Parole, parole, parole

Penso sia iniziato tutto quando, per evitare di essere presa in giro alla scuola materna, spiegavo che il mio nome si pronuncia con la e aperta, Vèra, e che quindi non corrisponde all’aggettivo véra, per cui non aveva senso chiamarmi Falsa.

Alle elementari mia mamma mi insegnava le canzoni in inglese sperando che fosse un buon strumento per imparare una lingua straniera. Mi piaceva soprattutto Michelle perché si mescolavano due lingue. Era bello scoprire come “These are words that go together well” diventasse “Sont le mots qui vont très bien ensemble” e pensare per la prima volta che le parole possono rincorrersi fra di loro.

Poi alle medie ho incontrato la professoressa Fabbri. La professoressa Fabbri era bellissima e bravissima, con una testa di capelli corvini sempre sciolti e in ordine. Lei aveva bandito la parola “cosa” dal nostro vocabolario, non la potevamo mai usare, così durante le interrogazioni o nei temi eravamo costretti a cercare parole specifiche e precise, a riflettere su cosa volevamo dire e a operare una precisa selezione lessicale, senza approssimazioni.

Al liceo ho visto Palombella Rossa e ho riso molto quando Moretti alias Michele Apicella prende a schiaffi l’intervistatrice urlando “Le parole sono importanti!”.

A 19 anni ho letto Lolita e in quelle prime due righe ho imparato che le parole possono avere un corpo:

Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.

e così ho cambiato facoltà e sono diventata una studentessa di Lingue. Qualche anno dopo, frequentando un laboratorio di didattica dell’italiano, ho scoperto che le parole hanno non solo corpo, ma un colore, un sapore, un’armonia: mi ero imbattuta ne La gnosi delle fanfole di Fosco Maraini e nella metasemantica.

A queste scoperte ne sono seguite molte altre: l’Oulipo con le sue tecniche a base di lipogrammi e palindromi come il romanzo di Perec La scomparsa, i saggi di linguistica di Noam Chomsky, La saga di Terramare di Ursula Le Guin dove è mago chi conosce il vero nome delle cose. Anche sul blog di Accademia ho trovato spunti molto interessanti a riguardo. Nel bell’articolo dal titolo Le parole sono importanti uscito due mesi fa, Giovanna Martiniello dava alcune semplici ed efficaci indicazioni su come utilizzare il linguaggio per compiere delle trasformazioni personali, per uscire da stati di impasse, per lavorare sulla propria autostima e sul proprio benessere. Giovanna suggerisce di iniziare a operare una profonda selezione lessicale nel nostro linguaggio, di eliminare perifrasi e parole che ci sminuiscono e cercare nuove soluzioni linguistiche.

L’ultima scoperta in ordine di tempo l’ho fatta la settimana scorsa, un pensiero ha fatto capolino sotto la doccia (per me il contatto con l’acqua è un potente strumento di igiene mentale): “Perché avere sempre così tanta paura di commettere errori, di sbagliare? Alla fine chi erra è in cammino”. Quella parola che mi faceva tanta paura si era sgonfiata in un attimo. Errare non solo è umano, ma è lo stato di una persona che è sempre alla ricerca, che non è mai ferma perché è sempre curiosa di trovare nuove soluzioni e nuove alternative, errare è per me quindi indispensabile, inevitabile. Commetto errori perché sono un’errante.

Il potere delle parole non si esaurisce quindi in una responsabile ecologia del proprio linguaggio, in una radicale ripulita del proprio lessico, il potere delle parole si nasconde anche nel proprio etimo, nella possibilità di giocare con i diversi significati contenuti in un solo e singolo lemma. Come per il timore di sbagliare, possiamo smettere di aver paura degli spiriti pensando che alla fine uno spirito non è altro che un distillato alcolico. Oppure, riflettendo sulla composizione del verbo perdonare (che è uguale in molte lingue: per-donare, for-give, par-donner, ver-geben, per-donar, ecc.), possiamo più facilmente compiere un atto di perdono, che altro non è che un regalo, e arrenderci alla sua gioia sapendo che donare è una delle chiavi della felicità. Allo stesso modo possiamo renderci conto di essere coraggiosi e non pavidi come spesso abbiamo pensato, scoprendo che la parola coraggio deriva da due parole latine: cor-habere, e che alla fine essere coraggiosi vuol semplicemente dire “avere cuore”.

Riflettere sulle parole che usiamo, sulle parole che hanno a che fare con le nostre paure e i nostri meccanismi, può aiutarci a trovare una soluzione creativa per uscire da schemi mentali e comportamentali opprimenti. Ma non è solo questo. Il linguaggio che usiamo porta con sé un altro livello. Come parliamo non solo definisce cosa pensiamo ma dice anche agli altri che tipo di persona siamo, le parole che scegliamo dicono chi siamo e creano un mondo attorno a noi. Possiamo quindi anche pensare a un’etica del linguaggio e scoprire che per impegnarci nel costruire un mondo migliore può essere sufficiente ripulire la nostra vis retorica.

Aggiungo quindi tre semplici indicazioni a quelle già date da Giovanna:

  • scopri le parole che ti fanno paura, che ti mettono in difficoltà e prova ad approfondirle per poi smontarle o vederle da un nuovo punto di vista
  • se vuoi un mondo gentile, usa parole gentili
  • le parole non sono solo quelle che pronunci ma anche quelle che pensi (il linguaggio e il pensiero sono come l’uovo e la gallina: non sappiamo chi sia il figlio e chi il genitore)

L’ecologia del linguaggio è l’ecologia del pensiero, se a livello corporeo siamo quello che mangiamo, potrei dire che a livello sia psicologico che mentale siamo le parole che usiamo.

Vera Martinelli blog adf

Autore: Vera Martinelli

Credo nella precisione scientifica della pasticceria, nella mia amata Bologna, nell’epica dello sport, nella necessità di ozio, nei rossetti rossi, nei film francesi, in Cocò Chanel, nei fumetti di Little Nemo, nell’alchimia come sentiero di crescita personale, nell’importanza della musica inglese, nella ricerca continua, nei musical al cinema, nel cambiamento, nella supremazia felina, nei percorsi non lineari, nei whisk(e)y torbati, nella luce radente di Caravaggio, nell’ironia e nella leggerezza, in Gino Bartali, nell’assoluta perfezione di tutto ciò che a prima vista appare imperfetto, nella forza e nel suo lato oscuro, nell’almeno il 5% di buono presente in ciascun individuo, nella meditazione, nei passatelli in brodo, che la bellezza salverà il mondo, che la fantasia è un posto dove ci piove dentro e che la narrazione abbia un potere salvifico. Ho fatto molti lavori e alla fine ho capito che avevano tutti a che fare con le persone. Dopo anni di timori ho ammesso a me stessa che volevo che proprio le persone diventassero il mio lavoro. Sto cercando di diventare coach e mentre allevo un jedi e aspetto il secondo, studio psicologia perché il sapere non ha mai fine.

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