing with myself di Billy Idol. Appena la sento, inizio a sorridere e a divertirmi; non importa con quale emozioni di base io abbia iniziato ad ascoltarla, alla fine del pezzo sono sempre di ottimo umore e riesco con lucidità a comprendere la situazione in cui mi trovavo all’inizio del brano.

Allo stesso modo mi comporto se ho bisogno di concedermi alcuni momenti di fragilità, se necessito di carica, se sento il bisogno di pace e di rilassarmi: per ognuna di queste istanze ho una colonna sonora. Ma la musica non è la mia sola alleata: che siano sette le arti riconosciute o nove come le muse, mi affido a un gran numero di autori e di opere e sono sempre lieta di scoprirne di nuovi.

Per chi, come me, crede che l’arte sia un racconto e che la bellezza necessiti di verità, le opere artistiche sono uno spazio in cui avviene l’incontro fra due persone: sono il luogo della relazione fra autore e fruitore, ognuno con il proprio vissuto e il proprio sentire, una sintesi emozionale di due individui. Ed è, a mio avviso, proprio grazie a questa corrispondenza che l’arte diviene espressione e contenitore della nostra emotività, spazio di esplorazione di noi stessi e di come percepiamo il mondo attorno a noi. Non è tanto una questione di gusti, ma più una questione di osservazione del mio sentire, di capire cosa mi suscita un’opera, quali aspetti di me mette in moto, con che emozioni ho a che fare e a che livello di intensità si manifestano.

Diventa in questo modo un rapporto personale e intimo, che esula da qualsiasi questione estetica e critica. Non mi interessa analizzare la poetica di un autore, leggere la cifra stilistica di un’opera d’arte, mi interessa capire cosa racconta di me, o meglio cosa di me ritrovo, mi interessa quello spazio che si crea fra me fruitore e l’autore, quello spazio di racconto e relazione che diventa uno specchio di alcuni miei aspetti personali. Non deve per forza essere neppure un’opera universalmente riconosciuta come capolavoro. Ha fatto molto di più per me una sola pagina di Harry Potter e la camera dei segreti (qui la relativa trasposizione cinematografica) che mille corsi sull’accettazione di sé e delle proprie ombre.

Allo stesso modo, anche opere che ho trovato disturbanti hanno dato voce a nodi di cui avevo bisogno di prendere coscienza. Al di là di tutte le definizioni e le funzioni che filosofi e critici hanno dato dell’arte, io ho scelto di farne strumento di lavoro su di me, mezzo di elaborazione e legittimazione di emozioni complesse, luogo di ricerca e scoperta di bellezza e serenità, spazio di evasione e arricchimento.

In poche parole, a seconda di quello di cui ho bisogno, accedo a un contenuto diverso. Nei giorni in cui riconosco la mia ombra e non la ignoro guardo un film come John Wick sperando nella catarsi aristotelica; quando ho avuto bisogno di non soccombere al dolore ho chiesto aiuto a Leonardo; le volte in cui sento la necessità di sfuggire alla spirale della tristezza metto a palla Billy Idol; e se mi capita di avere un attacco di sinusite e non disporre di un analgesico mi guardo il finale de La mia Africa o I ponti di Madison County quando Meryl Streep è chiusa in auto sotto la pioggia. In questo modo piango tutte le lacrime possibili, alla fine mi soffio il naso librando così i miei seni paranasali e dopo sto meglio. Per tutte queste ragioni, in tutte queste occasioni l’arte è stata uno strumento per anima e psiche, ma anche un valido sostegno al corpo.

 

Vera Martinelli blog adf

Autore: Vera Martinelli

Credo nella precisione scientifica della pasticceria, nella mia amata Bologna, nell’epica dello sport, nella necessità di ozio, nei rossetti rossi, nei film francesi, in Cocò Chanel, nei fumetti di Little Nemo, nell’alchimia come sentiero di crescita personale, nell’importanza della musica inglese, nella ricerca continua, nei musical al cinema, nel cambiamento, nella supremazia felina, nei percorsi non lineari, nei whisk(e)y torbati, nella luce radente di Caravaggio, nell’ironia e nella leggerezza, in Gino Bartali, nell’assoluta perfezione di tutto ciò che a prima vista appare imperfetto, nella forza e nel suo lato oscuro, nell’almeno il 5% di buono presente in ciascun individuo, nella meditazione, nei passatelli in brodo, che la bellezza salverà il mondo, che la fantasia è un posto dove ci piove dentro e che la narrazione abbia un potere salvifico. Ho fatto molti lavori e alla fine ho capito che avevano tutti a che fare con le persone. Dopo anni di timori ho ammesso a me stessa che volevo che proprio le persone diventassero il mio lavoro. Sto cercando di diventare coach e mentre allevo due giovani padawan studio psicologia perché il sapere non ha mai fine.

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