Pimlico – Capitolo 12

Siamo arrivati al Capitolo 12 del  romanzo di Michele Benetello, Pimlico, che rivedremo, anzi ri-leggeremo, in autunno.

Gloomy Sunday
The Associates 1982

“Ogni miglio diventa due in inverno”
George Herbert – Jacula Prudentum

Il mattino ha l’oro in bocca, dicono. A me sembra invece la base di una montagna che devi scalare ogni giorno, molte volte senza l’ausilio di nessuna attrezzatura. Mica una montagnetta da nulla, intendo proprio una vetta stile Kilimanjaro o simili; ti svegli, indossi gli scarponi e parti, sperando di non andare in carenza d’ossigeno. Quando, spossato, la sera ti prendi il meritato riposo, hai raggiunto ­ non senza difficoltà ­ la vetta. Poi qualcuno, durante la notte, ti riporta a valle tuo malgrado, ed il mattino dopo riparti con una nuova scalata. L’unica soddisfazione è che, talvolta, durante le tue escursioni solitarie, trovi una malga che ti accoglie e ti rifocilla. Non mi sembra che questo sabato mi possa riservare qualche posto di ristoro durante la strada. Anzi, a guardarla bene, la cima innevata mi sembra più lontana del solito. Forse quest’oggi sarebbe meglio rimanere a letto qualche ora in più. Magari a fare auto analisi spiccia e ­ quasi in ipnosi regressiva ­tornare ai tempi della Numero Uno; mi scorrono davanti agli occhi flashes intensi e nebulose maligne. Sono rimasto in apnea senza aprire gli occhi o ingerire vita. Mi rifocillavo con Aperol, Campari, pizza e Coca Cola. Ero andato così sotto che la pressione mi premeva sul petto e sulle ossa facendomi scricchiolare la cassa toracica, non senza una certa paura da parte mia, anche economica visto il salasso degli alimenti. Ho pensato spesso di non farcela in questa camera iperbarica che è la mia vita. Mi mancano un sacco di cose sue e abitudini nostre: mi mancano i sabato pomeriggio in centro a bere il miglior caffè della città, prendendo un sacco di freddo e camminando veloce veloce come bambini di ritorno da scuola; mi manca la scuoiatura delle vetrine con lo sguardo, confrontando prezzi e modelli senza mai comprare nulla; mi manca il consueto saccheggio delle edicole; mi mancano le soste in pasticceria a qualsiasi ora. Mi mancano i suoi ritardi, le ore spese a truccarsi, la sua macchina fotografica con l’autoscatto inceppato; il suo modo di incrociare le braccia; mi manca anche l’inclinatura che dava al sedile della macchina, o il modo strano in cui dormiva, o ancora la televisione a letto nelle mattine di festa. Sarebbe ora di cambiare arredamento anche all’anima, visto che con la mobilia si è portata via anche quella. E senza badare a spese. Ero in esilio e sto tornando a casa; spero che stavolta ci sia qualcuno ad aspettarmi in stazione con la banda.

Mi impongo una sveglia alle undici in punto, giusto per passare al bar a prendere quei tre, quattro aperitivi che conducono indenne al pomeriggio inoltrato. Cerco Lino con impazienza, vorrei studiare una strategia comune per questa sera, anche se comprendo che dovrei imparare a far senza i suoi puntuali aiuti. Lui non c’è, cambio un paio di monetine e lo chiamo dal telefono del bar; propone una pizza serale che accetto volentieri. Mi guardo allo specchio e riprendo fiducia in me stesso, così da non cancellare quel po’ di autostima che mi è rimasta incollata: indosso un discreto paio di jeans che – al cambio attuale – mi sono costati quanto quattro cd, i soliti Dr. Marten’s sfibrati, un maglioncino blu a righe e una giacca da marinaretto stile Querelle De Brest.
Almeno, mi dico, non mi sono lasciato andare, anche se la tentazione è stata forte. Come fanno dunque le donne a non accorgersi di me? Forse se ne accorgono e scartano a priori l’articolo.
E’ un sabato agevolato dalla solita routine: salto all’edicola, giro in città e ritorno a casa per la minuziosa preparazione in vista dell’incontro clou. Ho ancora mezzora di tempo prima che arrivi Lino, così mi siedo sul water a rilassarmi sfogliando le riviste acquistate stamattina; mi piace leggere gli annunci personali, c’è un che di voyeuristico in questo, ne sono conscio, ma è troppo divertente. Peccato sia tutto un susseguirsi – soprattutto nelle riviste musicali ­di: il mondo mi odia, la società è una merda, Kurt Cobain è il mio profeta, non trovo nessuno che faccia al caso mio, fotti il sistema, c’è qualche persona sensibile che possa farmi ritornare felice? Allucinante.
Salviamo il pianeta, uccidetevi. Paradossalmente preferirei vedermi un bel trafiletto stile: * 21enne mora, seno prorompente cerca uomo di mezza età munito di manette per evoluzioni oro-vaginali. Prometto che non risponderò a tutti.

In ogni caso stare seduti troppo sul water provoca la morte delle gambe in un amplesso di formicolìi, meglio muoversi dunque, tanto più che il gracchiante clacson che sta chiamando dalla strada è quello della Golf di Lino. Bastano dieci minuti per essere schierati al solito bar a lavarci lo stomaco ed a centrifugarci il cervello con il Southern Comfort e a parlare di donne come due texani debosciati prima di filare verso la più antica pizzeria della zona. Chissà per quale motivo ogni faccia amica che varca la soglia del locale stasera vuole offrirci da bere. Ce l’ho scritto in faccia che soffro? E soffro di più o di meno che se mi avessero rubato l’intera discografia dei New Order?

Riesco a contare fino al sesto whisky. Ci viene da ridere a ogni piè sospinto e per un attimo dimentico la meta della serata. Potrei anche tornarmene a casa e tuffarmi davanti alla televisione, mi dico; magari potrei riguardarmi Gola Profonda in dvd, o La Spada Nella Roccia, o Supervixens, o ancora Clerks. Ma quando una decina di persone si alza e comincia a spronarci per il consueto sabato notte guardo Lino con gli occhi di Bambi e l’angoscia torna ad assalirmi. Meglio se prendo la mia macchina, mi dico; potrei venirmene via prima di superare il cancello del locale, pattuglie permettendo. O rimanere attaccato a Monroe per due giorni. E’ così che siamo fatti, non sappiamo cosa vogliamo. O meglio, lo sappiamo, ma non sappiamo se lo vogliamo veramente.

Drink card è un nome che confonde quando entri in un locale e Lino si eclissa; cerco di non abituarmi all’oscurità, un trucchetto da bambini per non vederla e che si rivela una trappola. Sbatto invece addosso al mio passato. Mio Dio, no! Kornelia Ender ferma ai blocchi di partenza della finale olimpica, 200 metri stile libero. Scorgerla è come fare la chemioterapia. Non devo salutarla non devo salutarla non devo salutarla non deve salutarmi non deve salutarminondevesalutarminond…

“Guarda qua il mio ex marito!” pausa al titanio, di quelle che non scalfisci con nulla “ciao, è un pezzetto che non ci si vede. Come ti va? Come stai?” Sembra tranquilla. In un attimo tutti gli anni tentano di tornare in superficie. Abbasso lo sguardo e noto che ha sempre avuto un gran gusto per l’abbigliamento; i pantaloni attillati bordeaux e la camicia anni settanta la slanciano e le fanno risaltare gli occhi. Ed il culo. Parte sempre avvantaggiata: quel come stai presuppone un mio dolore latente ed una sua freschezza e nobiltà d’animo da potersi persino permettere un leggero interesse riguardo la mia salute fisica e morale. Vaffanculo. Siamo su piani differenti, ormai. Credo. Per pareggiare servirebbe almeno Monroe o qualche altra bella giumenta aggrappata a me con scollatura abissale e sguardo lascivo.
“E’ da sabato scorso per essere precisi. Perlomeno io ti ho vista, tu non mi vedi più, tu mi guardi attraverso… E mi va come al solito, non sono a mille ma nemmeno preso così male come qualche mese fa, di sicuro sto meglio del mio conto corrente, visto l’importo mensile che sono costretto a passarti”. Non dico nulla sulle mie condizioni fisiche e mentali. Non ha più alcun diritto di conoscere i barometri dei miei bioritmi.

“Sei qui da solo?” Perchè continua? Perchè non mi dice che ha fretta e deve andare? E lei, lei è qui da sola? Vorrei risponderle che sono qui con Wynona Ryder e tre veline tanto stupide quanto tettorute. In ogni caso: perché continuo a risponderle invece di smaterializzarmi?

“Sono con Lino e gli altri del bar; Giulio non poteva venire, e di Simone non si hanno tracce da ieri, forse è via per lavoro”
“Lino! Ho proprio voglia di vederlo, è sempre uguale?” che cazzo di domande inutili.
“No, Si è fatto una plastica facciale da quando è diventato uno dei maggiori narcotrafficanti e da quando ha fallito l’attentato al Papa. Era indeciso tra la plastica e il cambio di sesso, ha preferito la plastica facciale. Non hai fretta? Non è che devi andare, per caso?” caustico, cazzo di domande fai?
“Sei stato, continui a essere e rimarrai sempre il solito gelido stronzo asociale. Perchè devi continuamente rammentarmi quanto bene io abbia fatto ad andarmene?”.
Stronzo io? Dovete avere un quoziente intellettivo altissimo per capire la mia sensibilità; se non lo possedete non date la colpa a me. Io viaggio su binari differenti.
“Forse per evitarti di tornare indietro”.
Scuote la testa, mi prende una guancia, sorride e se ne va. E’ accompagnata da uno strano nerd tutto denti che le trottola appresso e che – lo sento a naso – è quello che la scopa. L’ho già visto io, quello. “ciao, eh…! Ci si vede…”.

C’erano almeno un migliaio di domande che avrei desiderato farle. Qualcosa come: ti vedi con qualcuno oltre al tapis roulant che hai di fianco? Hai avuto rapporti sessuali ultimamente? Senti la mia mancanza? Conservi ancora le mie cose? La mia sciarpa ­ quella rossa, che dovevi regalarmi quel natale dimmerda ­ ce l’hai ancora? Continui a lavarti i denti in quel modo strano?
Vuoi partire per il mare alla stessa ora, ogni cazzuto sabato d’estate? Ti diverti? Soltanto per quadrare il cerchio. Era come dirle: scusa, per cento euro me li daresti un paio di calci nei coglioni? Non ero sicuro di voler sentire le risposte. O forse si. L’ha superato meglio di me il trauma, d’altro canto è lapalissiano, è stata lei a mettere il sigillo fine, non senza fatica, lo ammetto.
Mi brucia invece ammettere che da quando se n’è andata sembra anche più carina. Complesso di colpa: ero io che la facevo sfiorire negli ultimi tempi? Mi scorre davanti l’attimo in cui ha girato la schiena, ha sbattuto il cancello, inforcato la bicicletta e mi ha lasciato solo in un deserto di parole strozzate e uova al tegame; una sera piena di gelo, di lacrime e muco, di singhiozzi e ricordi, di kleenex e frasi spezzate, di ‘tu non sai quanto mi costa’ ed addii. Io so quanto costa a me ogni mese, adesso, di alimenti. Alzo la testa e mi chiedo se siano i Placebo questi che ululano ad un volume insopportabile. Mi chiedo anche se è normale continuare a pensarle incessantemente come un anonimo canovaccio da collezione Harmony, ma quando penso all’importo del bonifico mensile mi rispondo: col cazzo.

E’ allora che la vedo avvicinarsi, e nei trenta secondi che intercorrono tra l’avvistamento e il suo arrivare a tiro mi trovo a pensare come sia sempre più complicata la vita, una specie di stazione ferroviaria intasata, dai binari a scartamento ridotto, con gente che parte, gente che arriva, gente che non si degna di uno sguardo, gente che mai si incontrerà e gente che dividerà la stessa carrozza per ore senza uscire dai propri pensieri. Non riesco nemmeno a scorgere gli orari, io. Biglietto signore. Chissà quando e perché sono sceso dal treno precedente, quello che si è fermato in qualche stazione di periferia per mancanza di passeggeri. Adesso mi trovo nella condizione che quello successivo corre il rischio di partire senza di me se non mi decido a salire. Sono in stazione. Solo e con la valigia di cartone in mano. Un emigrante del cuore senza biglietto, che ride da solo, semi ubriaco e incapace di capire di chi siano quegli occhioni e quelle dita affusolate che mi stanno venendo incontro sputando fuoco.

“Eccolo: un uomo, una merda. Dimmi, lo fai apposta?” Deve avere l’adrenalina a mille. Erutta roba incandescente e mi tira anche una spinta decisa alla spalla sinistra. Wow! E’ Monroe. Magari si scopa…Adoro scopare le donne quando sono incazzate. Spesso sono incazzate proprio perché non scopano abbastanza, ma non lo vogliono ammettere. Avrebbe potuto arrivare giusto cinque minuti prima, avrei fatto un figurone se lei e Kornelia si fossero schiaffeggiate davanti a tutti.

“Ciao, speravo di vederti”. Calmo, pacato, occhi liquidi, faccia di cazzo, sorriso al luppolo. Anche se dentro sono liquefatto non posso far trasparire nulla. Come diceva Raf: Self Control.

“Vaffanculo! Ciao un cazzo! Cos’hai da ridere? Dimmi: lo fai apposta? Ti diverti a portarti a casa le donne, scoparle e poi sparire? E’ un piano diabolico per vendicarsi degli abbandoni subiti nel recente passato? E NON RIDERE ho detto, coglione! Oppure sei solamente uno stronzo all’ennesima potenza? Il dandy decadente di merda, di una merda molto triste aggiungo, che irretisce ragazzine, le porta a casa e le sputtana con gli amici al bar. Il vecchio satiro che dopo un matrimonio nemmeno riesce ad infilarsi un preservativo”

“Sono contento di vederti anche io. Ti posso spiegare…” Mi sa che non si scopa proprio. Non serve urlare, tra l’altro.

“Vaffanculo tu e le tue spiegazioni, quanto hai riso alle mie spalle? Quante troiette vengono a trovarti nei giorni feriali? Lo sa tutto il bar cosa hai combinato con me?”

“Potrei spiegarti, se la smetti di fare l’isterica e di tranciare giudizi con l’accetta…Stammi a sentire almeno e poi decidi quel cazzo che ti pare, ok?”

“Ooooh sentiamo l’Oscar Wilde dei rifiuti speciali…” Non mi sembra calmissima.

“Se ti riferisci a Elena si trovava da me con Giulio. Non vive con il sottoscritto e non c’è nessuna relazione tra noi. E’ una mia cara amica, non una troietta. In ogni caso non devo star qui a giustificarmi con te. Non vorrai mica impedire agli esemplari di sesso femminile di entrare a casa mia? Vuoi farla diventare la succursale di Monte Athos? Che diritti stai accampando? Ti ho frequentato giusto qualche ora. Cazzo, mi sento un bambino che deve giustificarsi con mamma per la mancanza dei Kinder cereali. Non una bella cosa, ti pare? Tra l’altro questo mi fa girare POTENTEMENTE i coglioni!”. Sono io sull’isterico, ora. Riesco persino a sentire l’eco di quel ‘potentemente’ che ancora rimbalza sui muri. Non rido più, sono fatto così, un diesel che quando parte macina strada.

“Sei cretino? Cosa vuol dire: ti ho frequentato giusto qualche ora? Credi che io passi i sabati tra le lenzuola dei vecchiacci single? Ho pianto quando mi sono accorta della scritta Monroe sul seno. Ma non voglio che tu creda di avere un potere assoluto su di me, ho già capito come andrebbe a finire; questi vent’anni di differenza tra noi per forza di cose pesano in questo precario equilibrio. Non voglio essere la donna della domenica, però se stai cercando di farmi fuori dimmelo subito…Perché non prendi atto di quanto mi costi dirtelo?”.

“Ma se ci siamo visti per poche ore, praticamente non ci conosciamo nemmeno”. Io non sono un vecchiaccio, porca puttana, sebbene infarcisca la vita di ‘ma’.

“Grazie, un gentiluomo, un vero gentiluomo. Una merda come la maggior parte dei maschi lì fuori; una merda che vuol far credere di essere diversa, ma che puzza come tutte le altre merde. Sei una vera merda, e te lo ripeto per fartelo entrare meglio in testa: sei una merda. Lo so anch’io che è strano, ma provo qualcosa di inspiegabile, e poi ho sempre saputo che prima o poi avrei avuto un colpo di fulmine da trecentomila megawatt che mi avrebbe provocato un sacco di problemi e mi avrebbe fatto del male”.

“Ehi, piano! Gran calma, sorella. Nemmeno io sono indifferente a quello che è successo tra noi. Ma mi devi concedere tutte le attenuanti del caso, sai la mia situazione. La fretta è pericolosa in queste cose…E poi, hai messo in preventivo che io potrei non provare nulla di quello che provi tu?”

“Posso concederti tutte le attenuanti che vuoi, ma non parlare come se stessi discutendo di un bilancio da far quadrare; stiamo parlando di sensazioni, sentimenti, emozioni…Prova a lasciarti andare. Che cazzo vuoi che metta in preventivo dopo tutte le belle parole che mi hai detto tra le lenzuola? Cos’erano, solo frasi fatte? Lasciati andare, almeno una volta.”

“Tu intendi almeno questa volta, vero?”

“Esatto, provaci. Quella che ha tutto da perdere sono io, tu hai già capito come frenarti per non farti troppo male. Io lo devo imparare. Mi sa che lo imparerò alla perfezione con te”

“Che cazzate, che paranoie inutili, a vent’anni una ragazza deve divertirsi, non perdere tempo e farsi del male con vecchiacci problematici, sei patetica” calco la pronuncia sulla parola vecchiacci.

“Ma quanto stronzo sei? Quanto freddo e impassibile vuoi sembrare? Che grado di bastardaggine vuoi far affiorare?” Non bisognerebbe dire le parolacce, si finisce all’inferno. Con la coda dell’occhio vedo che alcune persone si sono zittite, hanno abbassato i bicchieri e ci stanno guardando. Un cretino gioca a fare lo splendido lanciando a Monroe un “ehi, bella! Che c’è, non ti tromba abbastanza?” pausa cafona e poi continua, rauco “chiamami”.

“Tu pensa ai cazzi tuoi, ubriacone dimmerda!”

Dio, perché devo sempre finire con il prendere le botte? “Erm…Tesoro…Stiamo dando spettacolo, forse è meglio se usciamo”. Forse è meglio se usciamo anche a causa della mia sbronza.

“Oooh, Sua Maestà! Si preoccupa se un paio di stronzi ascoltano la sua conversazione. Io mi umilio davanti a tutti per cercare di fargli comprendere come mi stia usando, e lui cerca di non dare spettacolo, eh già…è un personaggio lui, qui dentro. Ha una reputazione, per questo recita sempre una parte quando siamo in questo posto del cazzo.”

“Non l’ho detto per me, non solo perlomeno. E’ fuor di dubbio che a loro non possa interessare di meno. E’ a noi che servirebbe discutere in maniera più pacata. Magari senza lividi sulla mia faccia. Non sto usando nessuno, ed il solo fatto che tu lo pensi dovrebbe indurmi a girare i tacchi. Mi dispiace solo di non essere abbastanza figlio di puttana da riuscire a tirarti una sberla”.

“Comunque non si può uscire prima delle due” non gli è passata, lo sento dal tono. Ma quando ho detto sberla il lampo infuocato negli occhi è sfumato. Mi sta ancora studiando e sta decidendo se le ho detto la verità.

“Escogiteremo un sistema…Dì ai buttafuori che mi sono sentito male. O che andiamo in auto, trarrà le sue conseguenze”. Mi sento veramente male quando -­ in macchina -­ tento di aprirle i jeans e lei mi sussurra ‘bastardo’ all’orecchio prima di tirarmi un pugno sul fianco. Ma non mi sento male per l’offesa…E’ uno strano condensarsi di visioni: bicchieri di whisky, la vodka ghiacciata, i pantaloni bordeaux e la camicia anni settanta, Lino, la leva del cambio sul ginocchio, un giro di accordi che arriva direttamente da Paint It Black degli Stones, le bariste del locale, facce che ci guardano, io che le dico “intanto continuiamo a frequentarci”, finestrini appannati, capelli biondi, il cartoccio di pizzette, oro, incenso e mirra. Bamm!

Devo vomitare: “scusami, non sono in forma.”

Aria, aria, aria. Arf! Arf! Arrrf!

“Non provarci mai più. Non sono la tua puttana che puoi prendere e mollare quando vuoi…Ehi, che ti succede, ti senti male?”

Scendo, giro l’angolo e lascio qualcosa di me tra il liquido ed il solido sul selciato. Un paio di volte. Sento sbattere la portiera dell’auto ed afferrarmi per la vita.

“Tutto a posto? A te serve una donna, mio caro…Ne va della tua sanità mentale. Quanti pezzi di te si sono portati via nel passato?”. Pausa. Al quadrato. Mi volto e la guardo, non che mi vada tanto a genio tutto questo romanticismo d’accatto, ma cerchiamo di essere sinceri sempre e comunque. Suvvia, un bel respiro.

“Mi sono sentito uno straccio quando ho realizzato di non avere un solo indizio per ritrovarti. Ho sentito la tua mancanza come la rugiada attende il mattino” Glielo dico mentre arranco su un pacchetto di kleenex e su una caramella alla menta. Un po’ sbiadita come frase, ma questa mi è uscita, assieme al vomito.

“Andiamo. Ti porto a casa”.

“Puoi guidare tu così riesco a slacciarti completamente i jeans?”

Scemo! Sorride. Mi piace veramente quando sorride, le si formano delle strane pieghe sulle guance, facendole risaltare i denti.

“Ho due domande da farti…” brucio dall’interno ma voglio farle ora.

“Devo preoccuparmi? Spara…”

“Lo sai che non conosco nemmeno il tuo nome?  Io ti ho sempre chiamato Monroe e per me era più che sufficiente”

“Alla faccia del tempismo. E com’è che io conosco il tuo da prima che ci frequentassimo? Elisa, mi chiamo Elisa…E la seconda?”

“…Saresti tu la donna che mi ci vuole?”

“Questa è una domanda alla quale devi rispondere soltanto tu. Adesso cerca di riposare, e tieni giù le mani dal mio inguine altrimenti ti arriva un altro pugno.”

“Ah, ok…va bene…solo una cosa…”

“Dimmi…”

 “E’ strano chiamarti per nome. Cazzo, è davvero strano. Avverti gli altri che ce ne andiamo”.

 Mentre scende dalla macchina mi riprometto di chiamarla Monroe per sempre.  O perlomeno per tutto il tempo che le resterò accanto. Intanto continuo a succhiare questa caramella alla menta, chiudendo gli occhi. Proprio come i vecchi. Anzi, i vecchiacci.

Mi risveglio e sono solo. Solito sapore di creta in bocca. E’ camera mia, di questo sono certo. Cerco con il gomito una parvenza di calore alla mia sinistra, ma anche le lenzuola sono fredde. Eppure sembrerebbe che ci avesse dormito qualcuno. Cerco l’impronta di una nuca sul cuscino ma vedo doppio e annaspo. Ho bisogno che sia qui durante un risveglio simile. Che stupide storie d’amore! Chi ha bisogno di queste stupide storie d’amore? Le svendo, è un usato sicuro, anzi: un sicuramente usato. Poi scorgo una luce fioca davanti a me, ed un fascio di capelli d’argento. Ed allora la vedo. E’ seduta per terra con la schiena appoggiata al letto; qualche film con il volume a zero che non riesco a decifrare, il protagonista mi sembra Harrison Ford, lo vedo muovere la bocca ma non capisco un cazzo di ciò che sta dicendo. Monroe indossa una mia felpa e ciò mi rende orgoglioso. Le guardo le cosce mentre scopro che sta scrivendo qualcosa.

“Cos’è successo?”

 “Tra noi nulla. Eri uno straccio eppure a intervalli regolari tentavi di togliermi il reggiseno. Finché ti sei addormentato; erano all’incirca le tre. Ho avvertito Danny che avevo un’emergenza e non sarei tornata a casa. Ha capito tutto. A mamma dirà che mi sono fermata da qualche amica. Mi sono preparata un caffè, ho preso una tua felpa e sono venuta a letto. Ti ho guardato per cinque minuti facendomi migliaia di domande e poi mi sono addormentata sopra il tuo braccio. Faresti bene a lavarti i denti dopo la bravata di stanotte”.

“Che felpa hai preso?” o meglio, vorrei tanto chiedere: che domande ti sei fatta?

“Che differenza fa?”

“Mmhmm…giusto per sapere se era pulita. Che ore sono?”

“Sono le quindici e quarantacinque e sei pallido come un cadavere”

Ho lo stomaco come il Titanic la notte del 14 aprile 1904, forse è davvero meglio se mi faccio un budino con il dentifricio.

“Ti sei preparata qualcosa?”

“Ho smangiucchiato in cucina. Hai impegni oggi?”

“No, perchè?”

“Posso venire a letto fino a stasera?”

“Beh, certo.. .Secondo te puzza qui dentro?”

 “Sì, di nicotina e di te; dovresti lasciare aperte le finestre al mattino, per qualche ora, e non usare deodoranti”.

“Sei tu la donna che mi ci vuole? E se sì…non eri incazzata, tu?”

Come faceva John Lennon a scoparsi Yoko Ono? Come faceva il mio professore di matematica a coricarsi ogni sera con quel cesso di donna che si era sposato? Come facciamo a  essere attirati da quelle cose chiamati esseri umani? Quegli ammassi di mucose, liquidi puzzolenti e peli? All You Need Is Love, ecco la risposta. Avevano ragione i Beatles. Cazzo se avevano ragione. Erano i Gesù Cristo del nostro secolo. Porgi il lato B. Let It Be. Cosa puoi fare quando hai accumulato montagne di dollari? Quando hai il mondo ai tuoi piedi? Quando sei l’uomo più fortunato del tuo tempo? Cosa puoi fare se non hai amore da condividere? E’ tanto semplice; eppure ci mettiamo quasi una vita a capirlo. A qualcuno una vita non basta nemmeno. Ci prendiamo gioco di tutte le smancerie e di tutto il romanticiume che avvolge le coppie come zucchero filato e canditi, ci facciamo beffe dei mano nella mano, delle telefonate nel cuore della notte con il cuore in gola, ci rassicuriamo che tanto a noi, esseri razionali, tutto ciò non ci sfiorerà mai, giochiamo ai cinici disillusi e poi…Zzacc! Ti ci trovi in mezzo e scopri che è tutto maledettamente vero. Orsacchiotti di peluche e tre palle un soldo compresi.

 E’ pur vero che io mi sono sempre sentito più in sintonia con gli Stones: Sympathy For The Devil, We Love You, Brown Sugar. Gli Stones erano più sanguigni e svaccati. I Beatles mi sembravano troppo perfettini e pulitini. Ho una visione del rock che non è propriamente idilliaca, del resto lo schierarsi con l’uno o l’altro dipende anche dalla tua età; nasci Stones e muori Beatles, proprio come nasci incendiario e muori pompiere. Riguardo questi ultimi solo negli ultimi anni mi sono accorto cosa siano effettivamente stati e cosa abbiano effettivamente significato: Strawberry Fields Forever, Hey Jude, Penny Lane. Lennon & MacCartney sono una coppia della stessa valenza di ­ chessò ­ Laurel & Hardy, Ogino & Knaus, Burroughs & Gysin, Bonnie & Clyde. Prodezze balistiche.

“Cosa stavi scrivendo?” Prendo coraggio e mi lego a filo doppio.

“Oh…Niente…” arrossisce e la sua carnagione ben s’accompagna al colore dei capelli.

“Ho capito, non vuoi dirmelo. Poco male, vado a lavarmi i denti”.

Ho ancora più di un rimasuglio di nausea dalla serata. Alcune particelle di alcol mi girano attorno ma stanno evaporando come la brina sotto il sole primaverile, mentre i miei neuroni si appoggiano alle stalattitti di calcare che mi puntellano l’anima. Eppure avverto che con Monroe sarà qualcosa di travolgente. Dovesse durare due settimane o un anno. Non voglio pormi mete, traguardi, obiettivi; voglio vivermi sto cazzo di storia ogni momento, preparando nel contempo le difese affinchè non diventi la nuova Kornelia Ender pronta a stabilire l’ennesimo primato del mondo sulla media velocità.

Un dormiveglia strano durante il quale mi sento accarezzare la fronte e avverto delle gocce colarmi sul petto, la guardo confusamente e la vedo con gli occhi umidi. Dev’essere dal 1991 che una donna non piange per il sottoscritto, ma forse non piange per me; piange perché sa che da ora saranno dolori. Meglio tornare a dormire a pancia in giù, contento come quando mi regalarono il Piccolo Chimico. Natale 1969.

 Sono le sette quando mi trovo i suoi capelli in faccia, e l’imbrunire sembra il rallentato risveglio di un fiore. Non oso muovermi, potrei svegliarla e mi eccita troppo stare a guardare questa donna raggomitolata sul mio corpo. Le accarezzo la schiena, sto decisamente meglio ed infilo le mani e la testa sotto la mia felpa. Profuma di miele e caramelle alla fragola. Dov’è il pennarello indelebile? La faccio levitare con la forza dell’amore, la deposito su lenzuola intatte e mi alzo per genuflettermi davanti l’impianto stereo; sento il bisogno di un disco che illustri alla perfezione quello che sono adesso. Impresa titanica, lo so.

“Ha un qualche significato recondito la scelta di questa struggente canzone d’amore?”.

E’ in piedi sulla porta, capo inclinato, piedi nudi e felpa eccitante.

 “No, sono semplicemente io, adesso. Con te. Di più, non so.” Avrei potuto risultare più confuso? Mi piacerebbe fissare questi momenti per un lasso infinito di tempo, invece vorrei sapere se avrò un altro week end simile, se sabato prossimo lei sarà al suo posto, quanti scudetti vincerà il Milan di qui all’eternità, quanto mi resta da vivere. Non ho la croce del matrimonio sulle linee della mia mano. A causa sua sono dodici giorni che non acquisto uno straccio di compact disc. Come faccio a trovarmi con la testa sopra un mucchio di New Musical Express e la sua bocca incollata al mio collo? Il parquet è umido, pieno di schegge e puzza di condensato, catrame e nicotina, sembriamo la pubblicità di qualche profumo per ricchi; la trovo ingrassata ma non dico nulla, vorrei rimanere dentro di lei anni luce. Fermiamoci, restiamo così, tratteniamo il respiro.

Dopo potrà cambiare tutto; ma dopo deve ancora arrivare. Aspetta. Aspettiamo.

“Posso usare la tua crema per il corpo? Ed il tuo accappatoio?” la sento urlare dal bagno, e la sua voce sovrasta una di quelle stupide raccolte technotrance trovate in omaggio su qualche rivista dove ti insegnano a scolpire gli addominali in 7 giorni..

“Solo se mi permetti di guardarti mentre ti fai la doccia. Mangiamo assieme?”

“Non posso proprio, Danny e mia madre staranno per scatenare l’Interpol. Devo andare a casa, assolutamente; ma non preoccuparti, giuro che ti telefono senza fare nessuna storia…”. Stavolta vorrei chiamare io invece. Magari domattina alle otto meno dieci, prima di infilarmi in macchina per andare in ufficio. Potrei comprarmi un cellulare, magari, visto che devo essere l’unico dell’emisfero a non averlo.

 “Vuoi dire che dovrò farmi un pasto solitario, come un vecchio homeless alla mensa dei poveri? Vuoi dire che­ al massimo­ potrò aspirare a una pizza con i ragazzi? Non hai sensi di colpa nell’abbandonarmi così?”

“No, perché dovrei? E’ meglio se ci prendiamo a piccole dosi noi due”.

 “Ma è domenica sera, il momento in cui raggiungo abissi di disperazione. Devi rimanere con me, devi uscire a cena. Devi.”

“Non essere stupido. Sai che certe volte sei veramente indecifrabile? Fino a qualche ora fa volevi sparire. Non vorrai mica menarmela con la storia che ti sono già indispensabile?”

“Indispensabile no, ma quasi” bugiardo patentato. Sono incantato a guardarla mentre si massaggia le cosce con il sapone liquido; ho la tentazione di buttarmi dentro il box completamente vestito.

Così come sono, a costo di rovinare la maglietta dei Roxy Music o di pigliarmi un raffreddore.

Che, alla mia età, potrebbe essere deleterio se non fatale.

 Invece mi freno, per tutta una serie di motivi, perché ci sono cose che vanno assolutamente evitate quando stai per cucirti addosso una donna: ad esempio pregarla, farle vedere che sei completamente dipendente, legare la tua vita alla sua, lasciarle rimettere in ordine la tua scrivania, farti comprare le sigarette (sbaglierà marca e condensato di nicotina otto volte su dieci) e regalare dei dischi (ti trovi la casa piena di doppioni e/o di gruppi per i quali provi un’avversione epidermica), permetterle di portare il suo beauty case nel tuo bagno, farti indicare o presentare i suoi ex, lasciarla avvicinare alla piastra del tuo impianto stereo, insistere per avere un rapporto sessuale, farle aprire i files più delicati del tuo computer, lasciarle potere decisionale sulla musica che si ascolta in auto, amarla al 100% da subito, permetterle di dire ‘no’. Dovrei scrivermele sulla lavagnetta in cucina, giusto per tenere un comportamento corretto e non contraddittorio; dovrò invece lasciarmi guidare dalla memoria e dall’istinto.

La mattina dopo l’ufficio ed i colleghi sono ancora più freddi e squallidi del solito, l’odore di disinfettante è quello di ogni giorno, quello che ci arriva dagli ambulatori e che si autoalimenta ad ogni malato che passa il corridoio alla nostra destra. Cerco di sfoderare quei rimasugli, quelle briciole di felicità che mi sono rimaste appiccicate sul cuore dalla sera prima per affrontare meglio l’odierna vetta innevata. Splende il sole al campo base, l’aria è più pura e fresca del solito, ma qualche nuvola ­ ancora non perfettamente visibile ­ si staglia all’orizzonte. Al solito però l’entusiasmo si smorza subito, il primo contatto con i numeri ti arriva addosso come una cometa. Allora, alla stregua di un carcerato, mi metto a depennare i minuti che passano dall’uscita di questo forno crematorio dei sentimenti. Colleghi e superiori non si capacitano della mia assoluta mancanza di ambizione: perchè non partecipo ai concorsi per avere una promozione? Perchè non provo la consueta, corroborante invidia per gli scatti di avanzamento altrui? Perchè non mi rodo il fegato quando qualcuno viene trasferito ad una mansione più comoda e meglio retribuita? Perchè? Perchè sono riuscito ad avere una vita. Piccola, caotica, stupida, disordinata, ma slegata dai trecento metri quadrati pieni di cartacce, contabili e pochezza. Slegata dalla forma mentis che va dalle nove alle cinque. Non passa settimana che non proponga­ ridendo, tanto per indorare la pillola,­ di raccogliere firme per una proposta di legge che eroghi la pensione dai venti fino ai sessanta anni per poi introdurre nel mondo del lavoro i sessantenni. Che gusto c’è a godersi l’obolo mensile donato dallo stato quando hai già quasi quarantanni di lavoro sulle spalle? E’ a vent’anni che necessiti di soldi e tempo per divertirti e costruirti un carattere ed una vita. Il mondo va veramente a rovescio. Se mi ‘elargite’ duemila euro al mese vuol dire che ne ho ‘prodotti’ almeno sette-­ottomila. Ponendo per assurdo duemila euro vi vadano via in tasse…Dove vanno a finire le rimanenti banconote? Le mettete in banca? Quindi mi pagate affinché io poi vada a pagare a mia volta la gestione dei soldi che mi spettavano ma che mi avete rubato; e ogni mese è la stessa solfa, solo che continuate ad elargirmi più o meno lo stesso stipendio e lo stesso nauseabondo odore di disinfettante, mentre aumentate il furto nella mia busta paga.

Per sopravvivere a quell’invenzione chiamata lavoro devo continuamente ripe­termi che ogni giorno è un giorno in meno. Ogni ora è un’ora in meno. Ogni settimana è una manciata di fogli di calendario in meno. E di vita in più. Un disco al giorno toglie il medico di torno. Un paradosso temporale. Passo le mie giornate lavorative spulciando numeri, fatture per acquisti di garze e bolle di accompagnamento di cateteri, recitando spesso “Buongiorno” ai poveri cristi che fanno ore di coda per pagare un ticket o una prestazione sanitaria specialistica. Mica so perché sono finito all’INAIL, so solo che tanti anni fa mi avevano chiamato – grazie all’interessamento di qualcuno – a sostituire una grassoccia signora in maternità; quello che avrebbe dovuto essere un part time di qualche mese è divenuto un full time per tutta la vita. Mi fanno enormemente imbestialire quelli che usano il verbo lavorare a sproposito, gente tipo rockstar planetarie: ‘abbiamo lavorato sei mesi a questo nostro ultimo album’. Lavorato? Lavorato cosa? E’ un lavoro bere whisky seduti davanti a un banco mixer decidendo di averne le palle piene quando vuoi, stuprare ragazzine che ti portano in omaggio orsacchiotti di peluche e partecipare a trasmissioni televisive? E’ un lavoro quello che comporta l’ingurgitamento di sostanze psicotrope ed alcolici? O che ti fa essere desiderato dagli adolescenti ambosesso? Quante categorie di persone usano l’insano verbo senza cognizione di causa. Sono come quelli che vogliono convincerci che il golf sia uno sport. Quando l’unica fatica è portare le mazze e c’è sempre qualcuno che lo fa al posto tuo. Dove sta l’impresa? Il fattore umano? Lo sforzo fisico? La debilitazione mentale? Lo stress? L’ansia? Lo schifo? Andate tutti amabilmente a cagare. Sono pazzeschi gli impiegati, non sarà un caso che la  terminologia sia il participio passato di impiegare. Quando sei seduto davanti ad una scrivania e ad un monitor l’anima ti diventa bonsai giorno dopo giorno; io cerco di resistere ­ siamo statali dopotutto e le leggende urbane su di noi hanno sempre un fondo di verità ­ ma è una lotta faticosissima alla quale ogni tanto cedo. Ad esempio quando arriva la temutissima, Fantozziana, cena dell’ufficio. Ne riesco ad evitarne una buona metà, ma non sempre si può maleducatamente disdire all’ultimo momento o inventare scuse plausibili, e quindi si soccombe all’infausto giorno.

Ne accadono davvero di tutti i colori quando gli impiegati sono in libera uscita dalle mogli e dalle loro vite tristi, cose che nemmeno dei marines pronti al saccheggio riescono ad immaginare. In genere la cena in sé è di uno squallore infinito, soprattutto se ti trovi seduti di fianco o davanti quei vecchi mezzemaniche, quei carciofi da tavolino tristi e grigi che parlano solo dei bei tempi andati aggiustandosi il nodo della cravatta, appoggiato sopra una camicia lisa. E’ il dopo che spaventa; quando quasi tutti finiscono a casa sulla zucca di Cenerentola ad orari assurdi. Tipo le dieci e un quarto. E’ allora che i più temerari, quelli che si reputano trombatori da mille e una notte, quelli che credono di essere i comandanti in casa propria, vogliono provare l’ebbrezza di ciò che hanno solo sentito nominare loro da qualche signorotto con zoccola minorenne al fianco che passa ogni sei mesi a farsi gli esami del sangue. C’è chi finisce fotografato a mutande in giù in qualche club per scambisti, chi viene colto da malore perché pensava di fare il ganzo e non si era accorto che gli avevano offerto borotalco, chi millanta bevute pantagrueliche e poi si addormenta in macchina mentre gli amici vanno a troie; chi resta bloccato con la macchina – piagnucolante – in aperta campagna, terrorizzato dai giudizi dei compaesani e dal mattarello della moglie. Finchè siamo noi miseri impiegati la cosa è anche maneggiabile e indolore, le cose spesso si complicano quando qualche medico del piano superiore decide di unirsi. Se lo fanno i motivi sono sempre un paio, di lì non si scampa: o vogliono trombarsi qualche nuova impiegata, o sperano di scroccare una cena barattandola con degli esami gratuiti o con una lista d’attesa più veloce per qualche parente. I medici c’hanno sta oscena nomèa di pornomani, spesso azzeccata dacchè pare non pensino altro che alla gnocca ogni ora del giorno. Riempiono i computer dell’INAIL di spezzoni video e foto hard, si scambiano le concubine e fanno a gara per avere in lista pazienti giovani e piacenti, arrivando persino a scambiarsele dietro pagamento. Non tutti chiaro, ci sono anche medici ultra severi e dediti a Ippocrate fino alla morte, seminaristi pentiti, infermieri che meriterebbero il paradiso da subito e veri e propri geni della medicina. Ma sono un’esigua minoranza e ci mettono in soggezione, per quello preferiamo fare le cene tra noi sfigati senza alcuna conoscenza medica, braccia armate a puntellare la sacrosanta rabbia degli utenti.

Sintomatica a riguardo quella volta, nemmeno tanto tempo fa, quando mi sono fatto trascinare da alcuni colleghi tutti rigorosamente oltre i 40 (anni) e gli 80 (chili) ad una cena e poi in un locale snob. Trendy, avevano detto. Molto fico. Sia l’una che l’altro. Seeeee! Un’uscita stile seminaristi, la nostra. Il quintetto base degli sfigati, il dream team dei singles incalliti. Facevamo pena a vederci, sembravamo dei chierichetti pronti a venirsi sulle mutande, ed io ero il più in gamba di tutti. Il che è tutto dire. Rubens, ovvero il coglione al quale ho rubato il nome per fare le mie telefonatine alla radio; Iosa, Fortunelli, Brancamenta e il sottoscritto. La formazione tipo della nazionale Statali Frustrati. La cena in sé non era malvagia, si è pasteggiato dignitosamente, finendo però con Brancamenta a rigar di lacrime il cabernet ripensando alle sue sfortune amorose, e noi tutti dietro a sprofondare in una depressione che, non fosse stata tragica, sarebbe stata sicuramente comica. E in ogni caso il signor Brancamenta, se ripensa al suo soprannome e al suo orrido anello con testa di leone che sfoggia sul mignolo della mano sinistra – provvisto di unghia lunga ­, si spiegherebbe da subito e da solo perché rimane uno sfigato invece di cianciare dell’età, degli scarsi capelli e della pancetta incipiente con la consapevolezza che quelle delizie di ventenni col cavolo ci degneranno più di uno sguardo. Mi sono ovviamente guardato bene dal sottolineare che probabilmente quelle delizie non degnavano loro di uno sguardo nemmeno vent’anni fa. Tutto questo istigato appunto da un  Brancamenta più stronzo del solito, da delle occchiate scrutatrici tra noi cinque e dall’orrore dei camerieri. Due coglioni tanti. Mi vergognavo a sbirciare le facce degli altri commensali ai tavoli e  – soprattutto – quella del titolare del ristorante. Alla fine il solito Rubens (se solo scopasse davvero un decimo di quello che millanta, l’avrebbe incandescente) ha optato per portarci in un locale davvero alla moda dove – parole sue – si beccava sicuramente, ci sono già stato ed è pieno di manze di ogni età. BSE dunque, mi ritrovavo a pensare senza dirglielo, perché altrimenti partiva  con le sue filippiche; senza contare il fatto che mica ci aveva chiesto se a noi andava. Lui dà sempre per scontato che tutti si abbia bisogno di un orgasmo. Non dico nemmeno che, fosse stato tutto vero, si sarebbe guardato bene dal rivelarcelo e dall’uscire con noi. Lo si sarebbe trovato ogni notte a fare lo scemo al bancone del bar con qualche puttanella, pronto a raccontare l’incredibile impresa in ufficio la mattina dopo. Questo papale papale. Come che sia, arrivati in questo cubo di mattoni scuri poco invitante, abbiamo aspettato in coda, assieme a degli autentici idioti, qualcosa come trentacinque minuti prima che Rubens sganciasse il cinquantino all’orribile toro castrato che stava alla porta e riuscissimo ad essere inghiottiti dall’entrata. Non che una volta dentro io mi sia sentito meglio: musica a volume allucinante. E di merda. Roba tipo cover dei Queen fatte col computer e vocine filtrate, italo trash, canzoncine doppi sensi alla Pippo Franco, delle cicale ci cale ci cale ci cale, cose così. Poi colore vermiglio ovunque, che fa tanto troia thailandese con le piattole alla kryptonite; braccia nude, ombelichi scoperti, tette al vento, facce bruciate, migliaia di cravatte, occhiali con diametri tipo palloni da basket, capelli unti di gel, riporti  e stempiature allucinanti, scarpe di legno e un’ecatombe di erre moscie e cioè, hai capitooo? Vi giuro, credetemi, mi veniva da piangere. Mi sentivo come Il Cacciatore accerchiato dai Vietcong.

Ho combattuto una vita a fianco del rock and roll, rischiando le botte in varie occasioni, mi sono sempre tenuto in disparte da questa pericolosa casta di modaioli che infestavano la pianura padana  e l’Italia tutta. Ero diverso da oggi, chiaro: più integralista e meno disposto a venire a patti con il  nemico. In ogni caso non ho sacrificato una vita per finire a smaniare isterico con quattro sfigati vestiti di tutto punto all’entrata di un bordello legalizzato dove vengo spiaccicato in mezzo ad una folla di zoccole e di pseudo DJ Franceschi meno intelligenti e dove mi spacciano per house music delle minchiate epocali e il dj urla tutto il tempo e le donne sciamano a gruppi di cinque e gli uomini pure e sono tutti abbronzati e non hanno mai letto un libro in vita loro e vogliono solo fare del sesso ma lo mascherano dietro profondi significati filosofici perdendo solo del tempo e non capisci cosa dicono perché usano solo un approssimativo idioma italico e si ragiona in base alla cilindrata dell’auto e hanno le magliette con la scritta narcotraf ico e fijo de puta ma per la prima li manderei volentieri in Bolivia a rischiare la vita per qualche mese nelle piantagioni del cartello e per la seconda hanno perfettamente ragione ad indossarla e i telefonini fanno le foto e ti permettono di guardare sky ma non hanno campo se devi chiamare d’urgenza e io li odiooooooooooooo tutti. Intesi?  In mezzo a tutto questo delirio e choc culturale ho cercato di eclissarmi per l’intera serata con abile mossa diversiva; di sparire mentre con la coda dell’occhio vedevo il solito, odioso, sfigatissimo, cerebroleso, troglodita Brancamenta approcciare una tizia dall’età imprecisata e dal colore della pelle così violaceo a causa delle lampade che se l’avessi avuta io (la pelle, intendo) sarei corso dal dermatologo con una tanica di benzina. Super.

Non so perché continuo a farmi trascinare in queste cose disastrose da Brancamenta, ad inondarlo di possibilità, a lasciarlo parlare su tutte le cose più stupide ed inutili del pianeta; come quando, nei primi anni novanta, voleva assolutamente mettersi in società col sottoscritto e altri due balordi per allevare lombrichi cresciuti nel peyote come dopolavoro. Un successo assicurato, continuava a ripetere. Almeno abbiamo evitato bancarotta e galera, anche se secondo me voleva soltanto spillarmi qualche banconota. E’ odioso, superbo, vanitoso e pure un tantino viscido. Lo conosco da quando sono entrato all’Inail e vi posso assicurare che sotto i venti minuti di conversazione è uno spasso, quando li supera diviene immondo. Se poi comincia, come sovente accade, a ragionare con quel suo muscolo spugnoso che non è il cervello, allora è proprio la fine.Con queste premesse e questi personaggi dovevo capirlo subito che sarebbe stata una serata ignobile, finita con me stravaccato in un decentrato divanetto stringendo un’acqua e menta (molto rock and roll, e pure nemmeno tanto facile da farsela servire) osservando nugoli di apimaie striscianti a girare per il locale in cerca di qualsiasi tipo di sesso, sia esso opposto che no.

Tristissimo. Aspettare che quei quattro uomini di marzapane finissero di fare gli scemi pensando a quanto fosse ipocrita il fatto che questi locali vadano per la maggiore epperò il porno in tv non lo si possa trasmettere. Non so cosa sia più immorale, sinceramente. Almeno un paio d’ore seduto in quel divanetto rimpiangendo la Settimana Enigmistica e Bartezzaghi, rimpiangendo pure i trenta euro lasciati ai buzzurri per avere avuto accesso in quell’inferno di arpie e calvizie; rimpiangevo   finanche dei vecchi numeri di OV o Le Ore, che sarebbero stati molto più adatti alla bisogna, perlomeno per i quattro sfigati che brancolavano nel buio. Dal divanetto ho visto Rubens uscire con una cosa sudamericana che secondo me aveva una protuberanza di troppo in prossimità del suo equatore; Iosa e Fortunelli scialacquare buona parte del loro stipendio (poi vengono a spaccare i marroni a me, chiedendo prestiti quando non arrivano a fine mese) con due valchirie che mai e poi mai avrebbero concesso loro un solo grammo del proprio corpo. E se l’ho capito io, da lontano,  beh…e Brancamenta parlare con questa giumenta per qualche minuto, tutto rosso in viso, prima che lei – sorridendo proprio da zoccola, virtute innata ­ gli voltasse le spalle agitando le dita in segno di saluto. Ho visto un campionario di umanità (quattro esemplari erano in macchina con me) che mi ha fatto capire perché Nostro Signore Gesù Cristo ogni tanto abbia un giramento di attributi pure lui; osceno vedere queste rubiconde nanette tettorute col tacco 12 e la faccia abbronzata dimenarsi in pista a fianco di incravattati analfabeti. Avremmo dovuto sì piangere, noi cinque, ma  solo per essere stati così imbecilli nel non avere girato l’auto da subito, appena finita la cena.

Naturalmente, alla resa dei conti, so per certo che nessuno di loro è riuscito a sfoderare l’arnese nonostante i proclami di guerra. Senza parlare dell’accozzaglia sonora che mi sono dovuto sorbire per quattro ore, neuroni spappolati da un tump tump maranza con sottofondo pompidap davvero fastidioso, che spesso scivolava nel bieco romanticiume all’italiota. Il giorno dopo due di loro avevano una congiuntivite da paura, ma tutti erano concordi nel lasciar passare la cosa sotto           silenzio, mandando Brancamenta a pregarmi di fare altrettanto. Così ho fatto, perché oltre alla rabbia provavo tanta pena. A ripensarci oggi, un sorriso lo provoca, ma quando l’ho vissuta poi li ho odiati per almeno tre settimane. Ma odiati proprio, non li potevo nemmeno vedere, mi dava fastidio fisico pensare di averli a contatto per cinque giorni alla settimana.

“Ciao, sono io. Sorpreso?”

“Come Mastro Geppetto quando intagliava Pinocchio. Cosa c’è? E’ successo qualcosa? E poi, scusa…Come hai avuto questo numero?” Comincio ad alterarmi leggermente. Mi sento indifeso davanti a cotanta intraprendenza. Mi insospettiscono le donne aggressive.

 “Non devo dirti nulla di particolare. Non ho voglia di studiare e volevo sapere se hai passato     parte della mattina a pensarmi. Ho tre ore buche, andiamo a pranzo assieme?”

 “Come hai avuto questo cazzo di numero?”. Sento che sono rosso in faccia. Iosa mi guarda da una lontanissima scrivania e mi fa un segno esplicativo con il pollice rivolto verso l’alto.

 “Ehi, perchè ti arrabbi, ho violato la tua privacy? L’ho trascritto dalla tua agenda, era quello che stavo scrivendo quando ti sei svegliato…Ci facciamo un paio di tramezzini assieme?”

“Bah, si potrebbe”

“Bah, si potrebbe” mi canzona, seccata “tutto qui l’entusiasmo?”

 “Ti aspetto per pranzo qui fuori. La mia pausa pranzo è scarsa ma dovremmo farcela  ugualmente. Hai la macchina?”

“Me la presta Danny. Mi hai pensato?”

“Ahh…Monr…Elisa?”

“Che c’è?”

“Ma sai anche dove lavoro?”

“Sono una donna dalle capacità illimitate. Non hai risposto alla mia domanda. Ciao”

Credo di averle affittato il cuore e cominciato seriamente con le paranoie da questo momento. E’ pericolosissimo quando le donne sono troppo innamorate. Il mio collega sorride e mi fa un gesto dalla chiara allusione sessuale con la mano. Poi mi chiede se a letto è porca, dove l’ho conosciuta e se si lascia fare di tutto. Mi fa pena, poveraccio: sposato, due figli, ha l’aria di quelli che non vedono l’ora di farsi qualche bella prostituta adolescente, ma ha paura che la moglie ed i suoi retaggi cattolici lo vengano a sapere. Si rituffa sulle spese di un decentrato ufficio USL, lui e quel cazzo di taglio di capelli che si ritrova. Gli confido che è un trans che ho conosciuto ad una festa gay, che è una bomba e che lui, povero sfigato ­ avendo dovuto sposare la prima che ha trombato perché incinta,  non sa cosa si perde a farsi fare un lavoretto da un uomo con le tette,senza un pelo che sia uno e con le unghie smaltate. Ma è un errore perché per mezzora ci crede, si eccita come Rocco Siffredi, gli si imperla la fronte di sudore e comincia a bombardarmi di domande idiote e tutte di stampo…   come dire… tecnico. La pausa pranzo è una liberazione, io e Elisa passiamo assieme solo un’ora davanti a due tramezzini e mezzo litro di minerale non gassata.

Lei ride per il pasto frugale “Avresti potuto portarmi in un ristorantino, che diamine!”, io mi innervosisco (“Li hai chiesti TU i tramezzini!”) perchè le mie paranoie si collegano proprio a questi suoi retaggi da nobile snob, e mi chiedo come si possano ancora usare esclamazioni tipo   ‘che diamine!’ nel terzo millennio. Probabilmente lo fanno solo i ricchi quando sono a pranzo con i plebei. Di sicuro tra loro bestemmiano come i Marsigliesi quando giocano a morra.

“E non prendertela per così poco, scherzavo.”

Siccome la confusione è alta sotto questo cielo, la mia fiducia negli esseri umani di sesso femminile è prossima allo zero e la mia paura dei rifiuti ha un che di ancestrale vengo sfiorato dalla voglia di troncare tutto prima di ruzzolare pericolosamente. Possono due tramezzini e mezzo litro di minerale dividere due persone che cominciano ad amarsi appassionatamente? Che diamine!

Un consiglio

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/42120/pimlico/

Tre Parole

“Mi hanno imitato così bene che a volte sento gente copiare i miei sbagli.” (Jimi Hendrix)

“E’ un peccato il non fare niente col pretesto che non possiamo fare tutto.” (Winston Churchill)

“Si vive una volta sola, ma se lo fai bene, una volta sola è abbastanza” (Mae West)

Dieci Suoni

Wire 154, 1979

Moi Caprice You Can’t Say No Forever, 2005

Virgin Prunes If I die, I die, 1982

EMF Stigma, 1992

Grace Jones Warm Leatherette,  1980

Menswear Nuisance, 1995

Athletico Spizz 80 Do A Runner, 1980

Beastie Boys Check Your Head, 1992

Pet Shop Boys Actually,  1987

Venus In Furs Platonic Love, 1985

Autore: Michele Benetello

Ex un po’ di tutto, vivo da participio passato in mezzo a un gruppo funzionale costituito da due atomi di carbonio legati tra loro con un doppio legame, e tre atomi di idrogeno derivato dall’etene (etilene) per perdita di un idrogeno. Si chiama vinile. Mi piacciono le conchiglie, i cani, l’inverno e Cindy Crawford. Se rinasco vorrei essere Johnny Dean nell’esatto istante in cui indossa la giacca da ussaro a Top of The Pops. Per ora mi accontento.

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