Pimlico – Capitolo 4

Io invece avrei bisogno di una doccia, perché puzzo come gli Ozric Tentacles, ma le nostalgie rock and roll mi costringono a rimandarla. Insomma, ho anche qualche difficoltà nell’ordinare cronologicamente gli avvenimenti che mi sono rotolati addosso negli ultimi mesi; sia per una completa confusione e per un black out che mi ha colpito, sia per l’ingente quantitativo di alcol che ogni settimana ingurgito e che non aiuta a tal scopo. Il fatto è che, se mi volto indietro, scorgo soltanto come si è ingarbugliato un gomitolo di lana purissima. Come si è infeltrita una vita di cachemire. Come è cominciata una storia particolare e astrusa, nata ponderando su queste stronzate, brancolando nel buio ed incapace di adattarmi appieno alla fine di un legame che si trascinava da mesi quanto la controparte era incapace di adattarsi al sottoscritto (dopo aver vissuto anni di intensa frenesia); perduto in casa fantasticando nei ritagli di tempo riguardo un improbabile comparsata che mi avrebbe proiettato, ma solo nelle mie migliori masturbazioni mentali notturne, a Domenica In, tra autentiche celebrità (Aldo Busi, Amanda Lear, Raf, Giò Stajano) affrontate con spavalderia e Benson And Hedges Blu. Mi vedevo entrare in studio, nel clou della trasmissione alle 19,00, accolto da ovazioni e sguardi languidi delle casalinghe annoiate, per l’intervista definitiva, quella che mi avrebbe consentito l’ingresso nello stardom. Con tutti quelli che mi conosco a spalancare gli occhi, da casa, fermando la forchetta o il bicchiere a mezzaria per avermi riconosciuto, senza riuscire a trattenere un: Quel bifolco! Guarda dove è andato a finire, sto deficiente. Chi gli avrebbe dato due lire, eh? A posto non è mai stato, chissà che tessera di partito ha dovuto prendere per arrivare in televisione. 

Scendere le scale dello Studio 5 di Via Teulada riempito di cerone dalle truccatrici, camminando indispettito – testa bassa, odio verso la folla ignara assiepata sulle poltroncine – prima di accomodarmi mollemente sulla sedia a me destinata e cominciare una filippica degna di Carmelo Bene. Avrei naturalmente preteso un camerino tutto mio, con alcune bottiglie d’acqua minerale, della frutta, un portatile e un thermos di caffè shakerato. Magari avrebbero dovuto riservarmi il camerino vicino a quello di Amanda Lear, ho un paio di cosette da chiederle che rimugino dalla metà degli anni Settanta.

Un sabato pomeriggio come milioni di altri cazzosi sabato pomeriggio, dopo essere ritornato a casa deluso dalla mancata annunciazione, essermi gettato a letto, rigirato per due ore costipato dai pensieri e rialzatomi come una molla, deciso a fare un ulteriore giro di pattuglia nella piazza principale di un borghesissimo capoluogo di provincia, preso d’assalto da centinaia di giovani. Occhi sbattuti, jeans stretti a causa della pancia e non a causa dei jeans, maglietta con l’immagine di Franz Kafka giusto per sottolineare il mio essere umbratile e per dare un alibi alla mancanza di stiratura, Adidas Gazelle ai piedi e sto cazzo di Domenica In in testa. Un sabato pomeriggio che non aveva nulla a che fare con l’agonizzante canzone di Baglioni e nel quale mi ero costretto a uscire per non rimanere ancora una volta in balia del più bieco umor nero. Solo, con l’unica compagnia di questi pensieri astratti, pieni di contraddizioni, di miele e appicicaticcio romanticume che avrei dovuto spurgare a breve, dacchè deleterio al massimo; pensieri che rimbalzavano da una parte all’altra del cervello giocando a pelota. Pensieri che aspettavano altri pensieri per riuscire a riempire e comprimere la mia scatola cranica.

Finchè, finalmente, accadde. A vederli sembravano italioti medi, con un’eccentricità appena accennata come le loro abbronzature, un’eccentricità che di solito ha il beneplacito delle pagine di Max, delle riviste patinate, dei servizi di Studio Aperto. Portafoglio gonfio, genitori liberali e permissivi, modello 740 nutritissimo, universitari di qualche specie esotica, probabilmente possessori di un blog modaiolo e di una bella pagina su myspace piena di pettegolezzi, consigli e foto artistiche che rimandano al loro Facebook. Italiani medi, belli, sani, sempre abbronzati, mondani; con gli scaffali della libreria sopra il letto ingombri di Eco, Alberoni, Dylan Dog e Fabio Volo. Che parlano di postmoderno, Nirvana, maddai!?, informale, gosh, bellastoria!, Londra, easy, aperitivi, tiggiuro! La classica gente che ti riempiva le classi durante le scuole superiori e che arrivava alle lezioni in macchina o col motorino, mentre tu dovevi sorbirti la puzza d’ascelle degli autobus zeppi di altri brufolosi zotici in piena esplosione ormonale come te; impietrito ogni mattina in un autobus con il risvolto dei jeans sempre cucito male, dei brutti pantaloni in svendita ma orgoglioso di poter sfoggiare la tua spilletta dei Pink Military che ti marchiava come un Sionista a Spandau. Compagni di classe spocchiosi che – alla fine dell’anno scolastico – ti chiedevano con affettata nonchalance dove avresti passato le vacanze, visto che loro avrebbero fatto tre settimane a Portofino e tre a Saint Moritz e tu, naturalmente, gli rispondevi che – forse – saresti andato in spiaggia qualche weekend, se il tuo amico Giulio ti avesse portato con sé in Vespa e se Simone avesse messo a disposizione il suo appartamento vista mare in quei merdosi anni settanta, dove già saliva la puzza di piombo e nebbia. Personaggi che  rendono vischiose le conversazioni, che affollano le piazze dei nostri capoluoghi di provincia il fine settimana, sorseggiando aperitivi alla moda. Proprio come adesso. Tiggiuro! Io invece ho sempre sperato di cozzare contro individui che mi citassero Mark Leyner, o William S. Burroughs. Il campionato di calcio inglese, RE/Search, Bob Morse (ma me lo ricordo solo io?), James Ellroy, Lio, David Lynch.

Io risparmiavo i soldi delle merendine per comperarmi i 45 giri, e non andavo in vacanza, perchè non avevo nessuno che mi ci portasse in quei merdosi anni settanta. Avrò passato si e no quattro o cinque weekend al mare con gli amici durante la mia tarda adolescenza, il resto era tutto un attraversare avanti e indietro l’arteria principale del paese imbattendomi ogni tanto in un gelato pronto a squagliarsi troppo presto pur di non rimanere in mia compagnia. Una vera vita rock and roll. Per forza a crescere in questo modo finiscono con il piacerti gruppi come i Death In June.

E’ esattamente in mezzo a questi pensieri che, verso le 18,30, andai ad urtare in maniera pesante, con la grazia di un Mister Bean qualsiasi e con un ritardo di quattro ore esatte, contro la Madonna Platinata e i due ladroni che adornavano la croce. Più esattamente contro quello che poteva sembrare il più mingherlino dei tre. Stavo pensando ad altro, e non mi si accendeva la sigaretta, giustificazioni più che plausibili per perdere la concentrazione motoria. Che sfiga la vita, vero? Mai quella altrui, sempre la propria. In un ombreggiato chiostro riconvertito a galleria di lusso, con il sottoscritto a barcollare tenendo in una mano un accendino ormai ai limiti e davanti alla fretta di innumerevoli persone cariche di borse, picchiai contro la spalla di Danny, perdendo accendino, sigaretta e arrotolandomi di mezzo giro come un derviscio rotante.

<Che cazzo fai, sei scemo?> questo il commento di Danny che ho ancora vividamente impresso nella testa. Me la ricordo benissimo la frase, ed ancor meglio il tono di voce acuto e penetrante. Avrei voluto essere Shaun Ryder o Bobby Gillespie in quel frangente, almeno si sarebbe giocato a scazzottate e sputi. Avrei potuto inginocchiarmi e recitare Majakovskii alla di lui accompagnatrice, invece ne sono uscito con un rossore di vergogna, balbettando <scusa…>, ed una occhiata a 360° che mi ha fatto assomigliare più a una versione coatta di Woody Allen che a un uomo maturo e leggermente sovrappeso. Risolini di scherno ed occhiate di sufficienza di mezzo chiostro a rovinarmi un intenso corso di shopping accelerato. Ridere di me. Stronzi. Però l’avevo notata. E stavolta da vicino.

Un Consiglio
http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/42120/pimlico/

Tre Parole

“Sono egoista, impaziente e insicura. Faccio degli errori, sono fuori controllo e a volte difficile da gestire. Ma se non puoi gestire la mia parte peggiore, allora sicuro come l’inferno non mi meriti quando sono al mio meglio” (Marilyn Monroe)

“Ho attraversato gli oceani del tempo per trovarti” (Dracula)

“Quando compro un libro io leggo l’ultima pagina per prima, così se muoio prima di finire so quello che succede. Questo amica mia è il lato oscuro” (Harry, ti presento Sally)

Dieci Suoni

Passage Enflame 1983
Metro Metro 1977
Ute Lemper Crimes Of The Heart 1989
John Cale Paris 1919 1973
Loredana Bertè Jazz 1983
Nico Drama Of Exile 1991
Godflesh Godflesh 1988
David Bowie Low 1977
TV21 A Thin Red Line 1981
Bloc Party Silent Alarm 2005

[Se vi siete persi i primi capitoli del romanzo di Michele Benetello, li trovate qui: Capitolo 1Capitolo 2, Capitolo 3]

Autore: Michele Benetello

Ex un po’ di tutto, vivo da participio passato in mezzo a un gruppo funzionale costituito da due atomi di carbonio legati tra loro con un doppio legame, e tre atomi di idrogeno derivato dall’etene (etilene) per perdita di un idrogeno. Si chiama vinile. Mi piacciono le conchiglie, i cani, l’inverno e Cindy Crawford. Se rinasco vorrei essere Johnny Dean nell’esatto istante in cui indossa la giacca da ussaro a Top of The Pops. Per ora mi accontento.

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