Pimlico – capitolo 13

Ritorna Pimlico, il romanzo a puntate di Michele Benetello.
Buona lettura! 

It’s My Party
Lesley Gore 1963

Il denaro in forti quantità contiene un’alta percentuale di elementi autodetergenti, ed è sempre candido come un giglio
Duca di Bedford – Il libro degli snob

Che ci sia una sostanziale differenza di classe sociale tra me e colei che – in tutti i peggiori bar della zona – è unanimamente conosciuta come la mia donna, è ormai assodato. Ne ho la riprova più convincente quando mi viene chiesto di trascinare le mie stanche e intorpidite membra ad un party che sembra sia atteso per l’intero anno da tutti i pargoli ricchi della provincia. Non una festa qualunque, ma IL party per antonomasia dell’estate. Un enorme, costosissimo ricevimento verso il quale per mesi tutti sgomitano, cercando di essere invitati o di sgattaiolarci dentro, magari solo per vivere qualche ora di luce riflessa.

Elisa è chiaramente convocata da sempre – per censo e cognome – a questi baccanali mangia soldi. Faccio dunque un clamoroso ingresso in società mio malgrado tramite interposta persona. Un debuttante allo sbaraglio grazie alla proprietà transitiva, sbattuto in una vasca di ricchi; un inetto sovrappeso trascinato alla cena dei cretini per il loro personale ludibrio. E’ proprio Elisa a blindare i miei scrupoli, con un invito ufficiale dal quale non riesco a svicolare in nessun modo senza innescare ore di discussioni. Tutto molto semplice e diretto, senza possibilità di replica: “Sono stata invitata ad una festa d’estate a casa di amici, il solito party per riccastri al quale ogni anno per abitudine devo giocoforza sottostare”.

“Bene. Ottimo. Divertiti” altro non so e non vorrei dire.

“Veramente l’invito era esteso anche alla mia cinica metà” lo dice ridendo, ma si avverte che è seria e che non ha nessuna intenzione d’andarci sola con Danny.

“Vorresti dire che dovrei essere trascinato in una bolgia di erre mosce, piccoli Lapo Elkann e anoressiche cocainomani che fanno finta di mangiare? Scordatelo”

“Eddai cazzo, per favore, accompagnami. Ci saranno tutti i miei stupidissimi amici di famiglia, quelli d’infanzia, molta provincia d’alto bordo, giovani industriali…” la interrompo prima che i danni diventino irreparabili “Ottimo, quindi sarai in buona compagnia, non hai bisogno di me, anche perché io e gli industriali, soprattutto se giovani, non andiamo proprio d’accordo”.

“E’ invece proprio lì che ho bisogno di te, dai…è sabato sera, fai uno sforzo per una volta. Per me. Prima c’è una cena per pochi intimi, poi arriveranno un sacco di invitati”.

Se un po’ ho cominciato a conoscere i ricchi allora pochi intimi significa duecento persone, un sacco d’invitati invece vuol dire un palasport intero. Non fa per me, non fa proprio per me. Non si mangia un cazzo in quei posti, e le portate hanno nomi assurdi.

“E se invece stessimo a casa entrambi?” serve a poco, come domanda, e nemmeno le altre cinquanta risposte che cerco di puntellare alle sue suppliche; finisco con l’acconsentire soltanto per una sorta di curiosità verso questa nuova esperienza che immagino edificante come buttarsi con il Bungee Jumping per uno che soffre di vertigini; senza contare che Monroe, sapendo dove colpire, mi instilla una sorta di gelosia nel saperla ad un party in una mega villa con piscina, dove parecchi stronzi potrebbero provarci, magari facendola ubriacare.

Nemmeno per una gastroscopia o un safari in Kenya sarei stato così timoroso e preso dai preparativi, pur con la possibilità di incontrare gli stessi dolori e pericoli. Mi faccio spiegare per filo e per segno storia e albero genealogico di quasi tutti i partecipanti, con particolare interesse verso i padroni di casa, verso i quali provo già un immenso timore reverenziale solo nel sapere della loro piscina olimpica. Mi informo su tutto: menù, ubicazione geografica, dress code, eventuale musica proposta e metraggio del giardino prima di acconsentire con un sì slavato e stiracchiato come i jeans Diesel. Non riesco nemmeno a dormire la notte prima di questo nebuloso ingresso in società, tanto sono teso ed emozionato. Due ore e un quarto prima dell’appuntamento (mi faccio venire a prendere da lei, con la Smart della madre, macchina per tutte le occasioni) sono già pronto seduto sul divano di casa, boccheggiante dal caldo e dalla tensione, con un occhio all’orologio. All’arrivo di Monroe sono un lago di sudore, la faccio attendere in salotto mentre mi ributto sotto l’ennesima doccia veloce, conscio di aver perso almeno tre chilogrammi in un solo pomeriggio, mi provo l’ennesimo cambio, lasciando vestiti ovunque e – finalmente – salgo in auto per un tempo che mi sembra irragionevolmente lungo.

Quando finalmente arriviamo al luogo convenuto, dopo quaranta minuti di viaggio tra stradine periferiche, viottoli di campagna e strade sterrate, ci si apre un panorama degno di una qualsiasi serie televisiva di spionaggio: un enorme cancello radiocomandato, un viale lungo almeno duecento metri, decine di telecamere e – alla fine del viale – una specie di Versailles con una piscina enorme illuminata di blu. Pare la villa orgiastica di Eyes Wide Shut. Arrivano nitidi chiacchiericci, urla, schiamazzi e della musica davvero oscena. Mostriamo l’invito ad un enorme guardiano presso il cancello che ci apre, facendoci scorgere decine di fuoriserie parcheggiate un po’ ovunque. Lasciamo le chiavi dell’auto a due poveri cristi che passeranno la notte a spostarle, ci danno un numero e ci incamminiamo. Il parco macchine è davvero pazzesco ed ignobile al tempo stesso, la prima auto che vedo parcheggiata appena uscito dalla Smart è una Bentley d’epoca dalla quale scendono due coglioni abbronzati e due fighette di legno con minigonna e tacco vertiginoso, bruciate in viso. Stringo il braccio di Monroe e la guardo implorante, cercando di farle capire che siamo ancora in tempo per fare retromarcia. “Non fare lo sciocco. Avanti, cammina” la sua laconica risposta.

Una Via Crucis lunga duecento metri alla fine della quale vengo presentato a millemilioni di persone tutte uguali, sono squadrato dalla testa ai piedi da almeno la metà di questi millemilioni, prima di farci accomodare in un tavolo lungo una quindicina di metri, approntato per l’occasione da una ditta specializzata in catering, incastrato tra due deficienti che – giuro – avrei voluto ammazzare da subito annegandoli nello sperma caldo. Monroe si siede davanti e conversa amabilmente con una pollastrella dai capelli corvini e dagli occhi lucidi di Dilaudid presentatami cinque minuti prima come Sara; ovvero cugina, aspirante regista e gotica a tempo perso. Hanno Danny e la sua squinzietta a pochi posti, quindi almeno loro si trovano tra persone amiche; sono solo io dunque ad affondare tra gente col cervello affumicato dal nulla ed i bicipiti insudiciati dai tatuaggi.

Capisco che le cene degli ultra ricchi sono solo una scusa per fare del becero pettegolezzo finto intellettuale o scambiarsi le mogli. Sul piatto non arriva mai nulla di sostanzioso, ma tutti fanno finta di non notarlo, con qualche futura matrona addirittura a saltare le portate – inorridita – sbraitando di come sia davvero sfiancata da tutte queste pietanze. Per carità il cibo è buonissimo ma te lo fanno annusare e basta: venti grammi di antipasto tagliato fino come il domopak e poi rifinito in una piramide di estetismi superflui; uno sformato di chissà cosa contenuto in una tazza dove non riuscirei ad inserire nemmeno un lumino da cimitero, tanto ha l’imboccatura stretta; tre ravioli grandi come le famose gomme pane delle scuole medie; pugnetto di riso agli asparagi del quale – avessi avuto due o tre minuti liberi – sarei riuscito anche a contarne i chicchi; grumetto di carne proveniente da qualche animale strano, accompagnato da un sacco di sughetti e condimenti inutili come nella miglior tradizione francese e bottiglie di vino a volontà. Forse è per quello che pane e grissini spariscono in un batter d’occhio e tutti si attardano attorno all’enorme forma di Parmigiano Reggiano appositamente adagiata in un tavolo; avranno anche i loro rituali e le loro fisime sul cibo, ma la fame è fame anche per i riccastri. Finisco in bagno almeno cinque volte durante le prime tre portate, creandomi centinaia di paranoie sul fatto che tutta l’enorme tavolata stia pensando che io usi i servizi per farmi delle belle sniffate, com’è d’uopo in questi paraggi. La coda per i servizi è in effetti stranamente lunga e i residui sopra lo sciaquone non lasciano adito a dubbi, a meno che qualche maschietto non usi il borotalco sulle palle o non voglia zuccherare la merda. Ci metto ogni volta almeno tre minuti prima di riuscire a pisciare in questi mausolei Palladiani dello spreco, ornati di specchiere, marmo, quadri e metri quadri, aumentando la paranoia di dare nell’occhio a quelli che fuori attendono il loro turno, finchè mando tutto a quel paese e decido di essere semplicemente me stesso, come ho sempre fatto in vita mia.

Al ritorno dalla quinta pisciata emotiva sono un’altra persona; Monroe mi guarda subito con occhi preoccupati mentre io mi siedo rilassato, fiero di non essermi uniformato a questa caserma di pantaloni kaki griffati, queste Nike, queste cavigliere d’oro, spalline trasparenti, facce da Alberto Angela, camicie di lino aperte su petti ben torniti. Jeans, maglietta con la scritta Fuck Off, I’m Mixing e solito giubbottino di pelle rattoppato, giusto per chiarire da subito che ho sempre preferito il sudore del Marquee alle loro beauty farm da psicofarmaci, e che manco per il cazzo mi vedranno fare il bagno in piscina. Né ora né mai. E se dovessero buttarmici controvoglia io una notte faccio un raid e sciolgo due fustoni di Dixan dentro la loro bella piscina, così vediamo chi si diverte di più. Monroe continua a guardarmi preoccupata mentre intavolo una conversazione con i due coglioni pronti a battagliarsi una zoccoletta che – pare – si siano zompati entrambi durante la settimana.

“Poi la porto in bagno e ti chiamo…ah ah ah ah!” questo è il primo quello alla mia destra, quello che manco per sogno porterò con me in paradiso. Quello che mi ha tirato dentro in questa conversazione mio malgrado e che ride in maniera sguaiata come una avvinazzata prostituta del secolo scorso.

“Ah ah ah, mi ha fatto sudare sette camicie. Ne tiene agevolmente due, se poi comincia a pippare di naso o a bere duro diventa un luna park succhiacazzi. Potremmo portarci anche il CatCom qua” questo è il secondo, e ha detto una parola di troppo, mi sa. Respiro: “scusa?”.

“Massì, dai….Se sei solo ti fai una bella trombata gratis. Portiamo anche te, quella ne scopa tre senza fiatare e se è in serata si fa anche filmare, la sozzona. E’ quella seduta in fondo a sinistra, vicino al ragazzo con la polo verde” continua a ridere come un pagliaccio.

“No, scusa…intendo dire: come mi hai chiamato?”

“Eddai, non prendertela, ci stiamo divertendo tutti, la vita è meravigliosa, negracci in tavolata non ve ne sono e stiamo mangiando da Dio. Poi ti portiamo anche a trombare…Che vuoi di più? Rilassati camerata!”

Cinque respiri e gioco il loro gioco “Ehi, non me la sono presa fratello” se fosse stato più furbo avrebbe udito nitidamente il tono viscido con il quale l’ho apostrofato fratello, perché se io avessi un fratello simile sarei già in galera “è che dire proprio a me CatCom, eh eh…Hai sbagliato di grosso, guarda” estraggo dal portafoglio una vecchia tesserina fatta stampare da me durante i gloriosi giorni della maturità, quando mi ero inventato una terribile setta tra il massonico e il luciferino per dare uno scossone all’Istituto; ne avevo fatte un centinaio, lasciandole in giro per le aule e i bagni. Avevano convocato subito una riunione del corpo docente, terrorizzati dal poter avere devianze esoteriche all’interno della loro scuola. Ora la porgo al coglione, facendo bene attenzione che non la tocchi “Immagino che anche tu sia un adepto del circolo, o almeno ne abbia sentito parlare, vero?” resta con la bocca spalancata e ammicca verso il secondo coglione, che si avvicina, cercando di decifrare quell’immagine con la classica piramide, l’occhio, un’aquila stilizzata sullo sfondo e la scritta The Grey Book Of Racial Insanity, tessera numero 123 a supportare un ideogramma rosso che mai ho avuto idea di cosa significasse, avendolo rubato da un disco dei Wham edizione Singapore che mi avevano regalato. Resta di stucco il coglione, e mi guarda ammirato “No, non ne ho mai sentito parlare, e se non è uno scherzo, di gente come te ne avremmo bisogno, giù in sezione”. Continuo a tenere la tessera vicino ai suoi occhi, affinchè legga anche le due righe che ornano il bigliettino color magenta, ovvero Fai ciò che vuoi, quella sarà la tua legge, frase rubata da una delle massime di Aleister Crowley; e poi Solve et Coagula con una minuscola immagine di un Bafometto a fianco. I due coglioni sono davvero colpiti e si stanno facendo dei lungometraggi mentali degni del miglior Kubrick. Ripongo con cura la tessera, che ho spesso usato in situazioni simili o soltanto quando volevo togliermi dai coglioni qualche ficcanaso, la rimetto nel portafoglio inventandomi lì per lì una specie di gesto simbolico con le dita, che lascia i due deficienti ancora più stupefatti. Vedo Monroe che mi fa cenni come per dire ‘che cazzo stai combinando? Occhio’ ma io la ignoro perché – finalmente – comincio a divertirmi. Mi invento una faccia davvero sorpresa e continuo la partitella d’allenamento.

“Scusate ragazzi, sono stato un po’ affrettato e poco acuto nell’estrarre la tessera, mica sapevo chi potevo avere davanti. Ero convinto foste del giro, ma forse siete ancora troppo giovani. Dovrò stare più attento in futuro, dai…chiudiamola qui, vi chiedo soltanto discrezione”.

“No no, fratello, parlavamo sul serio” Coglione numero 1 quello che non porterò con me in paradiso “se tu fossi interessato potresti venirci a trovare in sezione qualche volta” già temo di aver capito a cosa si stia riferendo, ma cerco di svicolare, siamo già al caffè e questi due mi fanno ribrezzo. Sono ripugnanti.

“Oh no grazie, ma ho chiuso con le pratiche attive di queste cose, dopo cinque anni di apprendistato si decide da che parte stare, purtroppo mi sono ammalato gravemente ed ho dovuto mollare tutto; ora sono solo un simpatizzante che cerca di aiutare la causa. Agisco nel buio”.

“Sarebbe una buonissima occasione per fare proselitismo verso i più giovani, non avresti voglia di ributtarti nella mischia con noi di Nuova Gioventù?” lo dice facendo il saluto romano accompagnato da un rutto a stento trattenuto.

Eccolo, lo sapevo. Porca merda, lo sapevo, lo dovevo immaginare che seduti in questa tavola c’erano i più clamorosi esponenti dell’estrema destra provinciale, dovevo capirlo da quei poveri camerieri olivastri che stanno sudando nel correre a destra e a manca per servire queste merde mantenute; “E’ un peccato ma davvero devo declinare, anzi scusatemi” la butto in ridere nello stessa, unica, maniera che conoscono “non vorrei distogliervi dalle vostre faccende, avete una probabile trombata in corso, mi pare”. Ridono e mi battono sulle spalle come vecchi amici.     “Vero fratello, allora vuoi unirti? La vecchia Lara non disdegna mai un cazzo in più” nemmeno due coglioni, vorrei aggiungere, ma lascio stare e strizzo loro l’occhio prima di uscire in giardino ed essere raggiunto da Elisa, visibilmente preoccupata.

“Che cavolo ti sei messo a discutere con i fratelli Martini? Tienteli sempre lontani, è brutta gente, quella. Tanto brutta quanto ricca. Fai attenzione, hanno già un paio di processi per percosse e accoltellamenti” mi si avvicina mentre l’intero branco di danarosi disperati sta sciamando in giardino. “Dai, dimmi come te la stai passando. Fratelli Martini a parte non è malaccio, vero?…Uh, guarda Gloria! Ehi Gloria!” continua ad arrivare un sacco di gente e pare che questa festa snob e malata sia la cosa più attesa dell’anno, almeno da una determinata categoria di persone. Io non ne avevo mai sentito parlare, ma io probabilmente non faccio testo. E in ogni caso ho capito che di veri ricchi qui dentro ce n’è un’esigua minoranza, il resto sono imboscati che aspirano a raccogliere le briciole dei veri danarosi. Imboscati soprattutto di sesso femminile, disposte a tutto pur di ghermire qualche bell’addormentato. Monroe mi presenta questa Gloria, una afro-americana dalla faccia simpaticissima, che mi squadra dalla testa ai piedi spostando anche quel tanto che basta gli occhiali per ponderarmi meglio.

“Tanto piacere, signor irraggiungibile” mi fa, con un sorriso al quale difficilmente si può resistere, prima di girarsi verso Monroe ammiccandole “E così ce l’hai fatta, l’avevo detto io che prima o poi ti portavi a casa il trofeo”.

Intervengo divertito “Ho come l’impressione di essere tenuto all’oscuro. C’è qualcosa che dovrei sapere, care signore?” è Gloria che contagia tutti con la sua simpatia rispondendo “certo che no! Tu sei soltanto un oggetto del desiderio tra le mani della mia carissima amica Elisa, anzi…figliolo, vai a prenderci da bere suvvia, grazie” fa un gesto con la mano da consumata attrice hollywoodiana, una Bette Davis afro.

Simpaticissima, una così capisce da subito come prendermi, mi potrebbe far camminare a testa in giù davanti a tutti senza che io abbia nulla da ridire “Vado solo perché mi sei simpatica, cosa bevi?” do un bacio sulla guancia a Monroe, le sfioro il culo e mi avvio al bar costruito per l’occasione in giardino. Qui di catering avranno speso un occhio della testa. Mentre attendo con la mia solita impazienza mista a nervosismo che l’azzimato barista si decida a venirmi incontro, sento uno starnazzare fastidiosissimo a non più di un metro da me. Butto giusto un occhio, spossato da questa fauna prossima allo zero, solo per vedere una specie di ragazzetta anoressica, pronta a far di tutto per atteggiarsi ad eccentrica, che cicala verso tre ragazzotti. Due sedani come gambe, All Star ai piedi, codini demodè e una gonna a fiori che pare carta da parati e che è davvero fuori luogo, una Mariangela Fantozzi con dei lineamenti più graziosi. Ha l’antipatia scritta su ogni muscolo facciale, e il timbro di voce ne è l’ennesima riprova. La peso da subito come estremamente stronza e aguzzo l’orecchio per captare scampoli di conversazione, solo per sapere quali aberrazioni stia sbrodolando. Sento che smiela tutta una serie di nomignoli per fare impressione verso due deficienti che pendono dalle sue labbra e che mai riusciranno a sfiorarla. Non la scoperei nemmeno con il cazzo del mio peggior nemico, una così. Mi chiedo anzi come possa un maschio sopra i dodici anni trovare attraente quella Pippi Calzelunghe querula. Mi fiondo da Gloria e Monroe – bibite in bilico – a chiedere info sulla stronzetta, che – dopo due domande indagatrici – pare essere la sorella minore di un collega di lavoro di Gloria. Quest’ultima conferma le mie impressioni, aggiungendovi di suo come abbia assolutamente smarronato le gonadi per tutto il viaggio in auto, chiacchierando senza prendere fiato di cose assolutamente inutili appena finite le presentazioni. Mettendo in visibile imbarazzo persino il fratello a causa del nulla sotto vuoto che l’ortaggio femminile ha blaterato per l’intero viaggio: i negozi che frequenta a Londra, le rockstar che conosce, lo stress del suo lavoro in redazione (immagino il tono assolutamente indolente), le difficoltà di impaginare un articolo con i programmi Microsoft, chi ha intervistato, i nuovi trend britannici, gli stilisti più chic prima di chiudere con l’inventario del suo abbigliamento. Ripeto: nata ieri con valuta lunedì prossimo, come un assegno circolare. E pare che qui dentro di bluff simili stasera sia strapieno. Meno male che con lo scorrere del tempo le cose si mettono in maniera molto più rilassata; Gloria è di una simpatia unica e a intervalli stringo mani e bacio guance di gente costruita in serie. Monroe continua a ripetermi che me la sto cavando alla grande, e con un piccolo sforzo ancora potrei essere l’idolo della folla convenuta. Io rido e anelo a quattro pallottole d’argento e ad una bombola d’ossigeno. La cosa si fa davvero tetra quando si comincia a ballare in giardino, con un deficiente a miscelare brani tra i più brutti mai incisi nella storia della musica; tecnicamente ineccepibile al mixer quanto deficiente al microfono e nei gusti. Chi si tuffa in piscina semi vestito, chi stramazza al suolo sbronzo, chi balla scalzo nell’erba e chi resta a confabulare nei gazebo con strani involtini di carta stagnola. L’aria si è fatta più fresca e profumata, l’odore della notte si mescola a quello della marjuana e la gente non smette di arrivare, parcheggiando in strada e su qualsiasi anfratto libero. Ci saranno almeno 500 persone in questa reggia di guano ed è solo l’una e mezza di notte; camerieri in livrea continuano a fare la spola offrendo stuzzichini e cocktail improbabili mentre il pubblico continua a degenerare e io comincio a divertirmi. Arriva finalmente persino il padrone di casa, un fustacchione mediterraneo davvero bello e con gli occhi vitrei – forse dalla stanchezza, forse no – a fare gli onori. Provo una immediata, totale invidia. Più per il suo fisico prestante che per i suoi soldi.

“Elisaaaa, che piacere…Ti avevo intravista prima a cena, ma ero bloccato da un paio di amici che non vedevo da tempo, come te la passi?” le stampa un bacio sulle guance con due labbra perfette. Sarà ariano purissimo, avrà la bocca di cachemire, questo.

“Ciao Andrea, benissimo grazie. Splendida serata e organizzazione impeccabile, come al solito” la vedo tesa e imbarazzata, ma non ho voglia di indagare su cosa possa esserci stato tra loro, perché è lapalissiano che ci sia stato qualcosa. Figurati se mi sfugge.

“Ti presento il mio uomo” continua.

“Piacere, bella casa, complimenti. E gran festa” che altro dovrei dire? Ah sì, non posso non aggiungere “musica a parte, naturalmente”.

Mi guarda stranito, come se avessi interrotto il loro domino di buon galateo “Non ti piace la musica?”. Non voglio fare discussioni, lo giuro “Beh, è tutto fuorché musica, è un meretricio di suoni, un accozzaglia di brani tra i più brutti mai incisi; ma non importa. Sembro essere soltanto io a non gradirla, quindi non fartene una colpa”.

“In effetti, a me non pare malaccio, e poi è quello che la gente vuole”

“La gente voleva anche l’aranciata col veleno, dal reverendo Jim Jones”

Si intromette Monroe, prima che la cosa scivoli nella più bieca polemica alla quale non riesco mai a sottrarmi “lui è un purista Andrea, non metterti mai a discutere di musica, non se ne esce” cerca di fare un sorriso, ma si vede che è forzato.

“No tranquilla, mi interesserebbe davvero conoscere la sua opinione sincera” il buon Andrea è un perfetto padrone di casa, probabilmente se glielo chiedessi mi farebbe trovare una figa di legno in bagno, già inginocchiata, labbra aperte. Magari proprio la Lara di prima.

“Non preoccuparti Andrea, probabilmente sono io un po’ troppo settario; in una festa simile non si può andare troppo per il sottile con la scelta musicale; certo che il pischelletto avrebbe potuto osare un po’ di più con la scaletta. Tanto questi, dopo due drink ballerebbero anche il segnale di occupato del telefono. E magari avrebbe potuto dire qualche cazzata in meno al microfono. In ogni caso non preoccuparti, è tutto perfetto”

Pausa. Abbastanza lunga per creare imbarazzo, poi lo splendido Adone continua “lavori in campo musicale?”, mi rimanda la palla di qua della rete.

“Chi, io? Figurati. Dio me ne scampi”

“Sei un appassionato allora, giusto?”

“Sì” è pesato un quintale abbondante questo sì.

“Quindi stai velatamente dicendo che sapresti fare di meglio” ora mi sta attaccando, ma sempre con voce suadente, continuando a guardare Monroe con gli occhi di fustagno e la bocca di cachemire mentre parla con me. Ha la faccia rilassata e non lascia trasparire nessuna emozione; un perfetto futuro amministratore delegato di qualche grossa potenza industriale, pronto a fotterti il posto di lavoro con il sorriso e pacche sulle spalle, inondandoti di complimenti e coltellate.

“Chiaro che saprei far di meglio” è la verità; chiunque saprebbe far di meglio dopo sessanta minuti di Pupo, Ace Of Base, Madonna, Litfiba, Lunapop, Ricky Martin, Raffaella Carrà, I Gatti di Vicolo Miracoli e la sigla che faceva Nano Nano. Questi i primi brani che mi sovvengono. Avesse avuto i  45 giri originali sarebbe anche stato da applaudire, ma questo Cretinetti ha cinque cd masterizzati in croce, frutto di un downloading notturno, ci giurerei. E magari è capace di chiedere tre o anche quattrocento euro per la serata.

“Beh, se vuoi mettere qualche disco, accomodati…Mi farebbe piacere” Andrea, carissimo Andrea, perché sfidarmi? Potrei farteli zompare come ragni questi cinquecento deficienti, se solo avessi alcuni dischi con me.

“Ti ringrazio, ma non ho portato via nulla, se dovessi provarci dovrei usare i cd dell’altro pischello, e quindi cambierebbe poco. Grazie comunque per avermelo chiesto. Ora vado a bere qualcosa. Grazie ancora per l’invito Andrea, bellissima serata. A presto” gli stringo la mano e li lascio a parlare del più e del meno dirigendomi al bar, dove almeno una quindicina di babbei arrapati e vagine di corteccia stanno cicalando. Decido di non avere la pazienza necessaria per attendere il cocktail e svicolo in casa per farmi la sesta pisciata.

L’interno ora pare deserto, nemmeno l’ombra di un cameriere o di qualche invitato, mi chiedo se questo Andrea abbia i genitori, se siano in crociera o se è soltanto uno che ha ereditato fantastiliardi a patto che li sperperi nel più breve tempo possibile; fuggo in bagno a lavarmi il viso, appicicaticcio dall’umidità della serata, prima di entrare nel cesso a me più vicino dove – per la sfiga magna che aleggia sulla mia persona – scorgo dentro i due coglioni intenti ad ingropparsi non so nemmeno io in che posizione innaturale quella benedetta Lara, mentre lei è intenta a succhiare la catena dello sciacquone. Il più cretino dei due mi schiaccia l’occhiolino facendomi segno di entrare, Lara mi fa vedere la lingua facendomi capire che non disdegnerebbe un ulteriore invitato al suo banchetto dei pezzenti, mentre il terzo non si accorge di nulla, troppo concentrato nel tenere il ritmo. Vengo tentato per un infinitesimale millisecondo di buttarmi nella mischia, usufruendo di ciò che ancora resta libero degli anfratti di questa ninfomane da porno danese, poi penso che l’homunculus non sarebbe contentissimo di prendere il posto della catena del cesso. Questione di amor proprio e igiene. Beh, nemmeno Monroe ne andrebbe fiera, venisse a saperlo. E di sicuro questi due deficienti non sembrano di quelli che serbano i segreti, soprattutto se hanno a che vedere con le scopate. Faccio pollice alto al coglione, strizzo un seno alla porca mugolante e richiudo la porta alle mie spalle, decisamente su di giri, scegliendo un altro bagno e chiedendomi che razza di amore possano provare i ricchi.

Fuori ormai è un delirio, riesco a farmi fare un Mai Tai dopo innumerevoli peripezie, e fermo al volo anche un cameriere ghermendo una caraffa di Cuba Libre, mi fiondo in un posto semi deserto da dove riesco a scorgere Monroe ancora intenta a chiacchierare con Andrea. Ormai sono quasi tutti ubriachi, le donne fanno a gara a chi è più disinibita, in piscina mi pare di intravedere un paio di coppie che stanno scopando in acqua, ci saranno almeno duecento persone che ballano su ritmi latino americani di serie c, e il delirio ormai è totale. Seni sciolti,  mutande, abbronzature e muscoli glabri ovunque. Impossibile rimanere tranquilli in questa bolgia infernale che sarà costata decine di migliaia di euro. Mentre faccio per alzarmi, seccato dal prolungarsi della conversazione di Monroe con Andrea, mi arrivano due tette enormi e barcollanti vicino alla faccia, si appoggiano alla caraffa di Cuba Libre e con voce pastosa una piccolina tutta seno comincia a parlarmi: “Ehi, non vorrai mica bertelo tutto tu questo liquido?” prendo il mio bicchiere, lo rabbocco e lo cedo volentieri a questa riccastra scalza e patetica che si anima improvvisamente, appena sente le prime note di Maracaibo.

“Vieni in piscina con me? Dai, lascia perdere questo faccia da tenebroso, buttati e poi vedi che bella cosa ti faccio in apnea” ride, anzi sogghigna come se avesse sentito una battuta di Luttazzi, poi comincia a cantare come una gallina sgozzata “Maracaibo, mare forza nove, fuggire sì, ma dove…”.

Ma qui pensano tutti solo a fare sesso? A nessuno prende una congestione in piscina dopo aver mangiato e sniffato per tutta la sera? Solo io penso a fuggire, come suggerisce la canzone? Sì, appunto…ma dove?

“No, ti ringrazio per il gentil pensiero inguinale” posso dire ciò che voglio, questa è talmente fritta che annegherebbe dentro la caraffa, altro che apnea “ma me ne sto andando”.

“Sei qui da solo?” continua, barcollante “No perché, se sei qui da solo e mi lasci mezzoretta, io mi riprendo e andiamo in una delle camere al piano superiore. Devo finire la serata in bellezza, e tu sembri il più sobrio, quindi il più concentrato se fossi chiamato a dare una bella ripassata alla mia micetta”.

Dev’essere la legge del contrappasso dantesco, di solito sono io quello che si deflagra di alcol, qui invece sono il più serio e timorato. Trovo persino le parole adatte per rispondere alle tette ballonzolanti “Non sono solo, ma anche se lo fossi ti saluterei comunque. Ciao, buona serata”, la lascio mentre cerca di dirmi qualcosa, appoggiata al dondolo dove mi stavo gustando il beverozzo fresco. Non senza fatica cerco di raggiungere Monroe, quando mi accorgo con orrore che non è dove dovrebbe essere. Sparita. E con lei Andrea. Un sottile panico si impossessa dei miei nervi, lui è figo, lei è bellissima e tra loro c’è sicuramente stato qualcosa in passato, oltre ad un oceano di soldi. Qualcosa che, col passare della serata, mi fa prudere le mani. Questo, sommato all’alcol e alla situazione mi fa preoccupare alquanto. E’ invece una vera fortuna quando la vedo sorridere appoggiata a Gloria a bordo piscina, con un paio di damerini in costume che cercano di abbordarle. Mi catapulto tirando un sospiro di sollievo, i maschietti sloggiano annoiati, Gloria fa finta di incazzarsi con me perché le ho rovinato il mercato ed io stampo un bacio a Monroe grande come la tavolata di stasera. Sono già le tre del mattino, e mi sa che potremmo anche finirla qui, visto che avrò stretto trecento mani sconosciute, sorriso ad almeno ottocento occhi a me ignoti e annuito a mille domande sceme; anzi, alla stessa domanda scema mille volte. Non conosco assolutamente nessuno qui dentro, e questo la dice lunga sulle mie, di amicizie. Ho cenato assieme a due esponenti di estrema destra, la cocaina ha ormai invaso casa e piscina, qui sono tutti ubriachi e su di giri, c’è una ninfomane che in bagno succhia la catena dello sciacquone, devo ancora sentire un solo discorso serio da cinque ore e non ci sono indizi che possa migliorare. Se cadesse una bomba ora, mi immolerei volentieri per azzerare la futura classe di giovani industriali semi analfabeti della provincia.

Elisa invece pare divertirsi, lei e Gloria stanno parlando di chissà cosa ed io ne approfitto per girare un po’ a vuoto tra l’interno ed il giardino, sbirciandomi intorno. In bagno hanno finito di copulare perché vedo una sfattissima Lara a seno nudo intenta a bere Negroni appoggiata sulla porta di casa, ha le mani scorticate, le gambe graffiate ed è la peggior visione che una donna possa dare di sé stessa. Rifà il gesto della lingua nella mia direzione mentre fingo di non averla notata. Il meraviglioso Andrea invece si sta intortando una delle donne più belle che io abbia mai visto, probabilmente priva di cervello, perché quando Dio lo ha distribuito lei aveva preferito fare una doppia fila per le cosce e il culo, però davvero uno schianto. Gironzolo ancora un po’ dentro casa, in prossimità delle cucine, da dove esce un delizioso profumo di maiale allo spiedo e dove fa bella mostra un carrello con almeno dieci enormi caraffe gelate di un cocktail color violaceo che odora di mirtilli e chissà quale altro preparato alcolico. Mi guardo in giro furtivo, scorgo un paio di camerieri indaffaratissimi a preparare un porcellino glassato che immagino sarà porchetta per alcuni panini di metà notte, prendo con me un paio di caraffe e mi sposto in un buio sottoscala per fare sette con le pisciate. Ne assaggio un po’ prima di inondare il freddo succo di mirtillo con questa calda e fumosa cedrata color paglierino che proviene direttamente dalle mie reni appesantite. E’ la rivincita di tutti i nerd proletari, situazionismo puro, è che prego Dio di vedere i due coglioni berselo avidamente, è l’azzeramento del debito pubblico del terzo mondo, fatto in un modo che nemmeno Bono avrebbe potuto rendere più adatto. E’ la punizione che dovete sorbirvi per avermi fatto passare un’incubo simile. Mi auguro che finisca giù per il gargarozzo dei due deficienti, della Pippi Calzelunghe querula e di tutti quelli come loro. Rimetto le caraffe a posto maledicendomi di non avere l’epatite o un lassativo per rendere lo scherzo più sugoso, corro da Monroe e Gloria avvertendole di non bere per nessun motivo al mondo un cocktail di colore viola e poi, spossato, finisco con l’immergere le gambe in piscina, complete di jeans e scarpe, accendendomi la prima sigaretta della serata, sentendomi James Bond…anzi James Bono.

Sono le cinque quando finalmente rifaccio il giro dei convenevoli, sprecando almeno mezzora per salutare i residuati bellici ancora in giro. Ringrazio tra me e me il bell’Andrea per avermi aperto gli occhi su un mondo che sospettavo vacuo ed inutile, dandomi invece la certezza (non glielo dico, ovviamente); a lui stringo solo la mano sorridendo. I due coglioni nazi mi vengono incontro facendomi l’occhiolino e il saluto romano, invitandomi ad una loro riunione; spero con tutto il cuore che non facciano battute razziste su Gloria mentre mi avvio per baciarle la guancia rivelandole tutto il mio piacere nell’averla incontrata. Mi auguro che sia la prima e unica volta che mi costringono a passare un simile turbamento. Finalmente io e Monroe saliamo nella Smart, piccoli e indifesi come eravamo arrivati, con me a gocciolare cloro e bestemmie sui tappetini intonsi.

Un Consiglio:

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/42120/pimlico/

Tre Parole:

“Gerry, io sono una donna. Noi non diciamo quello che vogliamo, ma ci riserviamo il diritto di romperci le palle se non l’otteniamo. E’ questo che ci rende così affascinanti, e un tantino pericolose” (Sliding Doors)

“Ogni difficoltà su cui si sorvola diventa un fantasma che turberà i nostri sonni” (Fryderyk Chopin)

“I contrabbassisti sono di solito grossi e affabili, i batteristi bassi e nervosi mentre i pianisti sono dei sapientoni. I batteristi sono i veri direttori della jazz band. Controllano le dinamiche, il tempo e il senso di un brano” (Winton Marsalis)

Dieci Suoni:

Peter Hammill The Future Now, 1978

Le Sport Euro Deluxe Dance Party, 2006

Delta5 Singles & Sessions 1979/81, 2005

Malcolm McLaren Duck Rock, 1983

New Age Steppers Massive Hits Vol.1, 1994

A Witness One Foot In The Groove, 1987

Hanoi Rocks Self Destruction Blues, 1985

Ludus The Seduction, 1981

Clock DVA Thirst, 1981

The Rapture Echoes, 2003

Autore: Michele Benetello

Ex un po’ di tutto, vivo da participio passato in mezzo a un gruppo funzionale costituito da due atomi di carbonio legati tra loro con un doppio legame, e tre atomi di idrogeno derivato dall’etene (etilene) per perdita di un idrogeno. Si chiama vinile. Mi piacciono le conchiglie, i cani, l’inverno e Cindy Crawford. Se rinasco vorrei essere Johnny Dean nell’esatto istante in cui indossa la giacca da ussaro a Top of The Pops. Per ora mi accontento.

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