Pimlico – Capitolo 8

[Se vi siete persi i primi capitoli del romanzo di Michele Benetello, in fondo al post trovate i link alle puntate precedenti] 

 

She’s A Rainbow

Rolling Stones 1967

 

“Per lo meno i sadici non sono indifferenti alle sofferenze che provocano”

Nathalie Clifford Barney – Pensieri di un’Amazzone

 

È una curiosità che non devo attendere settimane per soddisfare quando, esattamente 150 ore dopo, mentre sono in coda alla cassa di un negozio di cianfrusaglie del centro, mi passa davanti per chissà quale curioso caso del fato, rubandomi il posto senza degnarmi di uno sguardo. Anzi, a dire tutta la verità un’occhiata me la lancia, ma è piena di ribrezzo, disgusto e malcelata spocchia, un occhiata di quelle che spendi quando vedi un ragno grande come una noce moscata che passeggia indisturbato sulle pareti di casa. Coglie nel segno, perché mi incenerisce e non ho il coraggio di dire nulla; resto in assoluto silenzio e deglutisco il deglutibile facendo finta di guardare altrove. Non fa una piega, si appoggia alla cassa, estrae il bancomat, paga, mette tutto in un sacchetto e se ne va, lasciando solo una striscia di profumo che conosco bene e che mi scombussola l’inguine; sono quasi sollevato quando è il mio turno, non è più nei paraggi e posso continuare la mia mattinata senza sentirmi il Golgota addosso.

Ma non va bene così, non è possibile essere così accidioso e insensibile, lasciandole il ricordo di aver approcciato un tanghero all’ennesima potenza. Non è una bella cosa quella che ho detto, soprattutto se pensiamo a cosa avrei potuto farle se fossi riuscito a salire sulla sua auto. Osceno è anche il ricordo che le ho impresso a fuoco e che difficilmente si scrollerà di dosso se non rimedio in qualche modo. Lascio le due cazzate che ho in mano sopra il banco, chiedo scusa alla commessa e mi fiondo fuori cercandola con lo sguardo. È a 200 metri, sotto un portico, che parla con una sua amica, raggiungibilissime in poco meno di venticinque secondi per uno che ha una discreta tenuta, un minuto e quaranta per chi, come me, fuma almeno 40 sigarette al giorno. Ce ne metto due, di minuti, a causa del sole e di una scarpa slacciata, arrivo zoppicante, a perdifiato e recito la giaculatoria “Ti prego di scusarmi per l’altra sera sono stato maleducato e volgare ti ho offeso non volevo non sono qui per recuperare chissà quale rapporto soltanto mi sarei pentito per anni nell’aver fatto una figura simile non volevo lasciarti un mio ricordo negativo ti prego davvero di perdonare quella mia frase infelice non la pensavo volevo soltanto essere spiritoso ed ho finito per essere un uno zotico un tanghero un cafone uno screanzato buzzurro scusami scusami scusami”. Quando ho finito mi sento Majorca, riprendo fiato come quando finivo di recitare le poesie alle elementari. Resta sorpresa mentre si volta per un millisecondo verso la sua amica, un millisecondo nel quale due donne riescono a scambiarsi quattro gigabyte di informazioni, alla loro velocità. La sua amica mi guarda e sorride, io mi presento mentre lei si dilegua lasciandoci soli.

Continuo: “Sono emozionato scusa, volevo far finta di nulla e lasciare che le cose andassero per il loro verso come il nostro passeggiare per questa strada, ma non sarei stato in pace con la mia coscienza. E nemmeno con te. Non ti meritavi una frase simile, non sono stato accorto nel sputarla. Perdonami, giuro che non ti avrei più molestato, credimi”.

Ok, ma dì qualcosa adesso. Ho finito. Si porta soltanto una mano alla bocca, quasi volesse sfiorarla, e poi comincia: “Dovevi solo provarci, a molestarmi, e vedevi che ti accadeva. Sembra quasi tu abbia un ruolo da recitare, dentro quel locale, è come se all’ingresso ti diano un’armatura da indossare per tutta la sera, e tu la abbini a tutte quelle stupide cazzate che la gente vuole sentire da te. Mi hai fatto cadere le braccia con quella frase, non potevo ammettere di avere sbagliato a farmi un’idea sulla tua persona, io in genere ci azzecco. In sé era una cosa da nulla, a dir tutta la verità, ma non potevo lasciartela passare. Non a te. Ti atteggi tanto a gentiluomo e poi cadi su delle piazzate simili. Odioso”.

“Quindi?” è una domanda che sorge spontanea.

“Quindi…cosa?”

“Quindi abbiamo risolto la faccenda? Devo andarmene? Nessun rancore?”

“Non ho nessun rancore, non l’avevo nemmeno prima che tu mi fermassi per scusarti, ma ho apprezzato molto il gesto”.

Anche io ho apprezzato molto il mio gesto, soprattutto perché so quanto mi è costato in termini di violenza psicologica. Credo che ora sia il caso di progredire con il nuovo rapporto fisico-spirituale che stiamo ricontrattando, visto che entrambi siamo in attesa di una mossa. Quando si scopa, dunque?

“Ok…Quindi?” proseguo fiducioso e mi preparo la punizione dal limite prima che riesca a piazzare la barriera.

“Ma quindi cosa!?”

Respiro a lungo e credo di diventare rosso come la bandiera della Turchia, ma non posso lasciare che vada in fumo anche questa possibilità; è la terza, quella definitiva. Non posso farla fuggire anche stavolta, devo provarci “Quindi se io in questo preciso momento, poniamo caso, ti chiedessi di fermarti a pranzo con me, tu come reagiresti?” non so se sto solo muovendo la bocca o se esce anche del sonoro.

“Tu chiedimelo, e poi vedi” lo sa di avermi in pugno, ora scommetto che mi farà diventare pazzo per qualche giorno prima di decidere come muoversi. È sempre più difficile, ma ci provo “posso invitarti a pranzo, qui ed ora?”. Io il dado l’ho gettato, scottava.

“Mi dispiace” abbozza un sorriso “non ti sto prendendo in giro, devo passare a prendere mia madre, ho già un impegno con lei. Mi spiace davvero”.

Bastarda dentro, si diverte a farmi schiattare le arterie; credo si senta nitidamente il rumore del mio cuore che cade sul selciato e salta in mille fragorosi pezzi. Era un cuore swarovski nuovo di zecca, comperato con i risparmi di una intera vita di sofferenze. Resto inebetito, quando lei continua “Ripeto, non ti sto prendendo in giro, devo veramente scappare, ma a cena sono libera. E sarei felice di uscire con te”. Felice, uscire, te. Parole che assieme si colorano come sorbetto al limone, come una granita siciliana. Il mio cuore si ricompone, riprende colore e dal selciato zompa dentro la cassa toracica con un urletto isterico a stento soffocato “Fantastico. passo a prenderti io, così facciamo un’uscita ufficiale?” non ho mai detto fantastico prima d’ora, è la prima volta che uso quella parola in quasi cinquantanni di età, non mi sta benissimo tra le labbra, mi fa fare la figura dei miei coetanei Briatorizzati.

“Perché no?” si rabbuia e riprende “Anzi no dai, meglio di no. Ci troviamo direttamente in centro sulle otto e mezza/nove, decidiamo dove cenare e poi andiamo al Joy” e…poi? Vorrei chiedere, ma visto le mie ultime uscite meglio chiudere il becco, morsicarmi la lingua e fare domande ovvie “Per me va bene. Dove ci troviamo?”

“Che domande: qui”.

Passo metà del pomeriggio a lavare la macchina, evento eccezionale che accade in prossimità del Natale e poi in maniera assolutamente random un altro paio di volte durante l’anno. Lucido, passo, deodoro e strofino ogni anfratto degli interni, poi mi blocco in un bagno di sudore e penso che potrei sembrare il burino della domenica, quello che pianifica in maniera ossessiva la sua giornata, quello che esce con l’auto lucidata e tirata a nuovo solo nel week end. Lascio il lavoro prima della fine, con i sedili posteriori a reclamare la loro dose di pulizia, gelosi, e mi tuffo in una rasatura maniacale, a metà della quale mi verrebbe voglia di passare quel rasoio sulla carotide pronto a realizzare con sconsolata disperazione che, se esci con una donna e entrambi siete single, i sedili posteriori sarebbero i primi ad andare puliti. Da ciò evinco anche la mia scarsa dimestichezza con uscite automobilistiche di sesso femminile. Ma io sono un coglione, e da me dovevo aspettarmelo. Cerco di rimediare alla meno peggio, asciugandomi il viso ripulendolo dal pelo in svendita e inserendo in un enorme sacco per le immondizie il piccolo pianeta di cianfrusaglie che orbita nei sedili. Un giro di aspirapolvere, due di spray anti tabacco – che puzzano più della nicotina – e sono pronto a finire l’opera barbuta. Sono le sette delle sera, a novanta minuti dal topico appuntamento quando, spossato, finisco la rasatura, passo ad inondarmi di creme il volto e a scegliere un abbigliamento adatto che non sia troppo eccentrico (non va bene per i ristoranti), troppo da cinquantenne (non va bene per me) e nemmeno troppo sciatto (non va bene per Monroe). Ovviamente arrivo all’appuntamento stanco e sfibrato dalla tensione che si stempera con l’andare della serata. Cena magnifica, davvero da fuochi d’artificio. Il ristorante è piccolo e gradevole, bambini urlanti o maleducati con genitori urlanti e maleducati al seguito non ve ne sono, la saletta dove ci hanno fatto accomodare è di una tranquillità estrema, i gamberoni al sugo che ho preso meritano un Nobel e le sensazioni si ammorbidiscono con il procedere delle portate. Parliamo di tutto, come due vecchi amici più che due pronti a tuffarsi ognuno nei liquidi dell’altra: lei mi illustra la sua famiglia, io non le illustro ciò che resta della mia, mi racconta qualche aneddoto scolastico, i corsi che sta seguendo in facoltà, mi chiede a sprazzi di cosa mi occupo, dei miei hobby, ecc…La classica cena tra due che potrebbero finire a letto da un secondo all’altro o che sono soltanto amici. Magari potrebbero finire anche in bagno a fare acrobazie prima del caffè. Credo di non essermi sentito così bene dal goal di Dejan Savicevic al Barcellona o dalla prima volta che sono entrato al Record And Tape Exchange di Notting Hill; sono rilassato, fresco, elettrico, pieno di vita, disteso, mi brillano gli occhi dalla felicità. Manco so se ci arrivo al caffè vista la frequenza con la quale arrivano ottime bottiglie di vino rosso. È terapeutica questa ragazzina, che continua a ridere.

“Perché ridi? Avremo passato assieme nemmeno due ore in tutto questo tempo e ridi di me? Pensavo fosse una bella serata”

“Rido perché ti vedo alticcio, perché sì… è una bellissima serata, e perché si sta sciogliendo il mio nervosismo. E pure il tuo, pare.

“Non sono assolutamente ubriaco”

“Non ho detto… ” la interrompo: “lo so, ho sentito… Hai detto alticcio, un termine abbastanza datato, tra l’altro”.

“Mister Alticcio, abbiamo due ore prima che il Joy apra, stiamo qui ad ingurgitare dolci e grappe oppure facciamo qualcosa d’altro nel frattempo?”. Sorriso malizioso e occhioni luccicanti. Sono furbe le donne, miei cari; quando fanno così probabilmente manco si riesce a toccarle. In ogni caso: così facile? Già fatto? E chi si ricordava più tutti i rituali… Panico. Mi serve Lino, o Simone, o Giulio. Anzi no, meglio Lino; devo parlargli tout de suite, ultimamente è lui il mio genio della lampada, il mio ching personale, la mia guida spirituale; l’uomo con la risposta giusta a tutti i quesiti. Dovrei interpellarlo. E dire che lo conosco da così poco e che ha un’indole completamente all’opposto del sottoscritto, saranno due anni che ci frequentiamo piacevolmente – ovvero da quando si è trasferito qui – pur non avendo nulla in comune, visto che lui ascolta roba tipo Alice In Chains e Stone Temple Pilots, si fa dei cd per l’auto e qualche volta sconfina nei Misfits… come faccio ad accompagnarmi a simili individui? Invece, strano a dirsi, anche i fans di quelle barzellette urticanti – non mi riferisco ai Misfits, Danzig è grande – possono essere persone meravigliose. Con Lino ci sono taciti patti di non aggressione: rimaniamo anche settimane senza vederci, frequentandoci solo occasionalmente per telefono; insomma ognuno fa ciò che più gli pare.

Non fa parte della cerchia dei miei amici storici, quelli che mi porto appresso dalle scuole elementari se non prima; lui è entrato nella cerchia del bar soltanto da un paio d’anni, ovvero da quando si è trasferito per lavoro da queste parti. Non ho mai visto Lino con una donna per più di un paio di giorni, non perché non frequenti compagnie femminee, soltanto per una sua idiosincrasia nel presentarle al mondo, perché non è raro vederlo sbucare dal parcheggio del Joy mentre si sta allacciando i pantaloni. Chissà che ci fa con le donne, lui che ne è pieno senza mai darlo a vedere.

Lino, anni 43, fedain del matrimonio – ne ha due alle spalle se Radio Serva può essere attendibile – Golf rossa piena di pacchetti di sigarette vuoti, ultra rasato, fisico da portuale di Liverpool in rivolta, carta moschicida per ventenni timorate di Dio (due parole e le lascia sul marciapiede tramortite. Un grande, in un certo senso…). Sembra un nuotatore un po’ sovrappeso. Non si chiama Lino naturalmente, il diminutivo deriva da linoleum ed il figuro ha tutte le caratteristiche di questo parquet dei poveri: massiccio e funzionale, Lino ha un rapporto qualità/prezzo da paura. È un amico, tanto basta. Anche se certe volte penso abbia una latente omosessualità che affiora; l’ho captato da un paio di passaggi a spirale che mi ha sciorinato davanti al naso. Magari non l’ho capito del tutto, però credo che almeno una cosina a tre con il sottoscritto se la farebbe. Non ricordo come abbiamo stretto la nostra amichevole alleanza, non riesco nemmeno a capire cosa ci unisca. Dove sei ora? Lo sapevo che avresti dovuto venire con me stasera, magari non a cena ma a puntellare il bancone del Joy; te l’ho chiesto almeno una dozzina di volte, invece mi immagino tu sia a casa davanti al videoregistratore con un cartone di birra a registrarti qualche oscuro filmaccio su RaiTre o a guardarti il basket USA o il porno su qualche pay tv. Se ci fossi, la mia crisi di panico mi avrebbe costretto a cederti la donzella. Sono svariati anni che non abbordo una donna, necessito comprensione. Le paranoie sono il mio pane e da quando Monroe ha terminato di dire frattempo sono sceso in un pozzo artesiano di brividi e vampate. Non sono più molto sicuro, mi vengono strane idee, complessi di colpa, crisi di rigetto. Forse non sono ancora pronto a una nuova donna, anche se fosse solo per una notte, anche se fosse solo per un passaggio in macchina. Mi sembra di sporcare il ricordo della precedente. Ho come un vago senso di nausea mentre dovrei essere qui a fregarmi le mani. È carina, è giovanissima, ha un paio di tette che sembrano disegnate da Le Corbuisier, riesce a intavolare discorsi sensati, dev’essere una gran scopata… E io mi recito un rosario intestinale infinito.

Si può andare avanti così? Posso essere ancora influenzato da una persona non vuole condividere più nulla con me? Nonostante la veneranda età e tutte le cazzate che uno possa sparare non ho una vastissima esperienza amatoria, e le volte che mi sono cimentato nella nobile arte non ho fatto una figura epocale. Mi reputo un onesto mestierante, uomo della strada meno meno. Diciamo che metto più passione in altre cose. Oppure che ho altre priorità, anche se questo potrebbe farmi passare per un pazzo e non tornare a mio vantaggio. Ma Monroe mi piace, mi eccita, la trovo adatta ai miei neuroni. Potrebbe essere una assassina seriale di maschi bianchi ultra quarantenni o una simpatizzante di Comunione e Liberazione. Potrebbe tifare Juve, e con lei l’intera sua famiglia. Magari glielo rivelo, prima o poi. Insomma, è quasi una sfida; e non è nemmeno una faccenda di sesso. Non solo, perlomeno. Voglio dire… Non è che rifiuti il fatto di finire a letto con lei per i prossimi week-end, anche se il solo pensarci innesta una ziqqurat di paranoie autolesioniste da far paura. È che c’è qualcosa in più, non so nemmeno io cosa. Ma mi fido dei miei pizzicorini all’inguine e del mio sesto senso. Ha qualcosa la ragazza. È come un libro del quale non conosco il contenuto, ma a leggere le note di copertina mi decido a iniziare; come un cibo che non ho mai assaggiato, ma dall’aspetto e dall’odore invitante; come una festa di sconosciuti nella quale sai che ti divertirai allo spasimo. Ed ora cosa devo fare? La signorina avrà almeno vent’anni in meno del suo interlocutore, che si trova in una crisi di panico senza precedenti. Un paio di generazioni ci dividono, e non ho la minima idea cosa si aspettano e cosa pretendono le giovin donzelle da un uomo che tra un po’ comincerà ad intravedere i cinquanta e un paio di taglie in più. Non so come debba procedere in questo pseudo appuntamento, questa nebulosa sui generis. Comincio a sudare e sono indeciso se devo insistere per invitarla a casa mia, e se, in caso di risposta affermativa, – appena arrivato a casa – dovrò farmi una doccia ed usare il dentifricio offrendole nel frattempo da bere, oppure se basta una semplice chewing gum per baciarla appena superata la soglia di casa. Spogliarsi freneticamente o riporre con cura la roba? In ambedue i casi potrebbe farsi delle idee sbagliate. Noncuranza è la parola d’ordine. Dovrò portarla in salotto, in studio o direttamente in camera? Non avrò mica la camicia sudata? Devo lasciar fare a lei la prima mossa così non sembro il solito maschio allupato? Magari le piacciono gli uomini che sanno di maschio. Oppure di muschio. E se i preservativi nel cassetto sono scaduti, come temo? Nemmeno con Madre Teresa di Calcutta avrei fatto del sesso senza preservativo. E se non ce la faccio, oppure diventa una cosa da velocisti con lei a ridere di me? E se muoio d’infarto mentre sono al fotofinish?

In macchina – la mia – non dico una parola; ho pagato io perché così ci si deve comportare, anche se lei probabilmente avrebbe potuto comperarsi l’intero ristorante, mi sa. Respiro pesante, un colpo d’occhio sui sedili posteriori per vedere se tutto è a posto. Ansimo. La pelle mi si dilata come se mi stessero arrostendo a fuoco lento. Com’era la respirazione pre parto, su quel programma televisivo? Ho paura, ma non di lei, anzi. Lei mi attizza in maniera spropositata, se solo riuscissi a prendere il via penso che sarebbero specialità olimpiche. Il fatto è che per più di un decennio ho avuto una sola donna, e quindi da almeno tre generazioni io ho smesso di abbordare esponenti del sesso opposto, non so come siano cambiate in questi anni le cose; non so se sono ancora in grado di fare qualcosa e se dentro di me ci sia solo del calcare. Devo avere le mani rattrappite sul volante da almeno cinque minuti quando mi riprende “Beh, che c’è adesso?” perspicace e spregiudicata, ma se comincia così io crollo.

“Lo vuoi veramente sapere?” Sono fantastico quando c’è da fare il Mishima.

“Beh, penso di immaginarlo. Non credevo e non credo ai colpi di fulmine, quantomeno non li ho mai vissuti fino ad oggi, sono smaliziata abbastanza per aver conosciuto l’universo maschile ed averne tratto delle conseguenze; ma è tutta la vita che mi ricredo, che le mie convinzioni cambiano come il tempo primaverile, ho imparato molte cose, non sono la bambolina che tutti voi credete, non solo perlomeno. So che sarà duro scioglierti, ma non cominciamo con problemi inesistenti, non ne abbiamo proprio bisogno. È stata una serata bellissima, cerchiamo di non rovinarla come due stupidi. Tutto qua, che facciamo allora?”

Intensa ed affascinante come Screamadelica.

“Penso che sarebbe onesto se ti rivelassi delle cose, giusto perché tu conosca la mia situazione in questo periodo, sai io ho… ”. L’ho detto. Signore e Signori vi presento lo Zar di tutte le Turbe. Gli saetta la bocca in una smorfia di fiele “Non…non avrai mica…”, fermala subito fratello: “non ho nessuna storiaccia in giro, se è questo che ti preme e che stai pensando. Non faccio cazzate, non sempre. Niente ragazzine, niente amazzoni trentenni dal passato torbido, niente ubriacone che si danno via al primo venuto, niente avventure di una notte…” veramente è niente e basta, niente di niente, ricordi sfuocati. Ma meglio non farlo sapere in questi termini “…è una cosa molto più complicata, si tratta di…sì, del lungo rapporto, ecco sì…che mi ha legato ad una persona, sì…una persona…una donna. Mia moglie intendo”

“Ho capito, allora so quel che basta… Non fare quella faccia… Abbiamo degli amici in comune, anche se non lo sai, magari più che di amicizie si può parlare di conoscenze, ed ho captato la tua storia recente. Sapevo benissimo che sei separato, e questo se devo essere sincera, mi ha frenato un bel po’. Comunque non pensavo di riuscire a parlarne così presto e di chiederti spiegazioni”.

Dovevo immaginare che avevamo conoscenze (amicizie no, altrimenti l’avrei saputo immediatamente) in comune. Ha preso le sue informazioni commerciali a riguardo, quindi.

“Conosci anche… lei?” cerco di essere assolutamente spontaneo e noncurante, ma sinceramente, che mi frega?

“Abbiamo scambiato giusto quattro parole una volta, a cena da amici. Suoi amici. Non ricordo per quale motivo siamo capitati nella stessa tavolata, parlando aveva accennato ad una separazione e al suo ex marito. Solo dopo ho capito che eri tu”.

“Che impressione ti ha fatto? E perché mi aveva tirato in ballo, scusa?” ormai che ci siamo perché non dovrei chiederlo, mi dico.

“Amico, stai uscendo con me per avere notizie fresche sulla tua ex moglie oppure c’è qualche altro motivo? Non riesco a capire bene che cazzo stai facendo… ”.

“Giuro, era semplice curiosità ma… Ecco, vedi… Capisci che potrei anche non riuscire a vederti subito come una donna con la quale instaurare una relazione, vero? Capisci che potrei essere in procinto di usarti come simulacro sessuale per sconfiggere i miei fantasmi?”.

Simulacro sessuale? Procinto? Da dove cazzo mi saltano fuori queste troiate? Credo che nessuno in questo pianeta abbia mai usato la parola simulacro attaccata a sessuale, forse Sigmund Freud la notte che la cameriera gli ha fatto un pompino in silenzio. Ma Forse Però.

Mi guarda indecisa se essere sconvolta o compatirmi, e come darle torto? “Simulacro sessuale? Ma sei ubriaco? Smettila di dire cazzate alla Mughini, perché abbiamo cenato assieme non è detto che si debba per forza fare del sesso”.

Ah no? Intanto capiamo bene come mai sono arrivato sin qui, fisicamente e con la conversazione: “Un’altra cosa, hai per caso visto le chiavi della mia macchina? ” ride, ride sempre, questa ride sempre “non ricordi che ti sono cadute mentre ti baciavo? ” una battuta del cavolo, la sua, che però continua a farla sghignazzare.

Tanto non ci casco. “Tanto non ci casco” Me lo ricorderei questo, credo. E comunque stai scherzando col fuoco tesoro.

“Stupido. Sei…” non lascio finire la frase, perché le prendo all’improvviso la testa tra le mani e comincio a baciarla, accarezzandole i fianchi mentre sento che piano piano si scioglie in un respiro cadenzato, cominciando a rispondere alle mie carezze. Conto lentamente fino a trentacinque prima di staccarmi. L’ho baciata, finalmente. Non è stato nemmeno tanto difficile, tachicardia a parte.

“Woof…!” neanche ai 3000 siepi si suda così.

“Scusami” non so perché ma mi scuso.

“Scusarti di cosa? Se non mi fosse andato te l’avrei fatto capire, credimi”

“Scusa la mia totale mancanza di forma, se faccio due calcoli e penso da quanto non bacio una donna mi deprimo” mi deprimo comunque, io “seriamente intendo, con un certo trasporto e batticuore, non le sordide pollastrelle sulle quali ogni tanto tutti inciampano”. Lino ci inciampa ogni sabato, a dir la verità; e pure quel meraviglioso bastardo di Simone non se la cava male, nonostante sua moglie.

“Beh, non è andata male, è stato un bellissimo sigillo dopo la cena”.

Non la ascolto nemmeno, sto ancora contando i mesi dall’ultimo bacio emozionante, parlo ad alta voce “Sì sì, saranno almeno diciotto mesi, almeno. Sì perché era poco prima di Natale e l’ultima è stata per forza di cose lei”.

Mi riprende subito, con tatto ma mi riprende “stammi a sentire: basta con tutti questi vangeli sulla tua ex. Ne sei ancora innamorato? Dillo subito così almeno ci togliamo entrambi il pensiero e vediamo di farci due conti”.

“Sinceramente?… Mannò, figurati… Non lo so, sono confuso. Sai, ci sono parecchie cose che ancora ci tengono legati, volenti o nolenti… Ma credo che l’amore sia scemato da qualche tempo e da qualche parte”. Se non mi sbrigo a baciarla di nuovo questa mi fa l’interrogatorio. Vado oltre, visto che quando tento di spogliarla mi dice che trova squallido e volgare il sesso in automobile, che non le sembravo proprio il tipo da ‘sveltina in auto’ (usa proprio queste precise parole) soprattutto nel parcheggio di un ristorante di lusso in centro città. Dice anche che, se dovesse spogliarsi, è decisa a farlo soltanto a casa mia. Ma allora ci vuole venire, cazzo! E io che ho fatto i salti mortali per pulire i sedili posteriori.

“Hai capitolato finalmente, Madame”. Chiudi il becco fratello, credimi è meglio, ascolta il tuo miglior amico, ovvero te stesso.

“Mio Dio, sei proprio saccente. Non era una gara… E RIPETO, non è detto che si debba fare del sesso per forza” continua a ridere.

“Questo è vero, ma è altamente probabile che a questo punto si finisca col farlo, no?”

Non riesco proprio a stare zitto io, maremma bastarda e troglodita.

“Fossi in te non ci conterei troppo”

“Vero, allora cosa facciamo per chiudere la serata? Andiamo a bere qualcosa da qualche parte?”

“Non ti pare d’aver esagerato un tantino con le bibite, stasera?”

“Figurati, sono ancora lontano dai limiti, scommettiamo?” le classiche stronzate da macho che poi prende sonno sul divano senza averla manco toccata. Meglio se volo basso, di figure idiote con lei ne ho già fatte a sufficienza.

“Quando vuoi, ma… Non è che poi ti addormenti sul cancello di casa?” Rido io, stavolta, e qualcosa mi dice che al Joy si chiederanno se mi sono schiantato in auto o se sono stato assiso al cielo, non sapendo non hanno altre spiegazioni per giustificare la mia – a questo punto – probabilissima assenza.

Non dico nulla ma guido ugualmente fino al numero civico di casa mia, pare assodato che non possa finire altrimenti questa sera. Almeno questa sera, domani ne potremmo riparlare in tutte le lingue del mondo, ma stasera finisce così. Ne ho la certezza quando scende e si dirige verso il portone scrostato, attendendo che io riesca a trovare le chiavi. Sale senza alcuna fretta e non dice nulla sull’arredamento, sulla casa o sugli scaffali di libri, dischi e cd. Mentre si guarda attorno ne approfitto per filare in bagno. Quando torno la trovo adagiata sul divano, solo allora ho la nitida percezione e sicurezza che… sì, finalmente ci siamo.

 

Un Consiglio:

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/42120/pimlico/

 

Tre Parole:

“Bisogna ricordare che non è possibile commettere un crimine durante la lettura di un libro” (John Waters)

“C’è un detto, citato anche in una canzone pop: se ami qualcuno lascialo libero. Sciocchezze: se ami qualcuno legalo con una robusta catena di ferro” (David Nicholls)

“Alice: «Per quanto tempo è per sempre?» Bianconiglio: «A volte, solo un secondo»” (Lewis Carroll)

 

Dieci Suoni:

Outkast – Aquemini, 1998

Scott Walker – The Drift, 2006

Boz Scaggs – Boz Scaggs, 1969

Julia Holter – Tragedy, 2011

Lou Reed – New York, 1989

The Plimsouls – The Plimsouls, 1981

The Supremes – Where Did Our Love Go, 1964

Joni Mitchell – Blue, 1971

Steve Reich –  Early Works, 1987

Minnie Riperton – Stay In Love, 1977

[Trovate le puntate precedenti qui: Capitolo 1Capitolo 2Capitolo 3Capitolo 4Capitolo 5Capitolo 6, Capitolo 7]

Autore: Michele Benetello

Ex un po’ di tutto, vivo da participio passato in mezzo a un gruppo funzionale costituito da due atomi di carbonio legati tra loro con un doppio legame, e tre atomi di idrogeno derivato dall’etene (etilene) per perdita di un idrogeno. Si chiama vinile. Mi piacciono le conchiglie, i cani, l’inverno e Cindy Crawford. Se rinasco vorrei essere Johnny Dean nell’esatto istante in cui indossa la giacca da ussaro a Top of The Pops. Per ora mi accontento.

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