Pimlico – Un romanzo (capitolo 3)

At Home He’s A Tourist

Gang Of Four 1979

“Tutti i malvagi sono bevitori d’acqua, e lo dimostra il diluvio”

Louis-Philippe Conte di Sègur – Chanson Morale

 

Sono un prodigioso single oggi, un felicissimo esponente del club dell’autocommiserazione spiaggiato sul proprio letto pronto a fantasticare in maniera nostalgica e patetica sul suo battesimo rock and roll e su un culo che fa capolino ogni sabato pomeriggio alle 14,30 in punto. Uno che ieri sera si è ubriacato a tal punto da non ricordare nulla; uno reduce dal matrimonio, che ha condiviso per anni questo appartamento con una donna che pareva eterna e che invece aveva una data di scadenza impressa in ogni poro. Una donna, la mia donna. Che improvvisamente ha deciso che sarei stato molto meglio da solo. Lei. Lo ha deciso lei, perché le donne sono delle maghe, delle vere professioniste della donazione; sono incredibili nel riuscire a darti tutto ciò di cui – secondo loro – hai bisogno, anche se non lo vuoi. Soprattutto se non lo vuoi. Non si fanno domande, hanno la certezza in pugno e la mescolano con arguti sensi di colpa in un cocktail dall’alta gradazione alcolica. Può una donna resistere con te per anni e anni, romperti i coglioni per portarla all’altare, combattere per scegliere il viaggio di nozze e poi decidere che forse, anzi quasi probabilmente, non sei l’uomo della sua vita? Può una donna resistere con te per anni e anni e poi decidere che, anche se sei l’uomo della sua vita, non è il caso di continuare a vivere assieme? Certo che può. Può farlo, con sublime godimento, alcuni rimpianti seminati al posto giusto e tutta una serie di calcoli mentali che solo un’esponente di sesso femminile riesce a mettere in piedi, giusto in prossimità del Natale. Con tuo sommo disgusto e una nutrita serie di bestemmie ad esso correlate.

Ma come? E lo shopping natalizio assieme, la cioccolata con la panna durante la vigilia, le bottiglie di Southern Comfort e le risate condivise con una cerchia selezionata di amici quasi tutti miei? Il fottutissimo Capodanno di merda, sempre uguale e sempre diverso nella sua gloriosa mediocrità? I pranzi con genitori e suoceri in qualche agriturismo? Tutte queste cose meritano di essere buttate come ferri vecchi, arrugginiti, pronti per il tetano? E’ nella scelta della data che si è bruciata, avrebbe potuto estrarre dal cilindro il 18 Ottobre, o chessò il 27 Novembre, o il 13 Luglio, il 4 Aprile…Ne aveva di date a disposizione. Che mancanza di stile. Le avrei fatto passare anche un 5 Gennaio, magari in prossimità di un ponte lungo, stretto tra un’Epifania. Sua. Ma appena prima del Natale è crudeltà mentale pura; anche perché manco ha avuto il coraggio di scegliere la vigilia. No, nemmeno quello. Giusto una manciata di giorni prima, così hai tempo di arrostirti da solo a fuoco lento e arrivare alla mattina del sacro giorno in condizioni simili a quelle di Shane McGowan. Sarebbe stato più glorioso un bel falò emotivo durante la notte che già fu sì buia. Macchè, figurati. Troppa fatica, magari ci sarebbero stati problemi nel rimandare il pranzo del parentado con così poche ore di preavviso; perché è a quello che pensava, mi ci giocherei le palle. Bye bye, fai ciao ciao con la manina, Say Hello, Wave Goodbye. Ha preso e se n’è andata. Ironia della sorte proprio mentre stavo leggendo La Vita Istruzioni Per l’Uso di Perec, ancora appoggiato sul mio comodino, inerte e invaso dalla polvere. Quasi una coincidenza troppo bella per essere vera, perché a casa mia tre indizi fanno una prova. E comunque le istruzioni sono valide soltanto se la vita è ancora perfettamente integra, come le confezioni dei medicinali. Mentre la mia ha un difetto di fabbricazione e non si chiude mai completamente sul davanti. O forse è scaduta, ma la vita è come il tè inglese; e in ogni caso se lo fosse, io proprio non me ne sono accorto, visto che per me amare significa poco dolci.

Se n’è andata, semplicemente, senza manco impacchettare nulla che non fossero quattro borsoni da palestra o svuotarmi la casa. Quello l’ha fatto poi, con precisione chirurgica e a rate. No no, è stato tutto di una velocità meravigliosa, a ripensarci oggi: due parole e una manciata di lacrime. Il tutto senza frattura traumatica; non sono caduto dalle nuvole, niente Tu Quoque! o Cielo, Mio Marito!. Nemmeno un Puttana, io ti ammazzo! a dirla tutta, che non ci sarebbe stato male, anzi avrebbe dato una guarnizione rock and roll allo squallore di una coppia che si divide. Niente di tutto ciò; solo un progressivo andare alla deriva, e quando l’acqua ha incontrato una biforcazione abbiamo preso strade differenti. Con tutta la casistica delle devastazioni che ne consegue. Insomma, mi sono svegliato in compagnia e la sera stessa mi sono coricato da solo. Dando per scontato che i primi tempi sono sempre devastanti (mi ricordo il primo tempo Benetton – Limoges finale Coppa Europa di basket di qualche anno fa), han di buono che durano poco e servono per ripulirti da tutte le scorie e le abitudini che hai condiviso, dalle cose che hai comperato assieme, dai sentimenti che hai miscelato, dal cordone ombelicale che ti lega alla controparte. Devi imparare a tornare a ragionare e a decidere a metà, non c’è più un’altra persona che deve condividere le decisioni. Torni a fare affidamento su te stesso. E non è facile quando per mesi continui ugualmente a bramare per poterle dare una rapida occhiata e capire se è in buona salute; o chiederti almeno un paio di volte al giorno dove potrebbe essere andata a vivere, se è felice, se ti ama ancora, se ha qualcun altro sotto braccio. Se il mirino della Mauser è perfettamente a fuoco. Arrivi al punto che credi di non potercela fare, che la lotta sia impari. E la Fossa Delle Marianne della disperazione ti stringe la gola la domenica sera, mentre sali le scale di casa con un macigno nelle mutande e sulle spalle, guardandoti attorno sperando di vederla comparire come se nulla fosse successo, magari teletrasportata direttamente dall’Enterprise. Invece l’unica cosa che ti compare è l’angolo ottuso con il lunedì lavorativo a fare capolino. La morte chimica. Poi cominci a renderti conto che ci sono altre donne su questo pianeta, magari meno belle ed interessanti, magari sempre meno ma ci sono, e quella con la quale hai diviso una vita e che vedi periodicamente per la strada o in qualche pub non è la stessa persona che ti tagliava i capelli, ti toglieva le schegge dal palmo della mano, ti comperava i boxer o si chinava su di te. Anzi, cominci a ripensarci e a trovarla dura e rocciosa come le spalle di Kornelia Ender alle Olimpiadi di Monaco del 1972. E ti chiedi come hai potuto permettere che ti comperasse i boxer, ti tagliasse i capelli e condividesse le lenzuola. Una grande conquista, equiparabile ai primi passi di un neonato dai legamenti corti. Rimane un album di fotografie da sfogliare in particolari momenti o non sfogliare mai, senza l’assillo di quel maledetto cancro chiamato nostalgia. Mica roba da poco. E adesso, dopo avere sperimentato tutto ed essermi asciugato questa fetida lacrimuccia, dopo avere passato tutti i periodi dell’elettrocardiogramma della vita – dai più bui ai più luminosi – dopo essere diventato il Picasso delle responsabilità, adesso mi sento invulnerabile, nascosto e verme come gli acari accampati sui cuscini, pronto a buttare a mare questo odioso romanticiume.

Così passo i giorni chiuso in casa ed i week end facendo ricognizioni in cerca di una ragazzina che potrebbe essere mia nipote, per poi trovare refrigerio in una specie di rock club ai limiti della legalità, mentre l’ex signora suppongo conduca vita impegnata leccando ogni goccia della sua condizione da finta single, allacciando amicizie artistiche (o pseudo tali) ed evitando me ed i suoi precedenti amici come la peste. Eppure non provo rancore. Almeno non credo. Né io né la mia Mauser ben lubrificata proviamo rancore. Sto ancora vivendo i primi tempi quello sì, ma si allontanano ogni giorno di un giorno. Però talvolta affiora la voglia di sparire, visto che la tua importanza nel mondo è direttamente proporzionale alle cartoline che la gente ti spedisce a Natale o alle mail che ricevi. E se sembrano pensieri classici di un adolescente, io – anagraficamente – ne valgo due con il riporto di parecchio. Quindi posso continuare a farmi queste costruzioni euclidee ad lib. Sono single, e porto scarpe da tennis pur odiando il tennis. Nemmeno al club mi fanno entrare, nemmeno nei sogni del cazzo riesco a spuntarla. E si che sono i miei, di sogni, avrei il diritto di farne ciò che voglio. Anche delle fetide lacrimucce.

Sono uno strenuo difensore misogino dei diritti delle donne sigillato in queste cinque stanze, non troppo vicine al centro città ma ancor più lontane dal mondo; dove l’entrata ha un pavimento veneziano che ha visto giorni migliori, le cianfrusaglie si accatastano in un caos ordinato e si può trovare di tutto, avendo pazienza, come nelle mutande di Eta Beta: un vecchio mangiadischi scassato, un pacco di vinile accuratamente impilato, un appendiabiti, dei pacchetti di sigarette Wiarus (portatemi dalla Polonia), numerosi portacenere, due polverose mensole e un telefono. L’entrata è solo un pretesto per venire assorbiti dentro ad una casa, quindi perché darsi tanta pena nell’arredarla dopo che Kornelia è passata più e più volte per estrarne gli oggetti più interessanti? Non che in cucina vada meglio, una stanzetta lillipuziana praticamente intonsa ma con il suo bel corredo di aggeggi elettrici: dal frullatore, al microonde allo spremiagrumi automatico. Il solito piano cottura invaso da stoviglie, un frigorifero verde pastello, ghetto blaster da pochi soldi e un eccentrico calendario sulla parete, allegato ad un vecchio Melody Maker del 1994 dove compare un bel Vaffanculo in matita 2HB. Questa me l’ha lasciato con l’ultimo gesto di comprensione la soave mogliettina. Qualche mensola e qualche cassetto ad ornare la stanza e stivare la roba in sovrappiù. In ogni magione che si rispetti per avere una boccata di normalità bisogna sempre spostarsi in bagno, dove le piastrelle colorate danno una sensazione di fresco, e un capiente scaffale contiene decine di prodotti per l’igiene e la cura maschile, prodotti necessari per restaurare i miei doposbronze. Due Barbapapà occhieggiano dalla lavatrice, e sono stati l’ultima mia rivalsa, sottratti di nascosto alle sue rapaci e capienti sacche.

Per riavere un confortante sconforto bisogna far breccia nel salotto, ovvero – per me – soltanto il posto dove vanno a svernare le briciole e dove si possono accatastare i libri che non stanno più in camera. Ovvero i quattro metri scarsi per quattro chiamati dormitiorio coatto, assieme ad un inferno di riviste, ciabatte, vestiti sparsi, calzini volanti, cornici appoggiate ai muri e così via. Spolvero il giusto e cerco di tener pulita per quanto possibile la fotografia di una giovanissima Caterina Caselli che sovrasta il comodino e il letto, un aggeggio in ferro battuto che era sempre stato uno sfizio di entrambi e che mi è costato l’equivalente di un centinaio di copie di Komakino dei Joy Division. Preservativi non credo ve ne siano, e se per caso dovessero saltare fuori sono sicuramente divenuti vintage visto che al tempo Kornelia si impillolava e poi…beh…non che ci siano state chissà quali altre concupiscenti occasioni. Per sentirmi un po’ fiero di queste quattro mura devo sempre trasferirmi in quelle tre pareti stivate di dischi, cassette e compact disc. L’impianto stereo serio et costoso giace a fianco di una capace scrivania ricoperta di scartoffie, pennarelli, mozziconi di sigarette, altri libri, e un portatile Apple pieno di bypass. Ordinate in grandi pile sul pavimento ci sono pacchi di riviste. Un nulla sotto vuoto spinto, praticamente. Ma un nulla che riveste una sovrana importanza nell’economia della mia vita. Lo studio è la prova suprema che le donne devono superare per far breccia nel mio cuore, le Forche Caudine della tolleranza reciproca. Se, entrando, cominciano a lanciare qualche frecciatina negativa riguardo all’immensa mole di dischi e compact vengono freddate subito: <Quant’è che ci conosciamo, noi? Due mesi? Beh, loro mi conoscono, mi coccolano e mi accudiscono dal 1974 e non li scambierei nemmeno per una notte con Madonna periodo Justify My Love o una Grace Slick d’annata>. Che è una bugia, perché un pensierino sullo scambio lo farei eccome, magari mettendoci in sovrappiù Kim Wilde, che mi ha sempre fatto perdere la testa, e che – adesso che ci penso – assomiglia da matti a Monroe. Ma mica devo sempre dire la verità e tenere lo scudo nucleare installato.

In definitiva una casa che rispecchia bene lo spirito di un celibe al quale la magione è appena stata saccheggiata da una donna inferocita; un single che fa brutti sogni ed ha le contraddizioni tipiche di un’età che lampeggia ben oltre i quaranta e non vuole cambiare il led, segno che si mantiene ancora discretamente. Potrei sembrare un pregevole incrocio tra Fred Flintstones ed un illuminato professore trombapaperelle se non fosse per un incipiente pancetta e un fisico non propriamente da indossatore. Ognimmodo sono le ultime cartucce che mi restano prima di ammainare pisello e sensi, quindi è preferibile giocarsele al meglio finchè madre natura è benevola e distoglie lo sguardo. Non vorrei perdere l’attimo e ritrovarmi proiettato nel secondo mezzo secolo di vita costipato dai rimorsi. Che sono comunque sempre meglio dei rimpianti. Come quelli che mi stanno assalendo per non essere fuggito a Londra con i miei quattro bastardi preferiti a farmi di Vodka Tonic, Pimms, PizzaHut e spaghetti stracotti in qualche quartiere multirazziale, per poi fare incetta di aggeggi strani e plasticosi in tutti i sexy shop di Soho invece di stare qui a piagnucolare spulciandomi viscere, interessi, malattie e l’homunculus.

“Il malato è un veggente, nessuno conosce il mondo meglio di lui” Thomas Bernhard – Malanni e acciacchi che comunque si possono sempre improvvisare, diffidando da chi gode sempre perfetta salute, in genere è gente che muore giovanissima per qualche rarissimo morbo esotico. Resta il fatto che ho il pentimento magno per aver rifiutato il volo nella Perfida Albione con i quattro meticci, ma non potevo bigiare il mio sabato pomeriggio di pattuglia, ero di servizio che diamine. Saranno a Camden adesso, dopo aver messo a ferro e a fuoco i pub di Chelsea, le bancarelle di Brick Lane e il Ben Sherman Store e prima di prepararsi per qualche club davvero fico, con la loro scorta di popper pagato dalla carta di credito di Simone.

 

DAY IN DAY OUT
Milan Juventus
Pennarelli Penne a sfera
Blur Oasis
Pulp Blur
Manic Street Preachers Pulp
Menswear Manics
Vinile Compact Disc
Boxer Mutande
Londra Parigi
Basket Volley
Salato Dolce
W.S.Burroughs A.Ginsberg
Treno Aereo
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UK USA
Arsenal Tottenham
Ramones Sex Pistols
New Musical Express Melody Maker
Vodka Whisky

Un Consiglio

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/42120/pimlico/

Tre Parole

“Sei troppo in basso nella catena alimentare per fare lo sbruffone!” (L’era Glaciale)
“La musica era il mio rifugio. Ho potuto strisciare nello spazio tra le note e dare la schiena alla solitudine” (Maya Angelou)
“È meglio essere infelicemente innamorati che essere infelicemente sposati. Alcuni fortunati riescono in tutte e due le faccende” (Guy de Maupassant)

Dieci Suoni

Penguin Cafè Orchestra Music For The Penguin Cafè 1976
Bert Jansch Poor Mouth  1976
Donovan The Hurdy Gurdy Man 1968
The Replacements Let It Be 1984
Linda Thompson Fashionably Late 2002
Richard Hawley Lowedges 2003
Antony & The Johnsons I Am A Bird Now 2005
Steve Miller Band Sailor 1976
M.I.A. M.I.A. 2005
Tiny Tim God Bless Tiny Tim 1968

[Se vi siete persi i primi capitoli del romanzo di Michele Benetello, li trovate qui: Capitolo 1Capitolo 2]

Autore: Michele Benetello

Ex un po’ di tutto, vivo da participio passato in mezzo a un gruppo funzionale costituito da due atomi di carbonio legati tra loro con un doppio legame, e tre atomi di idrogeno derivato dall’etene (etilene) per perdita di un idrogeno. Si chiama vinile. Mi piacciono le conchiglie, i cani, l’inverno e Cindy Crawford. Se rinasco vorrei essere Johnny Dean nell’esatto istante in cui indossa la giacca da ussaro a Top of The Pops. Per ora mi accontento.

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