Pimlico – Capitolo 18

Frozen

Madonna 1997

“Nessuno arriva in Paradiso con gli occhi asciutti”

Thomas Adams – Sermoni

         Brutta cosa i compleanni, quasi quanto i matrimoni. Irritante festeggiare lo scorrere del tempo, non ha senso, è come celebrare le malattie; non si fa. E’ assurdo. Anche perché ti accorgi di invecchiare proprio quando smetti di essere invitato ai matrimoni per andare ai funerali. Cosa cazzo di divertente ci può essere nell’accogliere festosamente l’avvicinamento progressivo alla morte? Che razza di usanze abbiamo noi umani? L’ultimo compleanno che ho festeggiato usando tutti i crismi è stato quello dei ventisette, quindi un bel po’ di tempo fa. Mi ero convinto che avrei potuto schiattare prima dei ventotto, e quindi avevo deliberatamente scelto di raggrupparmi attorno ad un po’ di amici dell’epoca per esorcizzare la malsana psicosi. Non è successo nulla, ovviamente, e da quel momento ho categoricamente giurato di non festeggiare mai più quegli infausti giorni. Tutti lo sanno, tutti evitano di far grosse moine che esulino dagli auguri di prammatica e tutti – me compreso – stanno meglio. Lo stesso al bar. Stava meglio anche la rocciosa consorte, così evitava di farmi il regalo ‘sta zoccola, assecondando la sua indole scozzese. L’importante è far sapere di starmi alla larga, si evitano un sacco di rogne anche se comunque il giorno del tuo compleanno ti senti emotivamente uno straccio. Se cade infrasettimanalmente stacco telefono, campanello e mi faccio negare per tutto l’arco delle ventiquattro ore; se invece avviene in un soleggiato week end allora metto timidamente fuori il muso e mi fiondo al bar per un giro di whisky, prima di finire la serata sotto qualche poltroncina a berciare come un ubriacone molesto, moglie o non moglie al seguito. Sorte questa che mi ero ripromesso anche questa volta, nonostante tutti le Monroe e tutti i Nanescu del mondo. Ma avevo fatto i conti senza l’oste perché sul più bello, quando mi sono finalmente sentito emotivamente staccato, quando ho imbarcato il mio cuore per un viaggio transoceanico, quando credevo di aver cicatrizzato le due pallottole sul cuore succede che Monroe giunge al bar, un sabato sera, nell’ora di punta; esattamente nel momento in cui i Southern Comfort avevano cominciato a riportarmi il sorriso sulle labbra ed ero pronto a diventare una spugna disposta ad assorbire tutta la positività del mondo. Non un sabato sera qualunque, il sabato sera che precede e conduce al mio compleanno. Con Danny.

         Brusio. Poi silenzio. Ultrasilenzio. Pareva d’ascoltare 4’33” di John Cage. Una mezza dozzina di facce che si voltano a guardarmi, un quartetto che interrompe la partita a carte, Elena che abbassa la testa manco fossi il protagonista di Mezzogiorno Di Fuoco in procinto d’affrontare il duello finale, Lino che mi strizza l’occhio, Simone appena tornato dal Belgio che fa un gesto eloquente come per suggerirmi di non fare prigionieri e Giulio – il tenero Giulio – che scuote il capo, sconsolato. Ha del fegato se viene a sfidarmi in casa senza nessun timore reverenziale; io non ce la farei a invadere il suo posto, quello nel quale si sente più a suo agio. Questo è pur sempre il mio bar. Sapevo che era in gamba, non sapevo che lo fosse più di me. E cosa faccio? Cosa faccio quando sento che i punti di sutura più recenti saltano come bottoni di cartone tenuti troppo a lungo in acqua calda? Mentre si avvicina al banco per ordinare, sbirciandomi, e otto paia d’occhi si girano all’unisono per guardarle il culo inguainato in un paio di jeans costosissimi, mi alzo e vado a giocare a flipper. Ho sempre queste reazioni dagli strani livelli di lettura, forse meccanismi inconsci che si azionano in determinati frangenti; quando Kornelia se n’è andata per suggellare il tutto mi sono fatto tagliare i capelli e tingere di blu un ciuffo degli stessi, con comprensibile disappunto dei superiori in ufficio. Riesco a vedere, prima di voltare l’angolo, che Danny ha l’aria visibilmente irritata. Mi gioco un singolo dei Primal Scream – magari non Higher Than The Sun remixato dagli Orb perché a tutto c’è un limite – che Monroe l’ha convinto a venire da queste parti. Sono in vantaggio stratosferico, credo. Piano. Con calma. Infilo la monetina e schiaccio il bottoncino di questo flipper trentennale, di quelli ancora semi automatici, con i punteggi a rotella e le figure di una volta; niente a che vedere con quella specie di videogames frigidi che si trovano in commercio oggidì. Alla seconda sfera mi arriva alle spalle. Klang! Buca diretta.

         “Te la cavi meglio in altre cose, sembra…”.

         Se solo tu me ne dessi l’opportunità, ora e qui, te lo potrei far vedere senza indugio alcuno darling, vorrei dirle. In ogni caso te ne ho dato ampia dimostrazione più e più volte qualche settimana fa, non sarò Rocco Siffredi o Ron Jeremy ma di sicuro meglio del tuo Umbertino, ci scommetto la mia disastrata prostata. Non so come faccio a saperlo, so solo che lo so, e basta. Stringe un Americano tra le dita sobriamente ingioiellate. Smalto rosa confetto. Ha sempre il suo pacchetto di sigarette infilato nella destra. Tre sintomi. Sono nervoso, lo ammetto. Mi accendo una sigaretta; riflesso condizionato, ma qui si può fumare perché il flipper è nella sala fumatori e l’aspiratore è giusto sopra di noi. Tre sintomi a uno. Scelgo di volare basso e di guardarmi il panorama: “buonasera signorina, come va?”.

         “Domani è il tuo compleanno” mi fa.

         “Maddai, ed io che cerco di dimenticarlo! Da 364 giorni” dico con la massima tranquillità, sbuffando una nuvola di nicotina. Lo so, che crede. Solo che ho un timer che mi ottura questo pensiero.

         “Mi sembrava giusto farti gli auguri, anche se sei stronzo”.

Lei non sa che io aborro il mio compleanno, lei sa solo che sono stronzo.

         “Ormai chiamarmi stronzo è diventata una specialità olimpica. Chi è Umberto?” Discesa libera. Sorride. Odio quando sorridono così “mi sono fermata qui prima di tentare di andare a ballare. Bevo qualcosa, così ne approfitto per fargli gli auguri, mi sono detta”.

         “Già!” Continuo a schiacciare i bottoni del flipper ma devo ancora lanciare l’ultima pallina. Se ne accorge e lancia un sorrisetto di sfida.

         “Come stai?” continua? Andiamo avanti ancora tanto con questa storia? Che cazzo ho scritto in faccia che tutte le donne mi chiedono come sto? Siccome non mi concedono la loro compagnia credono che io stia tirando le cuoia, che passi la mia esistenza stravaccato in un divano senza manco avere la forza di lavarmi le ascelle?

         “Chi è Umberto?” Continuo.

         “Te l’ho detto che non avresti resistito senza telefonarmi, quando mi hanno detto della misteriosa chiamata ho capito immediatamente chi fosse stato. Vero? Hai presente Perdono di Caterina Caselli? Sai come fa, immagino: ‘mi avevi abbandonato ed io mi son trovata di colpo tra le braccia a lui...’“. Certo che ce l’ho presente! Ho o non ho la sua foto sul comodino? A me vieni a spiegare la poetica della Caselli?

         “Sei venuta a dirmi il titolo, farmi gli auguri o solo a mettermi al corrente che sei andata a letto con un altro, così… Giusto per farmela pagare?”

         “Sei una persona intelligente, così ho scelto il codice cifrato che comprendi meglio. Fanne buon uso”

         Sono io che scelgo gli amici, o gli amici scelgono me? A ogni persona che mi arriva in ufficio guardo l’anulare della mano sinistra, tanto per vedere se hanno qualcuno a casa che li aspetta; e da quando li osservo sembra che ci sia un complotto cosmico di fedi matrimoniali. Non fa proprio male, fa pensare. E non si tratta dell’istituzione del matrimonio; piuttosto è il constatare che gran parte delle persone con le quali vengo a contatto ha trovato la donna o l’uomo della propria vita. Sapete, si può essere in compagnia di decine di persone, si può avere un pianeta – come abbiamo – con quasi sei miliardi di abitanti, ma restiamo soli ed unici. Piccoli pezzi di plancton nell’oceano dell’autocompiacimento. Che si girano attorno l’un l’altro. Vorrei duplicarmi con un ulteriore pezzo di plancton che gira li fuori. E – nonostante tutto –  non cambierei la mia vita con nessuno. Mi trovo, nonostante tutto, formidabile. Potrei essere un ottimo surrogato, per qualsiasi tipo di donna. Pensieri che si insinuano di pari passo con una timida erezione .

         “Sai, forse hai ragione. Non posso accampare diritti su di te; però vorrei. Anche perché, quando ti trovi a impegnare le ore del giorno pensando a una persona, capisci che non è stato un veloce e mero scambio di liquidi intimi e fluidi corporei.”

         Mi guarda sorpresa, secondo me è passata di qua perché si sente in colpa per qualcosa e ha paura d’aver irrimediabilmente compromesso tutto. Ora mi dirà magari che si è passata l’intera squadra di rugby della facoltà per farmi un dispetto. Occhio.

         “Ho ancora i tuoi compact a casa” faccio io, freddo.

         “Ci stavo pensando giusto l’altro giorno” risponde, col gelo.

         “Quando posso ridarteli?”

         “Oh, non so, magari manderò Danny”

         “Vuoi passare a prenderli…Adesso?” ribatto col calore di un fiammifero.

         “No…Perchè so come andrebbe a finire, e non me lo permetto più…Con te”

         “Con Umberto invece si, vero?”

         “Ma insomma, che vuoi? Mi scarichi come un farabutto figlio di put­tana ed ora accampi chissà quali diritti sulla sottoscritta. A che gioco stai gio­cando?”. Ha ragione. Ha ragione, butto via la mia vita in bianco e nero.

         Sento che il bar è stranamente ammutolito. Mi giro e sputo un: “voi potete anche continuare a parlare, ve la spiego io dopo la situazione” sono proprio incazzato, ma mi rilasso subito nel vederla così mollemente adagiata sopra il flipper. Mi viene in mente quel film dove Jodie Foster viene stuprata sopra uno di quei giochetti, ma abbandono l’immagine, sovrastata da sensi di colpa e sventolo uno dei miei soliti suicidi verbali “secondo te dovrei dirti che in questo momento ho un erezione?”

         “Tu sei tutto scemo”. Lo so questo; ma in certe situazioni è per questo che piaccio.

         “Lo so; ma voglio essere onesto, e lo voglio fare ora. Non so quando riuscirei a dirti quello che mi sto accingendo a rivelarti. Dì a Danny che vieni via con me per una mezzoretta. Ti prego”. Cerco di fare l’espressione più neutra che conosco, ma i miei muscoli facciali si plasmano in una posa implorante finché annuisce. Un casino. Lascio persino una pallina intonsa nel flipper, magari per improbabile record. Ci portiamo via Danny con noi, e lo scortiamo fino al locale; poi chiamiamo il bar per avvertire gli altri che l’appuntamento è per qualche ora della notte dentro al Joy. Noi rimaniamo nei paraggi, in un parcheggio semivuoto nei pressi di un supermercato che costeggia la strada del maledetto locale dove, tra una sigaretta e l’altra, la investo con un sacco di frasi slegate ma com­moventi. Le rivelo che provo qualcosa di intenso e difficile da illustrare, che mi faccio un sacco di paranoie riguardo le nostre situazioni, che non pensavo nemmeno io di ritrovarmi invischiato in così breve tempo, che mi immagino di spogliarla e di toccarla almeno ogni due ore, che è riuscita a togliermi i residuati della precedente relazione (magari non tutti ma buona parte), che forse – sì – forse sono innamorato davvero, che ho innalzato dei muri insormon­tabili nella nostra relazione, che non mi sento di viverla liberamente a causa del­l’età, delle differenze sociali e di quello che ho vissuto, e che comunque non riesco a farne a meno. Ma sarei tentato di riprovare e poi lancio migliaia di bla bla bla dallo scarso senso compiuto. Mi porge una sigaretta dal suo pacchetto, mi scruta con aria felina, mi tocca per un attimo i capelli e ritira la mano, pentita, quasi subito. Lascia passare qualche secondo prima di illustrarmi il suo punto di vista. In due parole.

         “Mi dispiace…” la sua voce è un flebile sussurro, triste e delicato.

         Le guardo gli occhi e vedo che, almeno, sono lucidi come un diamante appena intagliato. Così va la vita, perlomeno la mia. Tutto un susseguirsi di mi dispiace lanciati da donne alle quali avrei potuto regalare l’aorta, se solo avessero compreso; Monroe avrebbe potuto fermarsi ed avrei capito ugualmente la mia sorte.

         “…Mi dispiace perché provo un sentimento fortissimo per te, ma ho capito in tempo che sarebbe una tortura starti vicino; sei troppo difficile da gestire. Ed io ho paura di soffrire. Chiamami vigliacca, chiamami come vuoi ma, sinceramente, non so se riuscirei a reggere il rapporto. Preferisco lasciar perdere quando il do­lore è ancora tollerabile. Ho capito tante cose che tu devi ancora sbrogliare. Perdonami”.

         “Capisco. Cioè, no, cazzo! Non capisco…Non capisco ma sono costretto ad accettare la situazione. Perché sei venuta allora stasera? Te l’ha detto mammà?”

         “Era un mettermi alla prova, volevo vedere che grado di influenza avevi su di me” nemmeno lei è tanto a posto.

         “E poi sarei io lo stronzo difficilmente gestibile, vero?”

         “Non è il caso di scaldarsi tanto, non eri tu che volevi troncare qualche settimana fa? Adesso ti incazzi perché sono d’accordo nel terminare la nostra pseudo relazione?”. Ha sempre ragione.

         “E…Che grado di influenza ho su di te, se mi è consentito saperlo?”

         “Altissimo, ma sopportabile.”

         Servirebbe uno Scott Walker d’annata per celebrare il fatto che questa ventenne trova altissimo il grado di influenza che il sottoscritto esercita sulla sua persona. Visto che il mondo gira in questo modo è assolutamente necessario essere cinici, non v’è via di scampo. Per carità, non si evitano le inculate, ma almeno il cinismo non ti lascia sprovvisto di un bel tubetto di vaselina.

         “A cosa stai pensando?” capisce sempre tutto al volo, è anche per questo che mi sarebbe piaciuto averla al fianco.

         “Niente di particolare, pensavo che forse me la stai menando. Se non provi più nulla o ti fai zompare da Umberto, come credo sia molto probabile, allora preferirei tu fossi sincera invece di uscirtene con storie da fumettone anni quaranta e lacrime di marzapane. Ma non è un problema, assolutamente, era già messo tutto in preventivo non preoccuparti. Ora è meglio se entriamo, e forse è meglio se entri solo tu.” pensavo anche a dove potevo aver messo Scott4 che da mesi non trovavo più.

         “Pensala come vuoi, sei libero di non credere alle mie parole. Magari ti fa sentire meglio, a te piace essere cinico e indipendente. Anzi, a te piace far credere di essere cinico e indipendente, ma non sei né l’uno né l’altro.   “Non vuoi entrare?…”. La interrompo, perché veramente sto uscendo dai gangheri “No. Non me ne frega un cazzo di entrare, un cazzo. Hai capito?”.

         Mi si gonfiano le vene sul collo, credo che se la stia godendo un mondo questa rivincita. Cerco in tutti i modi di smontare la rabbia per non darle ulteriori soddisfazioni quando, con calma e noncuranza continua    “…E tireresti un pacco simile ai tuoi amici? Non eri moralmente integerrimo su queste cose?” stronza, una stronza che sa usare le parole.

         “Perché devi continuare a infierire?” sono a terra.

         “Scusa…Entra anche tu, dai…”.

         Okay.

         Okay.

         Mai passato una nottata più strana al Joy. Viaggio in trance tra le pieghe dell’architettura del locale, scruto i soffitti, la tela dei divani, le persone che mi urtano, chiedo asilo politico al bar ogni venti minuti. Una strana storia, un cortometraggio sulle sofferenze sentimentali. Protagonista principale, regista, direttore della fotografia e scenografo nonché costumista: il sottoscritto. Comparse: varie. Pubblico pagante: incazzato a tal punto dal voler essere rifuso del prezzo del biglietto. Mi fermo, recupero Monroe ferma con Danny a scrutarmi con aria strana e ci sediamo sul primo posto che riusciamo a ghermire.

         Così, distesi sulle poltroncine che scorrono lungo la cabina del DJ; distesi senza sfiorarci, timorosi di rompere l’origami che ci siamo costruiti attorno. La musica arriva attutita, ovattata ed induce alla conversazione. Ma non spiaccichiamo una parola che sia una. Dio solo sa di quante cose ho parlato su quelle poltrone in tutti questi anni; e quante volte ho appoggiato la testa stanca e la schiena sudata su quel muro che traspirava acqua. Curioso. Quando c’era Lei, quella con la elle maiuscola, la numero uno, in questo posto mi sentivo insofferente come un leone in gabbia. Scrutavo reggiseni e giravo per il locale in preda al ballo di San Vito. Mi bastava sapere che c’era e che continuavamo a resistere in un meraviglioso, ma instabile, equilibrio. Una sorta di regno illuminato dove il sovrano lasciava massima libertà ai sudditi, amandoli di una forma strana e sincopata d’amore. L’amavo troppo, forse, facendo poggiare tutta la mia esistenza sulla sua persona. L’amavo troppo senza mai dimostrarlo a sufficienza, incapace di trascriverle addosso i miei sentimenti. Doveva andare a intuito.

Un Consiglio:

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/42120/pimlico/

Tre parole:

“La musica ha un fascino che basta ad addolcire il cuore più selvatico.”  (William Congreve)

“Mi spiace ammettere che la materia che mi è piaciuta di meno è stata la matematica. Ci ho pensato su, e credo che la ragione sia che la matematica non lascia spazio alle discussioni. Se fai un errore, non puoi scamparla”. (Malcolm X)

“E’ assai più facile essere caritatevole che giusto”. (Arturo Graf)

Dieci suoni:

Pearls Before Swine, Balaklava 1968

Jay-Z, The Blueprint 2001

Norah Jones, Come Away With Me 2002

Pentangle, Sweet Child 1968

The Who, Tommy 1969

Tori Amos, To Venus And Back 1999

Tim Hardin, Tim Hardin 1 1966

Anna Calvi, Anna Calvi 2011

Codeine, Frigid Stars 1990

Phoenix, Wolfgang Amadeus Phoenix 2009

Autore: Michele Benetello

Ex un po’ di tutto, vivo da participio passato in mezzo a un gruppo funzionale costituito da due atomi di carbonio legati tra loro con un doppio legame, e tre atomi di idrogeno derivato dall’etene (etilene) per perdita di un idrogeno. Si chiama vinile. Mi piacciono le conchiglie, i cani, l’inverno e Cindy Crawford. Se rinasco vorrei essere Johnny Dean nell’esatto istante in cui indossa la giacca da ussaro a Top of The Pops. Per ora mi accontento.

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