Pimlico – Capitolo 31

Some Girls Are Biggers Than Others

The Smiths 1986

“Ci sono donne che più invecchiano e più diventano tenere. Anche i fagiani”

Paul-Jean Toulet – Les trois impostures

       

         Oh si. Si. Sicuro. Romanticamente vero. Parlare poco e pensare molto. Soprattutto con le donne; pensare di loro, pensare con loro. Giocare al vecchio vissuto, dal passato torbido, con cicatrici grandi come sciabole incise sul cuore. Se le hai veramente tanto meglio. Irretire ragazzine. Perdere la testa e la saliva per chi non ti vuol degnare di uno sguardo. Qualche ragazza è veramente più più di qualcun’altra. E qualche volta succede pure a te d’incontrarla. Ma è difficile trattenere le ragazze più più, tendono a sgusciare via come anguille; scivolose, snodabili, insofferenti. A te e a gran parte del mondo che le circonda. Si resta innamorati di queste supernove di carne e sentimenti per anni. Non si dimenticano più. Com’è che ti dicono? Ti amo, ma non posso rimanere con te. Grandiosa come frase, come dire: sei una merda, ma una merda fantastica. Non prendertela.

         Tutto vero. A picchi di gioia sfrenata si contrappongono abissi di disperazione. I sentimenti, le emozioni, sono asimmetrici, cartesiani. Quanto mi piacciono le donne; se non proprio loro fisicamente (sono di gusti difficilissimi), la visione che ho dell’universo femminile. Un rapporto contrastato d’amore e odio. Un’attrazione/repulsione che incendia i polpastrelli e l’inguine, gli occhi e lo sterno. Da quando – bambino – portavo le amichette sulle scale dell’asilo per baciarle (con somma, orgogliosa, maschia soddisfazione di mio padre) fino alle ultime vischiose e rischiose rasoiate d’amorosi sensi ho sempre visto le donne come un veleno fruttato, un ambrosio con un retrogusto di ricino. Qualche volta vedo delle ragazzine acqua e sapone dai lineamenti di giada e mi viene una voglia istintiva di coccolarle e portarle fuori a cena; farle conoscere cosa vuol dire essere donna, che ancora non lo sanno.

         Perchè sono un infervorato assertore dei ruoli da rispettare. E non è maschilismo. O misoginia. È che noi dobbiamo aprir loro la portiera dell’automobile, invitarle al ristorante, accarezzar loro le cosce. Loro devono commuoversi, passare ore in bagno, annusare a lungo i fiori che ricevono in dono, farti attendere sul cancello di casa. Noi dobbiamo aver la macchina che puzza di nicotina e camicie, i mozziconi sul cruscotto; loro devono avere le calze smagliate e il seno in forma. Noi dobbiamo telefonare con il cuore in gola e le mani sudate, dobbiamo accompagnarle a casa. Pagare. Dobbiamo. Pregare che abbiano le caviglie fini e i capelli d’acquamarina. Loro devono passare notti insonni a rimuginare su una frase innocente, a pensare se lo sguardo di una passante rivolto a te fosse stato di lascivia, a trovarsi grasse ogni giorno dell’anno. Non smanio per portarle a letto; non è quello il mio fine principale. Mi accendo di più quando sfioro loro il collo, o beviamo il caffè all’alba, o partiamo insieme per le vacanze. Preferisco che la lei di turno versi per me delle lacrime di commozione piuttosto che agitarle dinanzi il pisello. E poi credo che le donne piacciano di più quando non parlano, quando sono sole e un po’ così. Quando hanno quelle giornate buie, con tanta voglia di piangere e allora stringono le labbra, stringono gli occhi e ti amano per davvero. Quando si toccano la pancia con una smorfia. Piacciono di più quando scoprono il collo, quando, certi giorni, la loro pelle è realmente più bianca del solito. A me piacciono quando sono assorte, quando risparmiano le parole per ascoltare il loro uomo; quando si passano la crema sulle mani, quando credono di non essere viste, quando hanno bisogno di abbracciarti, quando credono di non significare nulla per te, quando – irritate – ti chiamano per nome. Mi piacciono quando ridono perché le fai ridere, quando parlano di loro in terza persona, quando odiano il sesso femminile, quando diventi la loro unità di misura. Mi piacciono tantissimo quando mi dimentico che con loro ho sempre voglia di fare del sesso; che è, in definitiva, uno dei motivi per i quali mi piacciono. Mi piacciono quando ti difendono con le loro amiche, quando ti vorrebbero figlio di puttana almeno una volta al mese, quando cominciano a non trovare attraente più nessun altro uomo.

         Ho ragionato un’intera vita in questi termini cavallereschi, e come sono finito? Disteso sul mio studiolo ad ascoltare i La Crus in perfetta solitudine. È che smanio per conoscere l’universo femminile; e disteso su questa poltrona dal velluto nicotinico con le mani intrecciate dietro la nuca, anche se mi sento solo e ridicolo, avverto un insaziabile desiderio di continuare a pensare. I calzini smagliati sul tallone, non ci voleva. Pur sempre 4,90 euro ai grandi magazzini. Colpa dei Dr. Martens. Bella vita: mozziconi e briciole. E mi posso permettere questi pensieri poetici ancora un po’. Perché le donne le apprezzi pienamente quando non ci sono.

         Mi sono dedicato un afoso sabato pomeriggio, non mi muovo. Niente spese, nessun giro in centro, caffè o quant’altro. Al bar in centro il rituale è – giocoforza – spento da mesi. Le tapparelle sono socchiuse, il telefono è staccato ed io sono qui che me la godo. Pieno Agosto, dura un casino quest’estate dalle escursioni termiche paurose, ma ho un brivido di freddo – il che mi piace – e mi raggomitolo dalla gioia nel constatare quanto bene stiamo insieme io, le briciole e la sigaretta questo pomeriggio. Uscirò tardi, e mi pagherò pure una cena al ristorante; poi vorrei convincere tutti ad andare al mare – almeno per una volta – e abbandonare quella pista da ballo nella quale tutti ormai ci vedono come dei trofei gay.

         Partire per il mare a notte fonda, prendersi il freddo e l’umido della notte sulle spalle e sulle gambe, rabbrividire ridendo e dirsi che non è giusto così. Poi cominciare a parlare di filosofia, dei grandi misteri della vita, delle enormi domande che ci assillano, delle donne più belle di tutti i tempi. Persino di ricette di cucina, catamarani o luoghi di villeggiatura per vip, prima che qualcuno immancabilmente tiri fuori qualcosa da fumare e da bere. Ci si sente il cuore gonfio di elio, gonfio di niente, gonfio di forza e si vorrebbe una donna al fianco ma anche no. Non la si vuole veramente perché si sta troppo bene con questi giganti pelosi e stupidi dei tuoi amici. Una notte che pare cristallizzarsi nel tempo, dove capisci cosa significhi la tanto decantata complicità maschile, una notte che, immancabilmente alle prime luci dell’alba, ti lascia addosso una faccia colpevole stile era-meglio-se-andavamo-a-ballare-e-ad-ubriacarci-come-al-solito. Si abbassa la testa disegnando frattali sulla sabbia e ci si vergogna di aver passato delle ore in una simile maniera pseudo hippy: fuochi, sabbia, falò, ricordi mielosi. Uno schifo molto poco inglese. Jesolo, non Brighton. Si ritornerebbe a casa maledicendosi per essersi lasciati andare, per essersi esposti troppo, ma – al tempo stesso – consolandosi per aver raccolto così tante informazioni intime sugli altri. Il down dopo una nottata simile è peggio di quello da cocaina.

         So già come si svolgerà la serata se decideremo di andare al mare; quindi, perché muoversi quando hanno inventato lo speedy pizza? Bello attenderlo sul pianerottolo continuando a pensare come mi facciano sciogliere le donne che ti guardano muovendo le mani, che ti preferiscono e ti scelgono, che combattono per eleggerti e farti innamorare, che si sacrificano per te, che non dicono mai no quando le svegli per fare l’amore, che si agitano se le porti a cena senza preavviso, che ridono se hai un’imbarazzante erezione, che si chinano su di te in auto. Mi piace regalar loro profumi, mandare – raramente altrimenti diventa un cliché – a casa dei fiori, portarle a far spese, correre in macchina la mattina presto con loro a fianco, scoprire se fanno il bagno o la doccia, perdere settimane per assemblare nastri, dormire e sudare con loro. Mi piace scoprire i loro gusti musicali, sapere cosa mangiano, assecondarle, sgridarle ogni tanto, farle guidare l’auto quando sono stanco, leccar loro le labbra, trovarle a casa di ritorno dal lavoro. Ma non mi piacciono tutte, anzi. Me ne piacciono pochissime, ma quello sparuto manipolo di gambe affusolate diventano donne quasi divine. Ancelle purissime alle quali affidarmi. Sbaglio a fare così, ne sono cosciente. E non è nemmeno vero che non posso farci nulla. La verità è che mi piace affidarmi a una donna. Io splitto in due quando ho una relazione. Un po’ di me lo dono in regalo. Tieni pure il resto, ragazzo, grazie. Eppure, in definitiva, sono nemiche. Pericolose nemiche da rispettare.

         Ma adesso: uccidiamo il chiaro di luna, smettiamola con queste smancerie da Amedeo Minghi e pensiamo alla pizza fumante piuttosto che ai loro svolazzi di profumo. Senza sottilizzare sul fatto che, dopo una lunga relazione, tutte quelle che frequenti ti sembrano da arrotondare per eccesso, non ti soddisfano pienamente, trovi sempre qualcosa che le vaporizza: le mani, la pelle, l’abbigliamento, un paio d’orecchini, la dentatura, le unghie, il modo in cui parlano, i cibi che scelgono, la musica che prediligono, le parole che dicono e, soprattutto, gli argomenti che affrontano. Tra le Colonne D’Ercole, tra la Prima Repubblica di questo governo provvisorio, tra i due colossi d’argilla che mi puntellano l’anima, ci sono state alcune puttanelle dallo scarso spessore e quattro tentativi brevissimi con esponenti di sesso femminile che mi ispiravano predatoriamente, quattro ultimi tasselli di un puzzle che era sparso sotto la tavola e manco mi piaceva come immagine. La prima era sua vanità in persona; una che avevo seguito con lo sguardo per settimane prima di riuscire ad avvicinare – soffocando tutti i miei stupidi codici morali – soltanto una caldissima sera di fine agosto nel giardino di una discoteca in riva al mare, dopo qualche Negroni. Tigre affascinante ma vuota, felicemente accoppiata ma che non disdegnava soventi galoppate fuori dal maneggio; macchinetta mangiasoldi e crema di bellezza ambulante, una Uma-Thurman-Mia-Wallace dal fisico cadente ma che attizzava. Mi ha preso per il culo un paio d’ore come se fosse stata Gloria Swanson, ho fatto altrettanto per la mezz’ora successiva come se fossi stato Erroll Flynn e ce ne siamo andati ognuno per la propria strada, convinti entrambi che prima o poi avremmo potuto annusarci reciprocamente sul sedile posteriore di qualche auto. Manco sfiorata e ringrazio Iddio per questo; sarebbero stati solo guai. Guai grossi. La prima dopo la prima invece era una bomba oltre i trenta, dal fisico difficilmente reperibile in natura e la faccia decisa. Diciamo un incrocio tra una tonicissima Paola Senatore e una Lilli Carati dei tempi d’oro. Capii troppo tardi che i longilinei come il sottoscritto non rientravano nei suoi canoni estetici. Troppo tardi, dopo due puntate dal fiorista, una cena inutile e la convinzione errata che avrei potuto farcela. Mi mandò gentilmente a cagare il 2 Novembre. Se vogliamo credere alle coincidenze, credo sia stata la mia fortuna. Le ultime notizie la davano con un ex pugile che ho intravisto qualche volta. Carino, ma con pochi capelli. Manco sfiorata. La terza mi ha steso K.O. in pochi secondi. Fisico minuto ma cuore di pietra. Non ho nemmeno voglia di ricordare, la sua malignità e insensibilità ebbe dell’inverosimile. L’avrei sfiorata giusto per tirarle un uppercut sul setto nasale, anche se quel vestitino trasparente su quel corpo minuto attizzava alquanto. Una delle rarissime donne, forse l’unica, che avrei volentieri preso a pugni. Nulla comunque in confronto al casino che nacque quando tentai di far filotto e mi ritrovai dalla quarta due punti di sutura sul labbro solo per averle fatto un complimento. La mia sfiga magna, né più né meno, sempre pronta a sorvolarmi con un deltaplano. Quella volta considerai davvero seriamente una scelta omosessuale. Una che vidi un venerdì notte, accorgendomi di questa creatura dall’età imprecisata e con i segni di una vita impressi sulle guance che – nella penombra – stava scrutando il nostro gruppo con aria interrogativa. E lo faceva con frequenze sempre più ravvicinate, girata nella nostra direzione, pronta a puntarci come un segugio con nostro sommo imbarazzo. Ero convinto mirasse al sottoscritto o Simone, ma dal suo abbigliamento e dal tipo di faccia indossata non mi pareva proprio la classica donna che poteva trovare affascinante il nostro Jeremy Irons. Così, quando a serata appena iniziata la vidi uscire dal locale provvista di passo calmo e cadenzato, decisi di seguirla, e peste mi colga nei secoli dei secoli amen per questa scellerata decisione.

         Non era bella, almeno non nel senso convenzionale del termine, ma mi dava l’idea avesse un’intera vita avventurosa da raccontare, e che il suo particolare ma indiscutibile fascino derivasse proprio da ciò. Feci quindi una cosa che allora mi parve ganza ma che oggi – a rivederla con gli occhi dell’esperienza – trovo solo patetica: la seguii fino a casa. Un inseguimento in piena regola per le strade semideserte di una nottata umida, cercando di eludere il suo specchietto retrovisore finché in capo a venti minuti la raggiunsi. Aspettai che parcheggiasse nei pressi di un condominio dai tratti tardo anni settanta, bloccandola appena scesa; spavaldo soltanto per un’incoscienza che oggi non esiterei a definire idiozia pura e che manco so da dove derivasse, non facendo parte del mio carattere quadrato. Solo oggi riesco ad immaginare la sua tensione nel vedersi comparire davanti una sagoma nerovestita nel bel mezzo della nebbiolina umidiccia di un venerdì notte deserto; solo oggi comprendo la sua paura nel sentire la sagoma sussurrarle ‘se Dio fosse stato meno crudele non avrebbe permesso la tua venuta al mondo’. Solo oggi. In quel momento tutto ciò che riuscii a sentire fu un urlo e un dolore boia alle gengive. Ci vollero poi dieci minuti e un quarto di litro di sangue (di mia esclusiva proprietà) per spiegarle come il mio fosse stato un puerile tentativo di farle un complimento, e che la frase stava soltanto a sottolineare come il suo fascino particolare avrebbe potuto procurare a qualcuno dolore fisico. Per questo – e solo per questo – Dio avrebbe dovuto porre rimedio da tempo. Mi vergognavo come fossi stato sorpreso nudo al Giuseppe Meazza durante un derby, ripetendo per l’ennesima volta quelle quattro parole in croce che mi uscivano dalle labbra tumefatte; e lo rispiegai per l’ennesima volta anche nella sala d’aspetto del pronto soccorso, dove aveva preferito portarmi per evitare ulteriori seccature. Insomma, un equivoco bello e buono, su tutta la linea, imbarazzante come non mai. Un equivoco che divenne frustrazione quando mi confessò d’aver fissato dalla nostra parte spinta dalla curiosità di vedere in faccia l’ex marito di una sua cara cliente. Era soltanto e stramaledettamente la parrucchiera di mia moglie! Una figuraccia enooooooooorme, pantagruelica, devastante, che mi procurò ansia e tachicardia per due settimane immaginando le chiacchiere del sabato pomeriggio dentro il salone di bellezza, stupido ritrovo di donnine infervorate a fare classifiche sugli uomini, fossero stati loro o altrui. Cercai di inventare qualche scusa plausibile per commentare l’insano gesto verso la sciampista, non ultimo quello di una scommessa che avevo perso, prima di cedere e implorarla all’omertà più assoluta. Il che vuol dire tutte quelle depilate trentacinquenni con Vanity Fair tra le mani – sotto il casco o un ritocco colore – a commentare la mia bravata già all’apertura del sabato mattina. Chiaro che dopo quell’unica e sfortunata volta nemmeno quel Dio che avevo chiamato in causa avrebbe potuto costringermi a fare nuovamente un passo in direzione femminea. E se fosse stato davvero meno crudele non avrebbe permesso la sua venuta al mondo, così ora io avrei il labbro intatto e non con quella minuscola ma fastidiosissima cicatrice.

         Prima fai una fatica immane a trovare qualcuna che ti piaccia un po’ più di una striminzita sufficienza, poi – quando la trovi – ti scaraventa a terra, e rialzarsi è ogni volta più difficile. Mi duole il culo. Hai voglia provare ad autoconvincerti di quanto il tuo fascino sia invulnerabile, se anche lo fosse rimarrebbe nell’aria come le essenze dei profumi prima di sfumare via tra l’indifferenza e l’abitudine. Se non troviamo una soluzione, l’anima gli evapora appresso. Poco male, alla mia età uno deve cominciare a fare i conti anche con la possibilità di rimanere solo e selvaggio per tutta l’esistenza. Un’ipotesi che nel mezzo del cammin di nostra vita va presa in seria considerazione. Pagherò un tanto al mese qualche giovincella esotica che venga ad accudirmi, lavarmi, prepararmi del cibo, stirarmi la roba. Magari regalarmi del sesso orale ogni tanto, che io il pollice dopo la rissa lo muovo maluccio. Perché ho bisogno di ripetermi cose delle quali sono il primo a riderne? Il genere umano mi va stretto, implodo e non voglio sentir parlare fino a nuovo ordine.

         Regret – New Order

Un consiglio:

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/42120/pimlico/

Tre parole:

“Questo non è il Vietnam, è il bowling: ci sono delle regole!”  (Il Grande Lebowski)

“Meno è intelligente il bianco, più gli sembra che sia stupido il negro” (A.Gide)

È raro che gli uomini che nutrono il massimo rispetto per le donne godano di qualche popolarità tra loro” (J.Addison)

Dieci suoni:

Joe Jackson, Look Sharp! 1979

Minimal Compact, Deadly Weapons 1984

Hoodoo Gurus, Mars Needs Guitars 1985

Inspiral Carpets, Life 1990

Jayne County, Storm The Gates Of Heaven 1978

Death In June, Brown Book 1986

China Crisis, Difficult Shapes… 1982

Cocteau Twins, Head Over Heels 1983

Belly, Star 1993

Blue Orchids, The Greatest Hits 1982

 

Autore: Michele Benetello

Ex un po’ di tutto, vivo da participio passato in mezzo a un gruppo funzionale costituito da due atomi di carbonio legati tra loro con un doppio legame, e tre atomi di idrogeno derivato dall’etene (etilene) per perdita di un idrogeno. Si chiama vinile. Mi piacciono le conchiglie, i cani, l’inverno e Cindy Crawford. Se rinasco vorrei essere Johnny Dean nell’esatto istante in cui indossa la giacca da ussaro a Top of The Pops. Per ora mi accontento.

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