Pimlico – Un romanzo (capitolo 2)

Il restauro prende un attimo. Giusto il tempo di trovare una maglietta quasi pulita e dei jeans che non stiano in piedi da soli, inforcare un paio di occhiali e catapultarmi in centro città, pettinandomi per strada e cercando il parcheggio più vicino possibile ad un bel bar dove si possono mangiare gustosi stuzzichini crogiolandosi al primo sole primaverile. Un rituale del sabato, spesso con amici, sovente anche solo con me stesso. Panozzo con prosciutto crudo e rucola, tramezzino tonno e uova, mezzo litro di Pepsi che disinfetta le ferite alcoliche, caffè e Averna prima di sfogliare il quotidiano e sbirciare chi passa nel rilassante sabato pomeriggio. E’ diventato un rito, questo della colazione salata in pieno centro, un cerimoniale che non è fine a se stesso dacchè ha uno scopo occulto: veder passare figame di lusso, la donna più bella del mondo, o quantomeno della città. La Madonna platinata, il lucente oggetto del desiderio, la zompata definitiva.

Mi sono accorto di lei dopo qualche mese passato con amici ad aspirare Aperol seduti come messicani in siesta, con la Gazzetta dello Sport, gli occhiali scuri, nachos e salsine e qualche rivistaccia da yuppie sul tavolino, pronti a ravanarci l’homunculus ogni tre minuti e a fare gli zotici italioti sotto mentite spoglie e senza alcun imbarazzo. Dopo aver eletto a ritrovo sabbatico questo piccolo locale gestito da due sorelle tanto fisiognomicamente oscene quanto talentuose nel loro lavoro: poche pretese, buon cibo, posto strategico e gran plateatico. Doveroso quindi fermarci spessissimo – quasi sempre – per una capatina, finchè è divenuta consuetudine quando abbiamo cominciato ad accorgerci che alle 14.30, puntuale come le tasse, passava questa giovanissima dea dai capelli biondi, con un caschetto tra Caterina Caselli e Louise Brooks, due tette a sfidare la gravità e una bocca carnosa come quella di Beatrice Dalle. Talvolta accompagnata da due cavalieri e conscia di essere gnocca di quelle rilevanti anzichenò. Almeno da come occhieggiavano i suoi glutei.

Transitava, svoltava l’angolo e attraversava in fretta il ponticello prima di sparire oltre il fiume, verso i negozi del centro storico e la stazione, lasciandoci basiti e sollevando un gran polverone nelle nostre mutande. I soliti commenti idioti e decisamente poco nobili da parte nostra a sottolineare l’apparizione prima di tornare alla Gazzetta e ai salatini. Solo io evitavo di esprimermi, non per chissà quale forma estrema di gentilezza romantica, soltanto perché stregato da subito. Chiaro, non un colpo di fulmine da perderci senno, sonno e bave, questo no; non sono il tipo e se avvenisse sono talmente stupido che manco me ne accorgerei, tant’è che ai suoi primi due passaggi non ho nemmeno chiuso la Gazzetta dello Sport, dedicandole giusto un’occhiata e il poco originale soprannome di Monroe, prima di rimettermi gli occhiali da sole e rituffarmi null’aulico editoriale del fu Candido Cannavò. Che mi sono sempre chiesto se sia stato un tempo verbale, tipo il passato remoto di Cannavaro. Come che sia…Nessun colpo di fulmine, ma un temporalone che piano piano si è avvicinato, scoperchiando anime e facendo ribollire sensi, inducendomi a pensare che – se uno che comincia ad intravedere i cinquanta si invaghisce in maniera assolutamente platonica di una che dimostra metà dei suoi anni –  era un emerito cretino pronto ai guai e che avrebbe finito per fare soltanto la figura del vecchio fuori di testa e con la fava in riserva. Insomma, saranno anche stati buoni i tramezzini in quel bar, ma io ormai ci andavo solo per vedere la dea; con o senza amici. E mi sentivo oltremodo ridicolo per non riuscire ad alzarmi e fermarla la prima volta fosse passata da sola, magari solo per chiederle il suo fiore preferito o balbettarle una poesia di Majakovskij. Ah, sarebbe stato epocale alzarsi, raggiungerla trafelato e declamarle in pieno centro storico: un giorno ti prenderò, te sola o con tutta Parigi! Non avrebbe potuto resistere. Proprio no. Nessuna può resistere a Majakovskij declamato in centro città alle 14,30 di ogni sabato pomeriggio, cadrebbero nella rete anche Salma Hayek e le Slits al completo. Era caduta nella rete anche la mia bastardissima moglie, anni orsono, durante una lunga notte in un locale. Nel frattempo avrei dovuto resistere io e farmi passare questa immane e pericolosa stronzata al più presto.

Invece ogni volta aspettavo il passaggio, fumando una sigaretta dopo l’altra prima di pagare e tornare a casa. Proprio come adesso, con la differenza che il caldo comincia a farsi sentire e con esso mille domande visto che – per la prima volta – di lei nemmeno l’ombra. Un ritorno a casa mesto come quel Natale in casa Malavoglia, con mille congetture in mente e la consapevolezza che il mio stava diventando un comportamento oltremodo stupido e al limite del ridicolo. Avrebbe potuto denunciarmi perché la pedinavo, sempre se ne fosse accorta; oppure non ci sarebbe stato nulla da ridire se i suoi due accompagnatori, che una volta avevo sentito appellarli Banana e Danny – uno dei quali, mi sarei giocato la maglietta dei New Order, era il fidanzato – si fossero presentati al mio cospetto per minacciarmi o buttarmi nel fiume. Di sicuro non è assolutamente possibile che uno di nove lustri abbondanti si faccia mettere in ginocchio da queste situazioni adolescenziali. Tutte fregnacce che mi orbitavano attorno queste; e che una volta oltrepassata la porta di casa ed essermi lasciato sgonfiare sul letto, avevano preso pieghe diverse, con particolare predilezione per come era cambiata, nel corso degli anni, la percezione dell’adolescenza nelle generazioni.

La mia era stata sciocca e a senso unico fino a quando vidi i Ramones. Su Odeon, trasmissione RAI che ancora ricordo con smuover di ormoni e lacrimucce. E’ giusto allora che il rock and roll mi è entrato nel dna e mi ha salvato la vita – questa è una delle poche certezze che ho – condizionandomela in maniera irreparabile; mi ha avviluppato come gli usurai fanno con le loro vittime ed io, perennemente in colpa, ho cercato di supportare a più non posso il maggior numero di gruppi possibile. Potrei anche quasi ricordarmi la data esatta, sbagliando approssimativamente di un paio di mesi, non di più: Ottobre 1978. Quello il preciso momento della conversione sulla Via di Damasco. Prima di allora non avevo assolutamente mai avuto la minima idea che quelle sequenze di accordi potessero arrivare così lontano e scavare solchi così profondi. Avevo sempre creduto che il pop sfornasse cose alla Norman Greenbaum o Les Humpreys Singers, che folleggiasse su Simon Says o Happy Together per poi avvilupparsi su Umberto Tozzi, Genesis  (Follow You Follow Me mi piaceva, adesso lo posso ammettere), Emerson Lake & Palmer, Alice Cooper, ecco. Invece lo shock anafilattico che mi derivò dal vedere quei quattro teppistelli americani suonare She’s The One, I’m Against It e Don’t Come Close mi cambiò la vita. Per sempre. Avevo sentito di queste cellule tumorali che stavano bruciando Londra chiamate Sex Pistols, mi piacevano ma non ne andavo pazzo. Ci vollero i Ramones e la loro aria da Beach Boys dei bassifondi, da Regine del jeans stracciato per folgorarmi la vita. Più di Monroe, che oggi non è passata e che mi è costata abbondanti Averna con ghiaccio sullo scontrino.

Provo un’autentica soddisfazione quando bands sfigate, sull’orlo della denutrizione da charts dopo anni di frustranti gavette, arrivano al successo planetario, così come mi cruccio oltre il dovuto se qualche dotato gruppo ha in cantiere un singolo strepitoso ma è costretto ad arrendersi all’indifferenza del pubblico. Mi amareggio quando sfiorano il successo di massa e poi – a poco a poco – tornano in un disperato oblio. Vorrei che tutti avessero le royalties copiose. Sono il buon samaritano della musica giovanile, un santone con le impronte digitali che sembrano i solchi di un quarantacinque giri. Il rock and roll è un virus mutante, che ti si insinua sotto pelle e non si stacca più; si auto feconda in progressione geometrica ed in breve tempo rimani contagiato per tutta la vita. Valgono a poco le suppliche e le terapie di mogli insoddisfatte, figli rancorosi, genitori spazientiti, amici, superiori poco inclini a comprendere. Non servono nemmeno test o analisi di laboratorio per controllare se sei stato contagiato. Ce l’hai scritto in faccia, stampato sulla pelle quasi fossi un lebbroso. Ti riconoscono subito, sei come un sopravvissuto dopo l’olocausto nucleare. E se qualcuno credeva che la tua passione fosse paragonabile ad un’eruzione cutanea giovanile – tipo l’acne – si sbagliavano di grosso.  Tutti, e magari te stesso per primo, vogliono sempre farti credere che si tratti di una passeggera infatuazione adolescenziale verso il dorato mondo della pop music, tutto lustrini, paillettes, groupies, moneta sonante, adolescenti bagnate e mutandine sul palco. Poi, improvvisamente, ti accorgi che ci sei dentro e la scuola, il lavoro, la carriera, le donne passano in secondo piano quando si parla di novità discografiche, centinaia di chilometri per vedere un concerto assolutamente ininfluente o Fiere del Disco. Arrivi quasi a spasimare un San Patrignano adatto a quelli come te. Ma non c’è nulla da fare, sei rock and roll positivo, Dio t’abbia in gloria.

Il fatto è che con gente come noi ci sono dei problemi contingenti non da poco, e quasi tutti al limite della normalità cerebrale; problemi che sarebbe meglio non divulgare in giro per non finire in qualche istituto, magari sedato e con la camicia di forza. Problemi riassumibili con le seguenti questioni: una notte con Jenny McCarthy o la prima stampa di I’ll Manage Somehow dei Menswear versione apribile, duemilacinquecento copie di tiratura con badge annesso? Una crociera gratis di un mese nel Mediterraneo con Monica Bellucci come geisha o pioggia e fango a qualche festival inglese per settanta sterline a vedere delle band che domani nessuno ricorderà? Valeria Marini come scendiletto o polvere fino all’avambraccio in qualche sottoscala londinese pieno di ellepi a una sterlina? Un mese ad Ibiza tutto spesato o Tigermilk dei Belle And Sebastian originale in vinile? Già li vedo i quattro o cinque malati che hanno avuto un attimo di esitazione o sono andati in panico prima di rispondere; li vedo e li comprendo. Mi immagino anche quelli che potrebbero avere delle obiezioni, ma solo perché dei Menswear o dei Belle And Sebastian interessa una emerita cippa e preferirebbero sostituire quei nomi con altri più consoni al loro sentire. Sta di fatto che, se appena sbocci dalla pubertà e preferisci risparmiare ogni sudato centesimo per comperare i quarantacinque giri all’ombra delle fanciulle in fiore, piuttosto che toccare le sboccianti tette della tua compagna di banco, allora quel maledetto virus dopo lunga incubazione t’ha colpito. E faresti bene a trovare subito un antidoto (la gnocca può servire agevolmente a tale scopo, se assunta in dosi massicce) se l’idea di prendere l’autobus e fiondarsi fino in città per cercare il Melody Maker (Dio l’abbia in gloria) o il New Musical Express come un drogato ti fa paura. O se temi come la peste i pellegrinaggi in tutti i negozi dell’usato, magari con l’orecchio sinistro sempre incollato alla radio, sperando di sentire i Ramones ululare: “Do you remember lying in bed, with your cover pulled up over your head, radio playin’ so no one can see…”.

Ho qualche bel ricordo del rock and roll che passavano alla radio, almeno quel poco che si poteva sentire a cavallo tra gli anni settanta e gli ottanta: qualche timida trasmissione da carbonari, da cospiratori occulti, condotta da sfigati avanti con l’età come sono io adesso su qualche sfigata ma grandiosa radio libera. Nessuna MTV, nessuna Videomusic, nessun rock club ad attirare adolescenti. Nessuna libertà. Non andava di moda nulla, a parte i Bee Gees e Grease. Non so nemmeno se la trasformazione tra balere e discoteche era già avvenuta. Nemmeno la moda era di moda, tanto che erano in auge quei jeans stile paggetto medievale chiamati Ball che avevano un prezzo immorale e facevano sembrare un clown chi li indossava. Orrendi. Roba da suicidio o castrazione chimica. Eppure era sempre meglio di adesso, con l’aere narcotizzato dal nulla e da quei gargarismi che chiamano hip hop.

Non avevo nemmeno un’impianto che si potesse definire tale, solo una radiolina portatile che sottraeva ore allo studio e con la quale poter scoprire assieme a Giulio i Passage, Ludus, Echo & the Bunnymen, Liverpool, Sheffield immaginandoci dominatori dalla copertina di Sounds, impermeabile sgualcito e sigaretta in bocca, io che manco fumavo allora. E fuori, chissà perché, pioveva sempre. Ho sempre ricordi piovosi, io. Pioveva oltre le sottili lamine di vetro delle mie finestre, pioveva sopra i miei libri di geografia, sopra il tavolo della mia cucina, sopra i miei capelli lisci, sopra il mercurio liquido che si stava accorpando per formare l’anima di un adolescente. Deve provenire direttamente da quegli anni il mio rapporto di odio e amore con la radio, da quell’adolescenza meravigliosamente brutta e nefasta dove la scatolina magica era un punto fermo. Punto fermo che oggi è scemato a causa degli stolti che ne hanno ripulito in maniera chirurgica tutta la poesia. La radio, nei tardi anni settanta e nei primi anni ottanta, ha avuto un impennata qualitativa intensa, magari anche spesso ingenua, ma che poteva contare su autentici personaggi che dedicavano anima e corpo a quel mezzo che oggi pare superato dalla bulimia televisiva. Trasmissioni davvero di classe e gusto, a qualsiasi a ora del giorno e della notte, un livellamento in positivo riguardo la commerciabilità dei prodotti da passare e competenza ai massimi livelli. Questo era l’etere in quegli anni, un mezzo per tutti quelli che avessero davvero qualcosa da dire e da proporre. Non quella dei dementi che sputano il nulla tra un pezzo squallido e l’altro, che fanno battute davvero idiote, che hanno relegato l’FM in una riserva di pochezza davvero fastidiosa condita da una pronuncia perfetta. Un unico, interminabile spot pubblicitario interrotto da qualche cagata hip hop dietetica e anti smagliature che io, cinico e baro come il destino, sono venuto a risanare grazie ad un giochetto di mia invenzione che chiamo Ora Ti Frequenzio Io.

Mi spiego: due volte alla settimana, puntuale come le sit-com e i reality, prendo il telefono e – novello Paperinik – comincio a tempestare queste fottutissime emittenti private di richieste assurde, fingendo di essere la casalinga della porta accanto, la commessa querula, il rappresentante bloccato in auto o l’universitario in pausa studio. Gioco divertentissimo, quasi quanto rubare le caramelle ai bambini fosse ancora facile rubare le caramelle ai bambini senza finire accoltellato, o fare lo sgambetto ai preti senza che costoro – cadendo – ti fottano il portafoglio. Facile, anche: ti sintonizzi su una stazione particolarmente fastidiosa, ascolti per dieci minuti il palinsesto, senti l’oca o il babbeo che conduce, prendi il telefono e cominci a sparare: <Ciao, complimenti per la trasmissione, siete grandi! Volevo fare una dedica, posso?> per prima cosa va fatto il complimento, è assolutamente essenziale metterlo ad inizio telefonata, poi camuffo un po’ la voce, rendendola idiota, giusto per essere creduto.

<Ciao, grazie per i complimenti. Chi sei? Da dove chiami?> Se arrivano a qui hanno abboccato, è fatta. <Sono Rubens Stfflccco, chiamo dalla provincia di Udine, volevo dedicare una canzone a Isidoro Ducasse, un mio amico dell’autoscuola di Thiene>.

Ho cinque nomi che uso ad intermittenza: Staffilococco Rubens è il mio preferito, sembra quello di un cartone animato, scivola bene tra il palato e le guance ed ha una perfetta allitterazione. Lo sfoggio quando sento che lo speaker è particolarmente ottuso o la radio particolarmente grossolana. L’importante è non scandire bene Staffilococco, mangiarsi le vocali, altrimenti cominciano a fare domande e si perde l’attimo; bisogna trascinarlo quel tanto che basta affinchè prenda una parvenza di cognome, poi non lasciar loro troppo tempo per soffermarsi a pensarci e sparargli Rubens tra capo e collo. In genere demordono. Gli altri nomi che uso sono: Francesco Zapphalà, con l’acca tra la pi e la prima a, che li manda in crisi; Garfield Cuttings, dove faccio un piccolo accento inglese e chiedo The Lovecats dei Cure; Emanuele Nuele e Alfredo Di Stefano. Non funziona sempre, certo; ogni tanto trovi qualcuno che capisce, soprattutto quando uso quest’ultimo trucchetto. Generalmente scoppia una risata e mette giù la cornetta. Spesso però si può andare avanti almeno cinque minuti:

<Mi ripeti il cognome per cortesia?> Sono gentilissimi, sempre. Questo bisogna ammetterlo, ti immagini persino l’alito che sa di dentifricio quando ti rispondono, tanto sono soavi; come questo babbeo qui, che mi sto lavorando anche se è un tardo pomeriggio del sabato, ma qualcuno dovrà pur pagare la mia delusione per la mancata apparizione delle 14,30, e quel qualcuno è lui.

<Mio oppure di Isidoro dell’autoscuola?> mai dimostrarsi troppo svegli, altrimenti cominciano a sospettare.

<Di Isidoro, grazie>

<Ducasse, Isidoro Ducasse: Domodossola, Umbria, Cagliari, Ancona, Sveglia, Sveglia, Empoli>

<Quante volte sveglia?>

<Due, mi raccomando> io mi chiedo se fanno apposta o se proprio non ci arrivano, sembra davvero una gag da Rete4, una cazzata da Bagaglino.

<Ok, preso nota. Di dov’è l’autoscuola?> teutonici, questi. Duri di comprendonio ma teutonici nella precisione.

<di Thiene>

<Ok. Che canzone richiedevi?>

<Mi piacerebbe molto ascoltare quel bel pezzo degli Agnus Frenzy, sai…orpo, non mi sovviene il nome, ma voi lo sapete di sicuro, dai…quella che fa…aiutami…dai. Mi pare l’abbiate messo su anche un paio d’ore fa>

<Forse era nell’altro programma. Come hai detto che si chiama il gruppo?>

<Agnus Frenzy. Con la ipsilon finale su Frenzy, sai quel pezzo che è in classifica in questi giorni, cantanto da quella bella negretta, mezzo rap ma mezzo anche no. Hai presente?> Non ha assolutamente presente, perché gli Agnus Frenzy non esistono, anche se ultimamente sono tra i più richiesti – da me – nelle radio della zona, ma non può dire di non conoscerli. Non può. Però deve comunque cadere in piedi <Ah, ho capito, certo! Ok, vedo se trovo il cd perché non so se ci è già arrivata la copia promozionale>. Come no, vedi pure. A presto.

Una volta ho usato Luce Caponigro, ho fatto la voce in simil falsetto ed ho chiesto di dedicare una canzone ai miei colleghi dell’Osram. I Fiat Lux, qualsiasi pezzo. Il bello è che ce l’avevano pure. Mi hanno messo Secrets, ma secondo me si sono scaricati l’mp3 in tempo reale per non far brutta figura, era un’emittente piuttosto grossa. Naturalmente non hanno assolutamente annusato l’inghippo, visto che Luce Caponigro è il vero nome di Selèn.

Due volte alla settimana mi dedico a questo innocuo passatempo, scarica le tossine e ti induce alla risata per ore; puoi chiedere quello che preferisci, puoi sbizzarrirti a creare il tuo Pantheon pop in pochi minuti. Finora ho già inventato due gruppi hip hop italiani (i S-Atolli e i C-Afoni), una boy band (i Fun Cool), un rapper della Florida (Fuck Simile) e quattro squinziette Namibiane di diciassette anni prodotte da Trevor Horn, le Deep Throat. Meglio se comincio a depositare i nomi all’Ufficio Brevetti, non si sa mai. Appena posso, generalmente di Martedì e Giovedì, ad orari variabili ma quasi sempre verso l’ora di cena, io sono aggrappato alla cornetta, cercando di rimediare ai mali del mondo partendo dalle radio private, perché la vera rivoluzione comincia dal salotto di casa.

Immagino però che a questo punto vi spetti saperne di più, ora che è finita, riguardo tutta questa storia che manco io so come può essere iniziata.

 

Un Consiglio:

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/42120/pimlico/

Tre Parole:

“La vita è per il 10% cosa ti accade e per 90% come reagisci” (Charles Swindoll)

“Avete notato? Oggi nessuno fa più un lavoro, tutti fanno qualcosa di artistico” (This Must Be The Place)

“Rispetto un regime di droghe piuttosto rigido per mantenere la mente flessibile” (Il Grande Lebowski)

Dieci Suoni:
Isaac Hayes  Shaft  1971
Saint Etienne Tales From Turnpike House   2005
Don Letts Dread Meets B-Boys Downtown 2003
Close Lobsters Foxheads Stalk This Land 1987
Infadels We Are Not The Infadels 2005
The Kinks Live At Kelvin Hall 1967
Soulwax Any Minute Now 2004
Jean Claude Vannier Jean Claude Vannier 1976
Kaiser Chiefs  Employment 2005
B. Blanca & King Creoles Volume 4 1967

Autore: Michele Benetello

Ex un po’ di tutto, vivo da participio passato in mezzo a un gruppo funzionale costituito da due atomi di carbonio legati tra loro con un doppio legame, e tre atomi di idrogeno derivato dall’etene (etilene) per perdita di un idrogeno. Si chiama vinile. Mi piacciono le conchiglie, i cani, l’inverno e Cindy Crawford. Se rinasco vorrei essere Johnny Dean nell’esatto istante in cui indossa la giacca da ussaro a Top of The Pops. Per ora mi accontento.

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