Pimlico – Capitolo 29

Polyesterday

Gus Gus 1997

“Ognun vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei”

Niccolò Machiavelli – Il Principe

         Com’è che faceva quella vetusta pubblicità?: Oggi più di ieri e meno di domani. Ecco, all’epoca la adottavano per vendere diamanti agli innamorati; ma ognuno la può far propria in qualsiasi campo e in qualsiasi momento. Io, per esempio, posso affermare che oggi sono più stanco di ieri e meno di domani. Semplice. Eppure, se mi volto indietro a guardare gli ultimi fogli di calendario, quelli che ancora stanno svolazzando nell’aria prima di toccare definitivamente terra, vedo sprazzi di autentica gioia, gioia purissima. Talmente pura da rischiare l’overdose. Che Monroe abbia una parte importantissima, nel bene e nel male, è fuor di dubbio. È intelligente, paziente, bellissima, non mi dice che i Roxy Music fanno cagare, mi adora in una maniera che solo le ventenni riescono ad avere (per poi perdere all’approssimarsi dei trenta), non le piace il rock americano – a parte Beck e poco altro, ma glielo concedo – non devo pregarla per scopare. Non potrei pretendere di meglio. È che non pretendo. Sono avvinghiato a lei. Punto. Ed è proprio questo, ancora una volta, che mi preoccupa.

         È stata una bella giornata; molto anni sessanta. Tognazzi e Gassman, Claudia Cardinale e B.B. Colazione nel bar più lussuoso della pulciosa riviera, ritorno a casa con felicità a mille incorporata, doccia con annesso sesso, dormita favolosa fino alle quattro del pomeriggio, distacco straziante, sorriso ebete stampato sulle guance da quel momento.

         Il lunedì sera mi sono presentato a casa sua con un mazzo di ventitré rose, un paio di Levi’s puliti e stirati, una maglietta Fred Perry e i capelli perfettamente in ordine. So stupire le donne. Nell’ordine a cadere nel vortice sono state la madre: “sei irriconoscibile, sai che stai proprio bene?! Sembri finalmente una persona come si deve”. Sempre gentile, la vecchia mantenuta. E Monroe, che vedendomi si è portata le mani al viso e mi ha trascinato in camera sua riempiendomi di baci, ripetendomi ogni trenta secondi “nessuno l’aveva mai fatto, per me” e toccandomi i capelli finché il viso non era un unico solco nero lasciato dalle lacrime colate sul mascara. So stupire le donne. Ma ogni tanto ho bisogno di implodermi dentro.

         Lo devo fare perché, puntualmente, sul display luminoso che ho nella parte interna della fronte cominciano a scorrere delle domande, e per farle sparire devo nutrirle con risposte rapidissime. L’ultima di queste domande, quella che gira incessantemente da qualche tempo è: ma i tuoi ieri ti hanno consegnato in eredità degli amici? Lo sapevo che prima o poi sarebbe arrivata questa domanda. I miei amici…Chi sono i miei amici? Chi erano? Chi potranno essere? Cosa devo rispondere? Siamo già in vena di consuntivi? Ammainiamo le vele? Smettiamo di pescare e tiriamo su le reti? Posso rispondere a una domanda con un’altra domanda? Gli amici sono una gran cosa e sono conscio che c’è una differenza abissale tra amici e conoscenti. Ho milioni di conoscenti, anche stretti, ma credo che gli amici, quelli veri, non si debbano contare oltre le dita di una mano; chi afferma di essere pieno di amici probabilmente è un tipo che passa i week end a telefonare in giro per vedere se trova uno straccio di passaggio da qualche parte. Io ho pochi amici, pochissimi. Probabilmente non arrivo alle dita di una mano. Quindi sono veri amici.

         La Vispa Kornelia era una grande amica. Era. Per ovvi motivi non rientra più in quella graduatoria, quindi non fa testo. Lino. Lino è un caso particolare, lo conosco da troppo poco per poterlo inserire di diritto nella categoria. Per ora è nel limbo. Gli voglio un gran bene, talvolta lo trovo pesante, è esattamente agli antipodi rispetto alla mia indole; ma mi aiuta se ho bisogno di aiuto, mi sprona se ho bisogno di essere spronato, sa stare zitto se la situazione lo necessita; quando è ubriaco tutto questo non avviene, quando è ubriaco è un semplice coglione. Ma non sono sicuro di poterlo considerare un amico dal pedigree puro, ho bisogno di rodarlo ancora per qualche anno. La brigata del bar – tolta la penultima fila della 5°B e Giò – è una cosa ancora più complicata, loro devono ancora arrivare al limbo di Lino. Sicuramente al limbo arriveranno in pochi, all’amicizia rarefatta ancor meno. Forse nessuno. Ottimi conoscenti, cordiali, disponibili, socialmente brillanti. Mi ci trovo benissimo, ma la mia intimità non la divido con loro. Non serve vedersi ogni giorno per essere amici. Quelli che vedi ogni giorno finiscono per starti sulle palle. Per vidimare un amico vero possono servire anni e anni di frequentazioni reciproche, viaggi, scazzi, scambi di idee, di opinioni; ma può anche succedere che due giorni dopo aver conosciuto una persona tu sia sicuro che quella rappresenta lo stampo dell’amico perfetto. Ho bisogno di chi vaga per il limbo, ho bisogno di chi il limbo non l’ha ancora raggiunto e ho bisogno anche degli amici; siano essi veri o presunti, si chiamino Giulio o Alfonso, perché nella scala Richter delle amicizie possono fare gravi danni anche le scosse di un paio di gradi. A dir tutta la verità ho bisogno anche di avere qualche bel nemico; avversari fieri, onesti, pieni di dignità; roba da detestarci cordialmente, insomma. Quelle persone che dopo qualche anno di spari nel buio diventano ottimi amici. Avevo un sacco di nemici, una volta. Adesso sono spariti anche quelli.

         Negli ultimi anni arrivano soltanto resti dell’Armata Brancaleone, gente tipo il povero Banana, ma non posso nemmeno considerarlo un nemico; al massimo un prigioniero di guerra, abbandonato dalla sua truppa. Non ho più rivisto Kornelia dal giorno della visita, e saranno due anni che non vedo le sue amiche; non so se Miss Ender vede i miei amici, ma so che rifugge quelli che avevamo in comune. Scambi incrociati che non porteranno mai a nulla, non cambieranno l’ordine delle cose; quello che è stato scritto da tempo. Ci sono differenti domani, ma c’è un solo ieri. E non lo si potrà mai cambiare. Il mio ieri più prossimo ha Monroe come soggetto, ha le foglie splendenti della gita al mare, ha le rose, le sue lacrime di commozione. Il mio ieri più prossimo sembra abbia calma pace e felicità in arrivo. Sta a me stringerlo tra le mani e condurlo a un domani sereno.

         Lino è migliorato da subito, siamo passati a trovarlo qualche giorno fa; giusto dei residuati di mal di testa, un po’ di scuse piene di timidezza e imbarazzo (da parte di entrambi e per diversi motivi), un caffè e siamo tornati a casa mia. Penso che il vecchio abbia l’impressione di averci…Come dire…Perso. Credo si sia convinto di vederci come una famiglia arrivata, ecco, arrivata è la parola giusta. Una famigliola appagata; è sicuro che smetterò di comprare dischi, che metterò la testa a posto, che non passerò più le notti al Joy cercando di sbronzarmi, che abbandonerò il bar, che andrò in vacanza al mare, che passerò i week end a cena dai suoceri. Non mi ha detto nulla, ma lo conosco da abbastanza per capire i suoi sguardi, i suoi silenzi, per scoprire quello che vorrebbe dire ma non dice. Ne parliamo io e Monroe nel tragitto di ritorno, e conveniamo sul fatto che il poverello si sbaglia di grosso.

         Qualche mese di frequentazioni reciproche fa affiorare domande, curiosità, sfizi sepolti chissà dove. Quello che non dico è l’ultimo pensiero di Lino, quello che solo un altro maschio può comprendere, soprattutto se piuttosto avanti con l’età. Il pensiero che vorrebbe uscire ma viene trattenuto e che guarda al futuro, magari ad altri anni, quando Monroe si stancherà del vecchio cadente e piagnucoloso e convolerà a giuste nozze con il figlio di qualche industriale per poterne disporre a piacimento. Almeno finché questo non comincerà a picchiarla e a tradirla. È un pensiero che conosco, anche se è nascosto tra le pieghe della mente di Lino. Lo conosco perché lo farei anche io.

         “Elisa?”

         “Mmmh”

         “Ma davvero mi guardavi da tempo?”

         “Sì, cosa ti serve, una botta all’autostima? Non te l’ho già spiegato?”

         “Stupida, dai…sii seria”

         “Ti ho visto per la prima volta l’anno scorso, una sera al Joy. C’ero venuta con un gruppo di amiche. Sai no, il classico gruppo di ragazze invincibili e crudeli. È stata Gloria ad indicarti. Eri vestito benissimo ma oltre a quello non mi avevi particolarmente colpito; anche se Gloria continuava a dirmi che saresti stato perfetto per me”

         “Uhmmm… quindi non ti eri mai accorta che – da Natale circa – ogni maledetto sabato pomeriggio alle 14.30 io ero seduto fuori del bar vicino al ponticello, in centro, aspettando di vederti passare?”

         “Noooo! Stai scherzando?” è sorpresa come può essere sorpresa una donna quando le si solletica l’orgoglio femminile.

         “Ripeto: non te ne eri mai accorta?”

         “Certo che no, ma dov’eri? Perché non mi hai mai fermato se ti facevi chilometri ogni sabato solo per vedermi? Wow, che figata, avevo un maschio che mi pedinava e non me n’ero accorta. Eccitante questa storia, posso raccontarla alle amiche?!”

         “Ma nemmeno per idea. Non ti ho mai fermato perché ero convinto che Danny fosse il tuo ragazzo, e perché ti ritenevo irraggiungibile” anche perché sono timido, ma questo possiamo tralasciarlo prima di continuare “mi togli finalmente la curiosità di sapere per quale motivo ogni sabato passavi a quell’ora?”

         “Il sabato pomeriggio vado a prendere in stazione papi che viene a passare il week end da noi; semplice. Chissà che paranoie ti sei fatto, se ti conosco un po’…”

         “Tutto qui? Andavi a prendere…papi?” che delusione. Che enorme, stratosferica delusione.

         “Beh, sì…cosa pensavi?” a niente pensavo, tesoro.

         “A niente. Mi stavi invece dicendo di Gloria e del Joy…E poi? Com’è successo il tutto? Continua…”

         “Niente di particolare, non c’è stato un fattore scatenante. Un po’ alla volta hai cominciato ad intrigarmi, cercavo di passarti vicino per sentire il tuo timbro di voce, guardarti le mani, eccetera. Insomma, volevo vedere l’articolo nella sua interezza”

         “Un po’ come si fa con i cavalli”

         “Scemo! Alla fine ho cominciato a raccogliere informazioni”

         “Appunto, un po’ come si fa con i cavalli, pedigree compreso” rido, ma non nascondo che la cosa mi piaccia.

         “Insomma” continua “mi sono trovata incollata su sta cosa in un paio di mesi, non vedevo l’ora che arrivasse il sabato sera per venire al Joy e vederti. Ogni tanto ti intravedevo anche in centro città, cercavo di seguire i tuoi spostamenti nei limiti del possibile, ma non sono mai riuscita ad approcciarti”

         “Perché non l’hai fatto direttamente al Joy? Non dirmi che non avevi capito che anche io ti guardavo”

         “Certo che l’avevo capito, non sono mica ottusa come te, avevo un po’ di timore nel fare il primo passo esponendomi, perché avevo ancora qualche remora. Mi sembravi stronzetto e spocchioso, certe notti rimanevi in un angolo a guardare tutti dall’alto in basso senza che nessuno avesse il coraggio di venirti vicino. Tre volte sei sparito con delle zoccolette. Insomma, non c’erano solide basi e non sapevo come avresti potuto reagire; ero intimorita”

         “Beh, dal tuo punto di vista non hai nemmeno torto, e quindi hai mandato Danny”

         “Alla fine ho dovuto, ero stanca di struggermi per questa cosa platonica che non proseguiva in nessun modo, in più ero sicura di piacerti. Ne ho avuto la certezza una sera al ristorante messicano in centro, forse tu non ricordi”

         “Ricordo benissimo invece, hai fatto l’oca per ore. Pensavo che tu non ti fossi accorta di me”

         “Non facevo l’oca, stavo cercando di conversare con un tono di voce più alto per vedere se riuscivamo ad inserirti nei nostri discorsi. Figurati se invece hai mosso un ciglio…testa bassa e Margarita tutta la sera, anche se mi squadravi con una faccia…”

         “Ricordo come fosse adesso quella sera, potrei anche dirti com’eri vestita. Anzi, come non eri vestita. Ricordo anche che alla fine per sbollire ho dovuto correre a casa e chiudermi in bagno”

         “Sarà anche vero” risponde con un sorriso, credo si stia immaginando la scena.

         Comunque è vero, dovetti correre a casa prima di fare danni gravissimi nelle mie mutande. Ricordo davvero nitidamente tutto. Aveva dej jeans a vita bassa che le facevamo spuntare uno zucchero filato che per convenzione potremmo chiamare tanga, una maglietta strettissima bianca dove le sue tette stavano in apnea, rossetto e reggiseno bianco. Non avendo avuto altrettanto sotto le mani è ovvio che ho dovuto dedicarmi a leccare margarita tutta la sera, tra un nachos e l’altro. Ricordo finanche gli argomenti che aveva trattato, ricordo con un moto di invidia anche la sua tavolata, piena di bei ragazzi alla moda e di fighe spaziali. Ricordo di aver fatto mente locale chiedendomi chi del suo tavolo se la scopasse. Ricordo che Simone voleva aspettarla fuori e provarci prima di assumerla, stava facendo venire l’erezione all’intero locale. Era una battaglia all’ultimo sangue tra lei e il Margarita.

         “Chi c’era con te quella sera?”

         “Che ne so? Io non li conoscevo mica. Era la cena dell’ufficio di Gloria, lei lavora come designer per una grande azienda, mi aveva chiesto di accompagnarla perché uno dei tizi la tarmava in maniera pesante. Ci sono andata e mi sono anche divertita. Bella gente”

         “Ero gelosissimo di quei figaccioni all’ultima moda, ho passato quel fine settimana a fantasticare su chi di loro potesse diventare il tuo ragazzo, in preda al più grande sconforto dato da un sensibile complesso d’inferiorità”

         “Ah ah ah! Ben ti sta, io diventavo viola quando al Joy sparivi con qualche puttanella; pari e patta”

         “Beh, sarò sparito persino due volte con qualcuna, lì dentro” mi interrompe con aria da ragioniere: “tre, tre volte sei sparito. Le ho contate”

         “Comunque, giusto per essere chiari…Non è che quella sera al ristorante hai finito per ingroppartene uno?” ormai che ci sono chiediamo tutto.

         “Beh…”

Opporcoildiodeidesignerdimerdaedituttoquellufficio. La interrompo, forse è meglio non sapere “okay okay okay, basta così. Mi fai sentire una merda”

         “…Fammi finire! Uno mi piaceva, e io piacevo a lui. Era un collega spagnolo di Gloria, in Italia per uno stage”

         “Okay okay okay, basta così grazie” scherzo, ma non troppo. Anzi, per nulla.

         “Stai zitto un secondo! Dopo la cena sono andati tutti a casa, io e lui invece ci siamo fermati a passeggiare e ci siamo baciati. Una cosa molto molto ingenua e pura. Se tu non fossi esistito ora avrei un ragazzo d’oro, ne sono sicura…” ride mostrando 578 denti disegnati col compasso “…e passerei delle ferie estive favolose in Costa Del Sol, invece di farmi accompagnare a Jesolo da un vecchio anticonformista che non ha nemmeno il coraggio di votare a sinistra”. Qui mi hanno preso per il portacenere umano, se il sottoscritto non le va a genio può sempre recedere dall’acquisto, che torni pure con lo spagnolo, buona corrida a tutti. Ma che razza di sciocca.

         “Senti, puoi sempre chiamarlo, fatti dare il numero da Gloria. Ti auguro una vita fatta di paella, ramblas e corride. Se hai di questi rimpianti non farti scrupoli, qui non si è firmato nessun contratto, anzi…” mi chiude la bocca con la mano, guardandomi come si guardano i pazzi che invadono i campi di calcio durante le partite “Sei davvero uno scemo, stavo scherzando! Conosci il significato del verbo scherzare? No? Beh, io non ho tempo per spiegartelo. Ti pare che sia stato un discorso serio il mio? Dai! Sveglia! Hai nove lustri sul groppone, svegliati!!”.

         Mi sveglierei anche, se mi lasciasse il tempo di farlo, invece continua “mi ero anche data un termine, una scadenza, non avevo più intenzione di struggermi e stare in attesa di una cosa che non voleva arrivare, ancora un po’, e se le cose non avessero progredito, mi sarei messa il cuore in pace”.

         Cambio corsia senza mettere la freccia “Te la do buona, per ora. E se quella sera io non avessi risposto a Danny, cosa avresti fatto?”

         “Io sapevo che avresti risposto a Danny, che domande! Altrimenti non l’avrei mandato.”

         “Ok, ma poni per assurdo che l’avessi pregato di lasciarmi in pace”

         “Penso che avrei tentato personalmente, dopo qualche tempo, di avvicinarti.”

         “E se ti fosse andata buca?”

         “E se, e se…E se la smettessi con queste ipotesi? Con questo caldo, poi”

         “Dai rispondi…”

         “Ti avrei lasciato cuocere nel tuo brodo. Ma io sapevo che mi guardavi, io sapevo che ti piacevo. Che credi, sapevo forse prima ancora che lo sapessi tu”.

         “Ok, ma poni che ti fosse andata buca con me”

         “Ancora? Ti ho detto che non poteva andarmi buca; magari passavamo assieme solo una notte e poi ci mandavamo a cagare, e sarebbe stato il peggiore degli incubi possibili. Ma non poteva andarmi buca con te”

         “Ma come fai ad esserne così sicura?”

         “Ma come fai ad essere così fesso? Non lo sai che le donne capiscono cose che voi uomini manco sospettate?”

         “Già…Ti piace ancora Umberto?”

         “Oddio, basta!”

         “Ma se ci sei andata a letto, più o meno durante il mio compleanno! Cosa vuoi farmi credere?”

         “Io non ti ho mai detto di essere andata a letto con Umberto. Io ti ho più o meno fatto capire che c’è stato qualcosa. Ciò non significa necessariamente che noi si abbia scopato…Quella sera”

         “Vuoi dirmi che non siete finiti a letto assieme? Guardami negli occhi mentre mi rispondi!”

Ho accostato la macchina esattamente sopra a delle strisce pedonali.

         “No. Non siamo finiti a letto assieme quella sera”

         “Cosa avete fatto?”

         “Perché dovrei dirtelo, scusa?”

         “Perché stiamo assieme, credo.”

         “Da quando? L’hai deciso tu in questo momento? E ti sembra un’ottima ragione? Posso anch’io, dopo, passare in rassegna le tue attività erotico sentimentali precedenti a me?”

         “Perché no? Con un po’ di discrezione…Ma io sto parlando di attività erotico sentimentali che non sono precedenti a noi. Le abbiamo vissute quando, più o meno, ci si stava studiando.”

         “Quando più o meno, anzi…più più che più meno, non eravamo manco per il cazzo assieme. Come ora, del resto, visto che con te non ci capisco più niente”

         Vero. Tu hai ragione mia rugiada, ma io non ho torto. Qua pare mezzo mondo ci abbia provato appena ho girato la testa, e di questo mezzo mondo almeno un continente intero ci sia riuscito.

         “Allora me lo dici?”

         “Uff! Insomma, bacetti, toccatine, robe così…”

         “Cosa vuol dire ‘bacetti, toccatine, robe così’?”

         “Non ho intenzione di scendere in dettagli. Scordatelo”

         “Dai, ti prego, devo saperlo…Dopo non ti rompo più”

         “No-oo”

         “Eddai…”

         “Nemmeno per idea”

         “Almeno dimmi se eravate vestiti oppure no”

         “Che palle! Che paranoico!! Lui era vestito a metà, io pure. Contento? Adesso basta!”

Mi urta ugualmente. Quale metà, poi? Bergamo Alta o Bergamo Bassa?

         “Dove?”

         “Vuoi anche puntarmi la lampada sugli occhi? Che cosa vuoi ancora?”

         “Voglio sapere dove eravate”

         “In camera mia, la sera del tuo compleanno, prima…prima di venire al bar a farti gli auguri”

Certo che è zoccola però. Perso il record da subito.

         “Una bella pugnalata ai fianchi, non c’è che dire”

         “Non arrampicarti sugli specchi e non fare la vittima. Non eravamo assieme, mi avevi appena scaricata. Dai, perché avvelenarsi il sangue? Lasciamo perdere, ok? Facciamo così, non ti chiederò niente delle tue ex. Non voglio sapere nulla, va bene?”

Prendi la mano che ti viene offerta in segno di pace, nemmeno i cani la morsicano se porta del cibo…

         “Va bene.”

         “Stasera ti porto fuori a cena, Papi mi ha lasciato una mancia pazzesca”

         “Per cosa? Perché passi a prenderlo in stazione ogni maledetto sabato?”

         “Scemo. Per l’ottimo voto preso all’esame”

         “E se te li tieni in tasca e ci facciamo qualcosa a casa mia e poi rimani a dormire?”

         Sono terribili le donne. Mi guarda con una faccia ammiccante, sbattendo gli occhi come Lana Turner. Lei lo sapeva che le avrei chiesto tutto ciò. Forse ha voluto portare volontariamente la conversazione su questi binari. Si può vincere un paio di battaglie con una donna, ma non più di un paio. La guerra la vincono sempre loro. Sempre.

         “Potrei…Potrei farlo benissimo, mamma non rompe più tanto le palle se dormo da te. È arrivata a tollerarti, e secondo le sue discriminanti, se un po’ la conosco, hai già raggiunto la sufficienza quindi.”

         “Quale onore, cosa mangiamo?”

Pausa. Voce zuccherosa.

         “Che discorsi…Niente”

Niente significa una scatoletta di tonno a testa, cetrioli, caffè e due cioccolatine Duplo.

         “È troppo caldo in camera tua, non puoi prenderti un condizionatore?”

         “Non me lo posso permettere. Comunque è normale sia caldo. Siamo quasi in agosto. Non piaceva da morire il caldo, a te?” calco gli accenti su da morire, perché io guardo con sospetto la gente che si contorce come lucertole sotto il sole.

         “Certo che mi piace, ma qui l’umidità è ferocissima; non so se arrivo a domani mattina…Devo svegliarti per la colazione?”

         “Non serve che ti alzi, la farò prima di andare al lavoro”

         “Okay, ‘notte…”

Visto che dorme qui, sarebbe meglio battere il ferro finché è caldo…

         “Ehm…”

         “Cosa c’è, non hai sonno?”

         “Facciamo un gioco?”

         “All’una e dieci di un giovedì sera d’Agosto? È caldo, stai buono.”

         “Daaaaii…”

         “Nemmeno per idea, lasciami dormire”

         “Uno solo, uno solo! Uno solo, dai!”

         “Che palle. Non molli mai tu, vero? Sentiamo…”

         “Tu mi dici con chi sei andata a letto prima di me e poi io faccio altrettanto. Ti piace?”

Si tira su e si appoggia il cuscino dietro la testa, incrociando le braccia bianche come latte.

         “Credi di essere furbo e ironico, vero?”

         “Mai pensato”

         “Credi anche che io sia stupida, naturalmente”

         “Ma…No, che domande fai?” perché se la prende?

         “Non voglio essere presa in giro, e questa storia del gioco è un insulto alla mia intelligenza, perché non me l’hai chiesto direttamente senza tutte ‘stè fregnacce del cazzo?”

         “Dio, era così…Giusto per sdrammatizzare un po’…Se te l’avessi chiesto direttamente mi avresti sparato un no definitivo. Senza contare che ti saresti comunque arrabbiata quindi…”

         “Così vuoi sapere la storia delle mie avventure. Bene” Ha una calma e una decisione che mi fanno paura “Bene, non vedo perché tacere…Ho avuto due persone importanti prima di te: il primo è stato un compagno di liceo del quale ero innamorata persa da tempo, mi ha scopato un capodanno dopo qualche settimana di frequentazioni reciproche, quasi approfittando di me, che giacevo semi ubriaca in qualche divano. Volevo denunciarlo, ma ne ero cotta anche dopo quello che aveva fatto, senza contare che – anche se ubriaca – non mi era dispiaciuto affatto”.

         Scherza, facendomi venire un ictus, prima di continuare “la cosa più brutta è che l’intera scuola ha riso alle mie spalle per mesi. Che poi è anche vero che l’intera scuola di sesso femminile c’era finita a letto, quindi avevano ben poco da ridere. Io di quel capodanno di merda non ricordo nulla a parte il suo corpo che mi avvolge. Se devo dirti la verità quando lo rivedo provo ancora delle fitte al cuore, era un figo allucinante, con un fisico marmoreo. Culturalmente un deficiente, viziato all’inverosimile…ma avevo sedici anni e non potevo ammettere di aver dato la mia verginità a un ebete. Dotatissimo ma ebete in maniera stratosferica”

         Dotatissimo ma ebete, eh? Non so se sentirmi sottovalutato o no, e non so se carpire la sottolineatura quando dice dotatissimo o quando dice ebete.

         “Un marmocchio della borghesia bene?”

         “Madonna…Suo padre era anche stato eletto in Parlamento, non hai idea di come abbiano fatto i miliardi; papi chiama i soldi di quella famiglia maialardi. Non chiedermi chi è, non te lo dirò mai…Se lo vedo te lo indicherò, tanto non lo conosci”

         “Lo vedi ancora?”

         “Ogni tanto è al Joy con i suoi amici e la sua ragazza”

         “Bella passera?”

         “Chi?”

         “La sua ragazza…”

         “L’ultima sembra proprio di sì, ha anche fatto delle comparsate come valletta in qualche trasmissione Mediaset. Un’oca, comunque. Però figa”

         “Tanto so chi è, inutile che semini indizi sbagliati” cerco di osservare la sua espressione mentre lo dico, e vedo che si adopera par nascondere un lieve sussulto di sorpresa.

         “Dai, vediamo…”

         “È Andrea. Ovvio”

         Colpita e affondata, non riesce nemmeno a fingere stupore “non serve che chiedi come, cosa e perché…Quella sera alla festa vi siete salutati ed avete parlato in una maniera da subito a me sospetta; era lampante che tra voi ci fosse stato qualcosa in passato. Ho solo fatto due più due”

         “Beh, perché negare? Sì, era lui, ma non vorrei che…”

         “Ti prego, non cominciare con le fregnacce. Era lui, bene. Punto e a capo. L’importante è che l’abbia capito. E che da ora ti stia lontano per sempre. Non sto scherzando, tienilo bene in mente”

         “Non ho intenzione di…”

         “Te lo ripeto: tienilo bene in mente, ok?”

         Credo si senta mortificata come non mai. Ho calcato un po’ troppo la mano, ma il mio tono di voce era davvero satanico mentre le impartivo il brusco ordine.

         “Ok, ma…”

         “Punto. E. A. Capo. Altrimenti ti sguinzaglio i fratelli Martini. E il secondo?”

         “…il secondo è stato più gentile, mi ha corteggiato per settimane, non ha mai tentato di approfittare di me, non mi piaceva alla follia, però ci stavo bene assieme, era dolce, gentile, mi riempiva di premure, mi sentivo coccolata. Mi sono concessa come premio per la sua pazienza”

         Ora, se poi parlo vengo tacciato di essere un vergognoso, insensibile, spregevole esemplare di maschio italiano; misogino e mammone come tutti i maschi italiani, ma cazzo! Questa si dava via per premio? Cos’aveva, la dolce patatina come una lotteria? La pesca di vaginificenza? Vado via di testa con queste storie, io. E manco posso discuterne altrimenti ci ammazziamo di bastonate verbali. Devo mangiarmela e digerirmela tutta da solo.

         “Quanto è durata?” almeno questo potrò saperlo.

         “Quasi un anno…”

         “E quante volte avete trombato, scopato, fornicato?” e pure questo mi spetta di diritto.

         “Cristo, non mi sono messa a contarle! Sei malato.”

         “Più o meno, dai…” ho tanta, tantissima pazienza, ma la sto perdendo, mi scivola via senza che io faccia nulla per trattenerla.

         “Non sono tenuta a dirtelo”

         “Non sei tenuta, no…Ma mi faresti sentire meglio se mi dicessi la verità” prima che io estragga il machete.

         “Io vengo a farti storie sul tuo passato?”

         “No, ma se le facessi ti risponderei”

         “Figurati…”

         “Dimmelo sennò esco pazzo”

         “Uff, che coglioni! Parecchie”

         “Più…più di noi?”

         “Beh chiaro…in un anno.”

Lanciamo il sasso dal cavalcavia: “e chi era?”. Si ferma un attimo per respirare. Incalzo “Chi era? Lo conosco? Non dirmi che lo conosco.”.

         “Umberto”.

Mi sembra di affogare nel guano “pe…Per…Perché non me l’avevi mai detto?”

         “Perché saresti stato insopportabile, mi avresti impedito di vederlo, mi avresti fatto delle storie vergognose. Non volevo stare male. Ma non voglio nemmeno fingere o raccontarti frottole.”

         “Nemmeno un accenno in tutti questi mesi, mi sento preso in giro, tradito. Ha passato intere giornate a studiare da te mentre io ero ignaro di tutto.”

         “Ignaro di cosa… È stata la mia paura di vederti reagire così a impedirmi di dirti qualcosa a riguardo. Ti posso giurare che, oltre la sera del tuo compleanno, non c’è più stato uno straccio di nulla da quando ci siamo lasciati”

         “Ecco perché mammina voleva spingerti tra le sue braccia. Porc…Mi girano troppo i coglioni…”

         “Io ora amo solo te. Io passo le giornate a pensarti, ho il cuore e il corpo pieno della tua persona. Come posso solo lontanamente farti capire cosa provo?”

         “Sai che questo potrebbe cambiare tutto”

         “Stai scherzando, vero? Non sarai mica così verme da…”

         “Può darsi che io sia così verme, in questo momento ad esempio lo sono eccome. È che avevo riposto fiducia in te; ti credevo. Ora mi riesce difficile anche solo credere che non abbiate fatto quasi nulla la sera del mio compleanno, adesso divento pazzo se penso che solo fino a pochi giorni fa veniva a studiare a casa tua. E poi anche questo Andrea! Dio Cristo…Uno praticamente la violenta e lei ne resta invasata. Lasciamo perdere, fammi dormire ora…. Buonanotte…”

         “Ti prego…”

         “Vorrei pensarci un po’ su, va bene? Non ho voglia di mettermi a discutere. Sono stanco, domani devo andare a lavorare. Anzi, fammi una cortesia, domattina sparisci…”.

         Singhiozza, ma non voglio farmi intenerire, quando le donne non sanno più come uscirne, quando sono avviluppate dall’impasse, allora piangono. Una volta che capisci l’antifona sei vaccinato. Nessuno dei due dorme sonni tranquilli, anzi. Io mi sveglio alle prime luci dell’alba e cerco di filarmela senza che se ne accorga; lascio un biglietto in cucina nel quale le spiego che non sono arrabbiato, devo solo entrare nell’ordine di idee, che probabilmente entro un paio di giorni mi passa. Poi vado al lavoro sperando di trovarmi sulla strada il bell’Umberto, perché è bello cominciare la giornata con un impalamento.

         Nelle relazioni della mia vita non ho mai ricevuto la fiducia che infondevo nel rapporto. Mai. Sono sempre stato ultra onesto, non ho mai nascosto nulla, non ho mai tradito; eppure – prima o poi – sono stato deluso, profondamente deluso dalla controparte. Mi sembrava che Monroe potesse costituire un’eccezione, magari grazie alla sua giovane età, ma mi sbagliavo. E adesso non so cosa pensare. Per fortuna ho otto ore di pseudo lavoro per elaborare strategie o costruire piani di fuga. Devo stare molto attento a incastrare alla perfezione tutti i pezzi di questo Tetris, non posso permettermi di sbagliare forma o inclinazione. Il game over è dietro l’angolo quando perdi la concentrazione. Non voglio staccarmi da Monroe, ma nemmeno posso fargliela passare liscia; non mi ha proprio mentito, però si è guardata bene dal dirmi la verità, che è un po’ come dire: tu hai ragione ma io non ho torto; e il sapere che ha passato – e probabilmente continuerà a passare – delle ore con Umberto mi fa uscire di senno. Le mie immagini dei due amanti fedifraghi finiscono sempre con loro distesi sul letto di lei a scopare come forsennati, mentre la mano di lei toglie dal comodino la mia foto perché la impressiona.

         Quando si finisce una storia d’amore bisogna chiudere la porta e lasciare fuori al freddo l’amante di turno. Doveva fare così con Umberto. Dovrei fare così con Miss Ender. Non è detto che non lo faccia, lasciatemi tempo. Le impedirò di vederlo, ecco. O me o lui. Come i bambini capricciosi; il pallone è mio e gioco finché voglio io. Non riesco fisicamente a sopportare che i due si vedano magari mentre il sottoscritto è al lavoro. Doveva studiare, la signorina…E io non andavo nemmeno più al bar! Passavo le sere a farle delle cassette da tenere in macchina, setacciavo la mia discografia per trovare un senso logico a quEi metri di nastro magnetico, agganciavo Solex a Fantastic Plastic Machine, Virna Lindt a Saint Etienne, Momus a Jay-Jay Johanson, Neotropic a Lemongrass. Un bel pirla, ecco cosa sono! Io le preparavo i miei personali pegni d’amore e lei se ne stava attaccata a quel coglioncello con più brufoli che anni. E poi anche il miliardario cafone, quell’Andrea…Che schifo! Se l’amore è un campo di battaglia il suo esercito non dorme mai? Una tregua ogni tanto potrei anche meritarmela. O devo andare avanti ancora tanto con questi su e giù?

         Sono lo specchio fedele delle quotazioni di borsa, le impercettibili variazioni percentuali rispecchiano fedelmente il mio approccio alla materia della vita; le mie oscillazioni di umore, i miei blue monday non i miei blue chip. Apro tardi le contrattazioni, in genere quando gli acquirenti si sono già stancati e hanno scelto mercati meno a rischio, ed è raro che sia in trend positivo; se lo sono non dipende quasi mai da me. Devo andare, quel manichino del capufficio continua a guardarmi in cagnesco. Me ne riparlerò con calma durante il viaggio di ritorno da questa riserva indiana.

Un consiglio:

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/42120/pimlico/

Tre parole:

“Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice nella miseria” (Dante, Inferno V)

“Le donne hanno bisogno di una ragione per fare del sesso. Gli uomini hanno bisogno solo di un posto” (B.Crystal)

“L’ipocrisia è il vizio più difficile e sfibrante che chiunque possa praticare; richiede una vigilanza continua e un raro distacco dello spirito. Non lo si può praticare, a differenza dell’adulterio e della gola, nei momenti liberi; è un lavoro a ciclo continuo” (William Somerset Maughan)

Dieci suoni:

Anne Clark, Joined Up Writing 1984

Eat, Sell Me A God 1989

Giorgio Moroder, E=MC2 1977

The Smiths, The Queen Is Dead 1986

God’s Acre, 10 Gospel Greats 1990

John Foxx, The Garden 1981

James Hardway, The Neon Lounge 1997

Essential Logic, Beat Rhythm News 1979

Mega City 4, Who Cares Wins 1990

Laibach, Nova Akropola 1985

 

Autore: Michele Benetello

Ex un po’ di tutto, vivo da participio passato in mezzo a un gruppo funzionale costituito da due atomi di carbonio legati tra loro con un doppio legame, e tre atomi di idrogeno derivato dall’etene (etilene) per perdita di un idrogeno. Si chiama vinile. Mi piacciono le conchiglie, i cani, l’inverno e Cindy Crawford. Se rinasco vorrei essere Johnny Dean nell’esatto istante in cui indossa la giacca da ussaro a Top of The Pops. Per ora mi accontento.

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