Pimlico – Capitolo 7

[Se vi siete persi i primi capitoli del romanzo di Michele Benetello, in fondo al post trovate i link alle puntate precedenti] 

Non nascondo che mi piacerebbe anche non essere mai venuto qui stasera visto che Kornelia Ender è a non più di dieci metri da me. Saranno almeno sei mesi che non la vedo, anzi – a dirla tutta – da quella sera l’avrò vista tre o quattro volte, e sempre di sfuggita quando veniva a fare i saccheggi in casa; naturalmente alle ore più improbabili, così da innervosirmi maggiormente. Più un paio di occasioni dall’avvocato per stabilire l’ammontare degli alimenti che ogni mese mi dissanguano e che equivalgono ad almeno metà del catalogo mensile della Soul Jazz Records. Che cazzo ci fa qui? Questi sono posti solo miei, sono trincee che mi appartengono e che non ha diritto di provare ad assaltare; non ha un visto, ha un veto, un foglio di via. Torni pure alla sua linea Maginot del cazzo. Che male, Cristo. Che male, proprio qui, sullo sterno… Ho visto un programma di respirazione per il parto in televisione, proviamo a usare, almeno parzialmente, quelle tecniche. Neofobo. Eccola qui, baldanzosa e in prossimità d’avvicinarsi visto che sono seduto sulla traiettoria dei bagni femminili. Se mi volto non faccio bella figura, se mi avvicino e la saluto è come andare sulle montagne russe dopo aver bevuto una bottiglia di Prosecco al metanolo…troppo tardi: ciao. Io. Ciao. Lei. Voilà, passati come una McLaren sul rettilineo di Silverstone in pieni anni Settanta. Ecco a cosa si è ridotto il nostro rapporto. Una corda sfilacciata che mi ostino a non considerare rotta ma che difficilmente potrebbe tenere un qualsiasi peso. Forse siamo fortunati a non giocare ai lanciatori di coltelli, non l’abbiamo fatto nemmeno dall’avvocato, anzi io mi sono comportato benissimo, grazie anche ai cinque Campari che mi ero scolato poco prima di salire. Di certo c’è che un po’ male tutto questo te lo provoca, soprattutto pensando a tutto quello che è stato e che – forse, ma non mi pongo il problema, non voglio pormelo e a questo punto non credo potesse essere il nostro caso – poteva continuare a essere. Da oggi devo impedirmi di rivolgerle il saluto. Devo impedirle di salutarmi. In ogni caso mi ha visto assieme a Monroe, e spero che gli roda il culo pensando a me che trombo le ragazzine che potrebbero essere sue figlie, che un minimo di gelosia e possessività femminile le faccia passare un paio di notti insonni. Mi risintonizzo velocemente sulla piccola bionda, mentre attendo che ribatta; sono impegnato su più fronti e devo sbrigarmela da solo. Non è facile ma mi impegno. Un battito d’ali di farfalla a Singapore può diventare un tifone a Parigi. Perchè bisogna diventare grandi? Non si può continuare ad avere l’album delle figurine – Montreal ’76! Campionato ’74/’75! – il Nestlè, S.H.A.D.O. a TeleCapodistria, i tappi della birra Karamalz, The Avengers, il basket (la nazionale Jugoslava degli anni settanta: Kosic, Radovanovic, Dalipagic, Delibasic, Kicanovic), tre mesi di vacanza d’estate dove poter struggersi come cazzo si vuole con un libro tra le ginocchia e la testa tra le nuvole? No, non sembra sia possibile; bisogna confrontarsi con alzatacce mattutine, colleghi stronzi ed arrivisti, negozi di dischi sforniti, sigarette, week-end che svaniscono in un battibaleno, bollette mai conformi alle aspettative, gente poco affidabile, bifolchi assortiti e tizie come Monroe.

“Uhmm…Una cosa la potrei fare…”

“E quale, scusa?” mi sono già perso nei meandri della conversazione. Mi sono perso nel saluto di Kornelia Ender. E’ la vodka, chiaro.

“Potrei portarti a casa, tanto per cominciare. A casa tua, intendo”. Tutta qui la sua risposta? Quarantamila anni luce d’attesa per sentirmi dire potrei? Quale è la condizione necessaria e sufficiente per avere piena adesione? E il suo ragazzo, scusa? Se accetta non accetto più io. Potrebbe essere single, chissà perché non ho preso in considerazione l’ipotesi. E quel tanto per cominciare sta a significare che c’è anche un eventuale dopo per finire?

“…Ma…? C’è sempre un ma in questi casi, figurati se non ci sono delle condizioni da rispettare. E immagino siano pesantissime”. Come se non avessi avuto modo di conoscere le donne, in questi decenni…Minimo vorrà un collier, quando manco un Collie potrei regalarle.

“Ma non puoi cavartela così; inoltre non posso capitolare subito, volente o nolente penseresti che sono una donna aggressiva. Una di quelle che viaggia per i locali di notte incarnando il mito della zoccoletta sballata e bla bla bla. Salviamo le apparenze almeno per  un paio d’ore, facciamo gli ipocriti. Comunque Danny è mio fratello.” Tanto lo sapevo, ma credo che il mio volto abbia cambiato colorazione dalla felicità. Piano fratello, aspetta. C’è il ruolo del terzo da sistemare: “E…L’altro…sfattone, sì insomma quello che pare un metallaro ai provini di X Factor…?”

“Chi, Banana? Mio Dio, è un caro amico di Danny, minuziosamente devoto alla sottoscritta dall’età di sei anni; terribilmente caro, ma insopportabilmente lontano dalla mia indole e sensibilità, lo considero un cugino più o meno, visto che siamo virtualmente cresciuti assieme”. Potrei usare tutti i titoli delle canzoni dei Fall per risponderle, o potrei limitarmi solo a Bingo Master’s Breakout e Totally Wired, invece svicolo per romantiche strade secondarie che spero possano ridurre quelle due ore di attesa che mi ha promesso “non abbiamo nulla da spartire con la gran massa di persone che affollano questo postaccio, e non vorrei che tu pensassi a me come al classico tamarro che abborda esponenti del sesso opposto ogni sabato sera. E’ che hai l’elettricità addosso, e dovevo dirtelo.”

Hai l’elettricità addosso tesoro, e non vedo l’ora d’inserire le dita nella presa, a costo di rimanere fulminato, perché io sono un tamarro altroché se lo sono, quando la luna è piena le ululo contro e mi apro la camicia sul petto villoso. Certe volte è assolutamente necessario essere un vero tamarro doc. Mi mette una mano sulla spalla e si passa le dita sulle labbra “so che abbiamo qualcosa in comune, però non sono così superba da pensare di essere migliore del resto del locale. Ti ripeto che da tempo ti scruto, e prima di muovermi ho voluto vedere alcuni tuoi comportamenti in posti come questo”. Credo sia una specie di esame multistrato quello che sto subendo, una cosa che insegnano in qualche facoltà avanzata di psicologia, una specie di risonanza magnetica fatta dal sesto senso femminile.

“E non so ancora se fidarmi di te e della tua indecifrabile età; anche se a pelle mi sembri onesto e non il solito buzzurro è sempre meglio che io vada con i piedi di piombo.” pausa studiata in qualche facoltà, poi riprende senza alcuna timidezza “Beh, Adesso cosa facciamo?”.

“Non dovevi portarmi a casa? Dai, ti faccio vedere i dischi”. Ne esco con una cagata anni settanta, penso che non si usi più da quando è uscito l’ultimo T-Rex. Probabile che Monroe manco si stupisca data la sua età, non credo l’abbia mai sentita questa fregnaccia in puro stile 1974 e usata persino da Renato Zero nel 1979. In ogni caso: sono disinvolto? Sembro disinvolto? Adesso come devo comportarmi? Volevo farle sapere dei miei vinili giusto per prendere qualche punto in più? Non è che ho ottenuto l’effetto contrario? Concentrati che deve rispondere.

“Non usciamo subito dai. Non mi piace dare nell’occhio” continua “sediamoci”.

Agli ordini padrone. Ora ci sentiamo un po’ in imbarazzo, nessuno dei due sa cosa dire, e tutto perché bisogna stare qui a salvare le apparenze quando potremmo essere attaccati al lampadario di casa mia. Chissà ora quanto me la farà penare. Qualche domandina da questionario base da parte sua, molti silenzi miei e un imbarazzo che cala come il sipario sul terzo atto. E’ ancora lei a riprendere un minimo di dialogo dopo qualche secondo di silenzio “su dai, vedo che muori dalla voglia di gonfiare il petto, avanti. Che aspetti?” non so assolutamente a cosa si riferisca, giuro.

“Che cosa intendi, scusami ma non ti seguo”

“Avanti, non vedi l’ora di raccontarmi della tua collezione di dischi, dai l’ho capito. Te lo concedo, avanti, rendimi edotta su questa fortuna che potrei avere entro domattina”. Piano, in primo luogo su questa cosa non è permesso scherzare, fare dell’ironia è davvero di cattivo gusto; secondo: nessuno ha detto che ti faccio vedere lo studiolo, io parlavo di farti vedere i dischi in maniera informale, magari solo i cd contenuti in quei bei Benno che sono come i cipressi alti e schietti che van da San Guido in duplice filar, e che si stagliano tra l’entrata e il salotto, come giovinetti. Terzo: quest’aria di supponenza mi piace davvero poco.

“Oh beh, c’è poco da dire, ognuno ha i propri passatempi. C’è chi si droga, chi butta via soldi in vestiti, chi ama i viaggi e va in crociera una volta l’anno, chi compra dischi, chi investe in borsa, chi spende in cocktail, chi…” mettiamola sul basso profilo e speriamo che lasci perdere.

“Ah okay, non vuoi parlarne. Ti sei rabbuiato d’improvviso, chissà che avrò mai detto, su dai…animo”. Chissà che avrai mai detto? Hai dato soltanto ordini negli ultimi tre minuti, te la stai tenendo stretta come fosse Fort Knox e in più mi prendi per il culo. Ma nemmeno i Benno ti faccio vedere, nemmeno quei meravigliosi gladiatori porta cd che sono l’orgoglio dell’Ikea, che non costano un piffero e stivano da Dio. l’Ikea è una cosa meravigliosa, il paradiso dove vanno a finire gli alberi se sono stati buoni. Tu invece, crudele bionda, non meriti di accarezzare i miei Benno e finirai all’inferno a piallarli con la lingua. Con Banana che ti parla della cultura americana e Kornelia Ender a canzonarti dicendoti che lei, almeno, era riuscita a trombarmi per anni. Ecco.

“Nulla, solo non mi piace prendere ordini da una sconosciuta e sentirla ironizzare sulle mie passioni” ‘fanculo, se deve fuggire che lo faccia ora.

“Beh, ti chiedo scusa allora. Stavo cercando di rompere un po’ il ghiaccio visto che, dopo l’esplosione iniziale, mi sembra che entrambi ci stiamo ripensando. Tu in particolare, che da dieci minuti ti sei zittito pericolosamente” pare sinceramente dispiaciuta, voglio crederle perché sono buonissimo.

“Siamo liberi di cambiare idea” ne esco coriaceo, quasi insofferente alla sua presenza e alla sua persona. Che comincia ad inalberarsi “basta dirlo cocco, basta essere sinceri da subito e fino in fondo”.

“No, io non voglio cambiare idea, scusa. Dai portami a casa, davvero però” mollo, cedo subito. Non mi va da far del male gratuitamente; né a me né a lei né all’homunculus. Sono cinque minuti di finto silenzio, usato per guardarsi in giro, incapaci di riprendere una conversazione plausibile, prima che lei sbotti “Sai che sei proprio stupido a volte? Che sbalzi d’umore sono questi? Sarei stata curiosa di vedere ‘sti cazzo di dischi in vinile, tutto qua”.

Ecco, intanto non è tutto qua, e dirlo significa snobbare qualcosa di più di una passione, sminuire un interesse che sfiora la mania e che per me è spartiacque importante. Questo il problema di un rapporto da subito tutto in salita che non vuole ingranare, è un girone eliminatorio nel quale abbiamo intascato giusto qualche punticino. Pensiamo ai quarti, ora. Prima che arrivi Moggi; o Banana, il suo equivalente mastodontico e armato.

“Niente di particolare dai, ne ho parecchi, sono un po’ dappertutto, ho cominciato a comprare dischi prima che tu nascessi. In casa mia è più facile trovare in cucina un 45 giri rispetto ad una scatoletta di tonno. Ho dischi e cd ovunque. Ma non Ummagumma dei Pink Floyd, quindi anni settanta nisba”. Ho The Piper At The Gates Of Dawn, dei Floyd, ma è un informazione assolutamente superflua, ora come ora.

“Cosa centrano ora gli anni settanta e le salme dei Pink Floyd? Non riesco a seguirti” nemmeno io, sorella. Anzi, dovrei chiederti scusa perché sembra stia facendo di tutto per farti scappare; e ringraziarti per aver appellato salme i Pink Floyd, parola più adatta non avresti potuto trovare. Hai stile, piccola.

“Niente, scusami”

“Non partiamo con il piede giusto noi due, mi sa proprio di no. Dai, usciamo. Se hai ancora voglia di farti portare a casa da me deciditi subito…Tra un ora potrei pentirmene.”

Sento svolazzi del suo profumo, e mi faccio malauguratamente prendere dall’entusiasmo: “Così facile? Ti concedi sempre così facilmente o sono io ad attizzarti oltremisura?”.

Si irrigidisce e sputa fuoco dalle orbite. Sono il classico bovaro da far pascolare con la campana al collo, quello che vuole fare il simpatico e finisce per combinare dei guai irreparabili. Ho la sensibilità di un paio di tacchetti da calcio pronti al tackle. Non vorrei aver rovinato tutto; è che certe volte non penso prima di parlare, giuro che non era detto con cattiveria. Voleva essere una battuta. Voleva.

Parla lei, corrugando la fronte e con un tono molto pacato: “Non sei propriamente un gentiluomo. Anzi, sei proprio un bastardello vecchio e viscido. Su certe cose non transigo. Te la sei giocata come un cafone, che delusione. Ci vediamo Superuomo…”

Si alza di scatto prendendo le sigarette dal tavolino, si mette a posto la maglietta e mi volta le spalle con calma, riprendendo la sua vita precedente. Rimango a bocca aperta, maledicendo me e tutte le mie generazioni, pregresse e a venire. Come ho fatto ad essere così stupidamente cretino? Con una mano in tasca mi tiro una schiacciata di palle da solo mentre la vedo allontanarsi con i due giannizzeri. Sono davvero il Re Dei Coglioni, l’unico indiscusso Sovrano delle Gonadi. Sono il Barcellona dell’uomo medio, il Bob Beamon dell’harakiri, il Lester Bangs degli Ultimi, il Michael Jordan dei babbei. La prima volta che avverto davvero uno sparo nel buio, speciale e dall’alta temperatura, che faccio? Prima il buffone, poi il masochista, facendola evaporare a cinque metri dal traguardo, manco fosse Dorando Petri. Bruciata. Vado a mettere la testa nei water dei bagni pubblici e chiedo all’intero emisfero che venga a pisciarci sopra. Torno subito.

Finisco la nottata depresso come Il Suicida di Alan Ford, seduto su un divanetto con una bibita talmente tormentata dalle mie mani che diventa calda in cinque minuti. E osservo, osservo con una particolare predisposizione mentale i rapporti che intercorrono tra le coppie durante una sudata notte in discoteca, finché vengo colto da improvviso raptus e devo far forza su tutti i miei freni inibitori per smorzare uno Sturm Und Drang emotivo che comincia a lacerarmi, dimostrando – paradossalmente – scarsità di Santissimi attributi. Intendiamoci, non desideravo cambiare il mondo, scoprire l’antidoto agli imbecilli, riportare Monroe col teletrasporto, schiaffeggiare Kornelia fino alla fine dei tempi o Give Peace A Chance; ma solo che quella brutta copia campagnola di Bruce Springsteen armeggiante sul mixer mettesse Mina. Se Telefonando per essere precisi, un vecchio 45 giri con il quale avrebbe potuto innescare una Rivoluzione Copernicana stupendo (voce del verbo stupire, chiariamolo) i maschietti e facendo felice qualche decina di gioiose fanciulle, istigando una pesantissima lacrima sul loro ceramico volto di Madonne. Mi ero soffermato a carpire una scena degna del miglior romanzo di Liala. Una coppia sull’orlo di una crisi giusto a bordo pista: con lei ad agitare le mani e lui a dimenare la testa; lei a scuoterlo per le spalle e lui in procinto di perdere la pazienza; lei a supplicare e lui a cercare di divincolarsi, sprezzante. Si vedeva lontano un miglio che aveva già abbandonato la nave; ne era sceso senza voltarsi indietro e senza colpo ferire, portandosi appresso solo un vago ricordo, pronto a svanire all’arrivo del prossimo traghetto. D’altro canto era vieppiù tangibile la voglia di lei di rimanere avvinghiata alle paratìe, o quantomeno il desiderio di provare a salire su una scialuppa di salvataggio affrontando il mare aperto. Disposta a sfidare le onde, i pirati, gli squali o soltanto le coetanee, magari a muso duro. Niente. Tutto inutile. Ormai era deciso, e stava scritto interamente negli occhi del ragazzo e nel suo trasudare indifferenza. Strano come talvolta la voglia di fuga di una metà si contrapponga al desiderio d’unione dell’altra, in un rapporto di attrazione/repulsione che ha caratteristiche e leggi chimiche sconosciute e crudeli. Lo so bene, io. Una tenerezza indicibile davvero, soprattutto in una notte come questa. Non mi piace veder soffrire niuno che non si chiami Banana, tantomeno una donna. O me. Avrei voluto saltare su, abbassare il volume, far uscire tutti eccetto loro due, guardarli negli occhi e sussurrare loro che li capivo, altroché se li capivo; estrarre poi il vecchio 45 giri dalla bustina spiegazzata e adagiarlo io sul giradischi, soltanto per loro. Avrei voluto mettere una pezza, gridare Time Out!. Ma non ce l’ho fatta, lo spettacolo doveva andare avanti, e non ho avuto il coraggio di fermarlo. Lo so, è uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo. Aveva ragione la vecchia Grace a cantare Everybody Needs Somebody To Love. Noi, vecchi cinici dal cuore di marzapane siamo consapevoli che solo gli stupidi e gli stolti non stanno mai male. Gli altri hanno la nostra più completa solidarietà. Ho visto dunque lui dirigersi verso il bar, farsi un paio di balli in completa scioltezza e scherzare con gli amici prima di sedersi noncurante sul primo divanetto a disposizione, sollevato. Lei, accompagnata da un paio d’amiche che parevano le famose Escargots Qui Vont à L’Enterrement di Prèvert, è sparita quasi subito, con la morte nel cuore, suppongo. Il tutto è durato un quarto d’ora scarso, senza che nessuno se ne accorgesse. O facesse finta di non farlo. Ero nel mood adatto per far loro da Padre Confessore, ma nascosto dalle colonne del Joy parevo soltanto un’esibizionista pronto ad aprire l’impermeabile davanti agli alunni della scuola media.

Lino e Simone continuano a scrutarmi, ma credo pensino sia solo una serata no, di quelle che possono capitare o che possono essere amplificate da una bevuta scorretta, e quindi non si curano troppo delle mie paturnie. Non sanno che sto scendendo con il bob dentro la mia anima ghiacciata mentre fuori impazza il Carnevale di Rio e un mondo di natiche mulatte ondeggiano in perfetto moto perpetuo. Non sanno, non possono sapere e manco sarebbe giusto che io gettassi loro addosso questa croce di tek.

Ci spolvero sopra bestemmie esotiche e non mi conficco le unghie nel palmo della mano solo perché sono solito mangiarmele. Quando, finalmente disteso sul letto grazie all’aiuto e all’auto di non so più chi, verso le cinque del mattino, ripenso al mio Supremo Rincoglionimento non riesco a capacitarmi di come ho potuto dimostrarmi così stronzo e volgare, lasciandomela sfuggire sul più bello. Davvero, sono stato stupido come il Milan quella sera ad Istanbul, quando prese tre pappine in sei minuti, o come la Reyer Venezia contro lo Juventud Badalona. Mi prende già l’ansia di come affrontare la situazione le prossime volte che dovessimo incontrarci da qualche parte, Joy incluso. A parte che diventerei rosso appena imboccata la strada del parcheggio, a parte questo dicevo, credo salirebbe un imbarazzo epocale per quanto mi riguarda. Non oso pensare nemmeno come la potrebbe prendere lei.

Un Consiglio: 

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/42120/pimlico/

Tre Parole:

“Perdona i tuoi nemici, ma non dimenticare mai i loro nomi” (John Fitzgerald Kennedy)

“La vita è un’enorme tela: rovescia su di essa tutti i colori che puoi” (Danny Kaye)

“Non capisco nulla di musica. Ma nel mio caso non ne ho bisogno” (Elvis Presley)

 

Dieci Suoni:

Amon Duül II Yeti 1970

The Pipettes We Are The Pipettes 2006

ABC How To Be A Zillionaire? 1985

Coil Horse Rotorvator 1986

Elvis Presley Christmas Album 1970

The Organ Grab That Gun 2006

Danielle Dax Inky Bloater 1987

Material Memory Serves 1981

The Specials More Specials 1980

Al Kooper I Stand Alone 1969

 

[Trovate le puntate precedenti qui: Capitolo 1Capitolo 2, Capitolo 3, Capitolo 4, Capitolo 5, Capitolo 6]

Autore: Michele Benetello

Ex un po’ di tutto, vivo da participio passato in mezzo a un gruppo funzionale costituito da due atomi di carbonio legati tra loro con un doppio legame, e tre atomi di idrogeno derivato dall’etene (etilene) per perdita di un idrogeno. Si chiama vinile. Mi piacciono le conchiglie, i cani, l’inverno e Cindy Crawford. Se rinasco vorrei essere Johnny Dean nell’esatto istante in cui indossa la giacca da ussaro a Top of The Pops. Per ora mi accontento.

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