Pimlico – Capitolo 11

[Se vi siete persi i primi capitoli del romanzo di Michele Benetello, in fondo al post trovate i link alle puntate precedenti]

 

Blue Monday

New Order 1983

 

“La guerra tra i sessi è l’unica in cui i nemici dormono regolarmente insieme”

Quentin Crisp – Manners From Heaven

 

‘Ecco i giovani uomini, un peso sulle loro spalle…’ quando incomincio una relazione, o conosco una donna con la quale ci potrebbe essere molto più che un amicizia, rispolvero i miei dischi dei Joy Division. Ne feci una scorpacciata subito prima del matrimonio, preso dall’entusiasmo e dalla smania di sigillare l’amore che provavo per colei che a breve sarebbe divenuta, mio malgrado, una teutonica amazzone completa di frecce e faretra. Non so quali circuiti mentali il quartetto mancuniano vada ad accendere, so solo che sento un bisogno estremo di propinarmi qualche ora di Peter Hook e compagnia. Probabilmente è un retaggio da giorni di scuola, una di quelle cosine patetiche che vanno benissimo per i tuoi 15 anni ma che scadono nel ridicolo dopo i venti. Giusto per piangermi addosso un pò. Paradossalmente tutto questo mi carica e mi rende più sensibile, più attento e desideroso di donare affetto. Ma Closer è un’arma a doppio taglio, una lametta incandescente, un bisturi; è talmente denso che mi spinge sempre a non ascoltarlo per paura di sprofondare in pensieri che vanno decisamente contro l’istinto di conservazione. Closer rende affascinante l’idea di togliersi la vita, di lasciarla fluire come sangue da una piccola ferita. Non può essere il classico disco da isola deserta, perchè resterebbe tale subito dopo l’arrivo.

Ventiquattro ore. Cuore e anima. Decadi. Il giorno che è morto Ian Curtis probabilmente stavo studiando, ero al mio primo anno ‘da grande’ nelle scuole superiori di una grande città, niente licei paraborghesi, solo un qualunquissimo istituto tecnico sottoproletario; e la differenza che intercorre tra i due è la stessa che intercorre tra lo sci su pista e quello su fondo. Odio lo sci, sport borghese ed elitario, dove gli atleti scendono con un’attrezzatura così costosa che ti potresti permettere una fuoriserie con l’equivalente di ciò che indossano; la pista è puro voyeurismo e sculettamenti. Il fondo è sudore, lacrime, garretti, polmoni e soprattutto solitudine. Quasi come il ciclismo. Erano i cosiddetti anni di piombo e tutto di quel periodo mi torna alla memoria permeato di grigio: estati sfumate in bianco e nero, diari polverosi, amicizie opache, tempi bui. Forse il peggior momento della mia vita. Non c’è da stupirsi se in tutta la scuola ero l’unico a cui piacevano i Joy Division. Pantaloni neri sciatti, pochi soldi ed una fame mentale che aveva dell’inverosimile. Frigidaire lo sfogliavo all’edicola perchè costava un fottìo. Comperavo, molto raramente, solo sette pollici e gli album me li potevo permettere nelle grandi occasioni o in prossimità del mio compleanno. Potevo sembrare il personaggio di un romanzo di Dickens. La notizia della morte del povero Ian mi ha colpito prepotentemente un paio di mesi dopo, durante una afosa estate, naturalmente grigia, mentre tornavo dalla mia consueta lezione estiva di stenografia (parentesi: c’è qualcosa di più volgare, obsoleto, inutile e parassita della stenografia?), quando la foto del suo volto triste mi ha ammiccato da retrocopertina di una rivista: Ian Curtis è morto, si è suicidato. Non mi sono subito reso conto cosa significasse quella perdita; non ho fatto riaffiorare Love Will Tear Us Apart, Decades, Transmission e She’s Lost Control; ma da quel momento mi è scattato un interruttore nella testa, e ho capito che il rock and roll non era soltanto stupida musica per ragazzi con l’acne, non erano classifiche e Gibson Les Paul. Non erano diagrammi di vendita di case discografiche, o meglio lo erano solo nelle teste contabili di qualche capoccione alla Sony o alla Warner. C’era di più, c’erano struggimenti, implosioni di emozioni, scuole di vita, cartelle di tela con le scritte a pennarello, libri spiegazzati e piaceri inesplorati sotto il braccio. C’era che ci credevo, e ci credo ancor oggi. Ed i testi di Ian dovrebbero studiarli nelle scuole, assieme a Montale e Quasimodo. Ho imparato – e mi è servito nella vita, sissignori, se m’è servito – più da Ian Curtis che da Cartesio, e nessuno mai mi convincerà del contrario. Voglio dire: se due si lasciano, i motivi possono essere tanti quanti le combinazioni del cubo di Rubik, ma alla fine il risultato è sempre quello illustrato in Love Will Tear Us Apart; inutile scrivere lettere, sprecare lacrime, sputare sentenze, mendicare perdoni. Poche righe che rappresentano Le Tavole della Legge dei sentimenti, talmente importanti che l’ho attaccata anche in ufficio:

 

Quando la routine si farà pesante, e le ambizioni affievoliranno 

quando cominceranno a crescere i rancori ma non le emozioni 

quando cambieremo strade, prendendone di diverse

allora l’amore, l’amore ci separerà ancora

 

Perchè il letto è così freddo

girato dalla tua parte?

E perchè non riesco a inquadrare il tempo, e il rispetto rinsecchisce?

Eppure quest’attrazione esiste ancora

l’abbiamo mantenuta per tutta la vita

L’amore, l’amore ci separerà ancora

 

Urli nel sonno

tutte le debolezze che ti ho rivelato?

Ho un sapore in bocca

quando mi afferra la disperazione

è qualcosa di così buono

che non può più funzionare?

Quando l’amore, l’amore ci separerà ancora

 

Quell’anno sprecarono un Nobel. Il rock rarefatto e triste è la cosa più bella che ti possa capitare quando sei adolescente, ti plasma e ti accompagna in lunghi pomeriggi, quando dovresti studiare ed invece ti rigiri tra le mani le costine dei dischi, quando ancora c’erano i dischi e non quegli asettici compact disc, scoprendo con ansia dove sono stati registrati, con quale produttore, gli ospiti e le eventuali scritte di ringraziamento, e i testi. Mio Dio, i testi! L’equivalente dei miei libri di letteratura per il triennio, delle critiche di Benedetto Croce. Ho imparato quasi tutto il mio povero inglese sulla rossa copertina interna di End Of The Century dei Ramones e su qualche spiegazzato libretto di Neil Young. E ti permette anche di sopravvivere senza lacerazioni interne a rifiuti di compagne/compagnie stizzose, voti congelati, professori di merda e scazzi vari. Crogiolarsi nella tristezza e nella nostalgia non è da rocker spurio e furioso, credo che i fans dei Black Sabbath non abbiano mai avuto il tempo di essere tristi, ma anche i rockers spuri e furiosi talvolta abbandonano i dischi dei Nirvana e dei Jane’s Addiction per volare sui Joy Division e sugli Smiths, proprio come io stesso talvolta abbandono i dischi degli Smiths per volare sui Jane’s Addiction o i Blue Cheer. Qualcuno ha sempre voluto farci credere di aver ceduto a un hobby temporaneo, un qualcosa che l’età avrebbe sicuramente guarito. E se non riuscivi a guarirne poco male; saresti rimasto da solo a menartela con i tuoi stupidi dischi, davanti al biasimo della gente. Dovevi per forza cedere prima o poi. Fortunatamente a qualcuno era scattato l’interruttore. Per sempre. Se dovessi mai decidere di farla finita, lo farei di lunedì, dopo essermi goduto il week end. Quando mi sono presentato davanti alla segreteria telefonica mi sentivo come se avessi avuto quel retrocopertina tra le mani. Sudavo.

“Click…Bzzz…Prrrzzz…Szzssszz…Ciao, chissà dove sei adesso, spero che non senta nessun altro. Sei stronzetto sai? Perchè non hai telefonato tu? Lo so che non devo pretendere niente adesso…Ma sarebbe stato carino se avessi almeno fatto finta di tenerci a me. O sono state solo le lenzuola spiegazzate? Non credevo fossi come tutti gli altri stronzi che cercano solo di portarti a letto. Forse non lo sei. Non vado a letto con il primo che capita, vorrei ti fosse chiaro. Mi sento usata. Ti…Click.” Punto. Punto, punto, punto. Fermatela. Cosa pretende questa pazza? Due tripli carpiati sul letto e quindi marito e moglie finchè morte non vi separi? Ragazza, vola basso e pensa a divertirti come le tue coetanee. Ho ancora una settimana di ferie e non posso permettermi di sprecarla indugiando su una segreteria telefonica. Ci penso per una buona mezzora, cercando di decifrare cosa presupponesse quel ti farfugliato prima del click di chiusura. Forse ti odio? Ti amo? Ti porto dei canditi? Ti piace la Nutella? Ti puoi spostare? Ti ricordi? Husker Du?.

Giungo soltanto alla conclusione che dovrei smetterla di volermi predire il futuro. Mi ero o non mi ero ripromesso di vivere alla giornata, o comunque con lassi di tempo non più ampi di una settimana? Mi ero o non mi ero ripromesso di chiudere il cuore a doppia mandata e gettare via la chiave? Mi ero o non mi ero ripromesso di non ripromettermi più nulla? Le donne non le capisco, ma capisco che per loro è quasi impossibile capire me.

Galateo vorrebbe che la richiamassi, ma sono talmente babbeo che non so nulla di lei. Zero. Ecco perché non ho telefonato io, cazzo. E si permette pure di andare su tutte le furie. Non so nome, indirizzo, telefono. Niente di niente. Se non si rifà viva lei, l’ho persa.

La mattina la passo con uno stronzo arrampicamatricole parcheggiato sotto casa mia con lo stereo dell’auto a fare tump-tump-tump-tump per almeno un quarto d’ora, ed un lasso di tempo altrettanto lungo per pensare come facciano a installarsi certi impianti da milioni per poi ascoltare minchiate. Come comperarsi delle Nike numero 45 da 180 euro e poi avere una modestissima taglia 38. O viceversa. Poi rimetto sul piatto Closer, e comincio a pensare che spendere soldi potrebbe avere valore terapeutico. Perché non è vero che solo le donne usano lo shopping come terapia quando gli orizzonti della vita cominciano a curvarsi o avvertono sopraggiungere la felicità delle pietre. Di diverso le donne hanno la caparbietà dello shopping, la forza del setaccio compulsivo, l’infinita pazienza nel permutare qualsiasi capo d’abbigliamento di ogni singolo negozio. Quando una o più donne – se assieme aumentano in progressione geometrica la loro forza d’urto – sono in piena caccia d’acquisti spariscono improvvisamente tutte le fastidiose complicanze dovute alle mestruazioni, il dolore ai piedi dato da un tacco 12 e le improvvise  emicranie che quasi ogni sera – verso le 23 – compaiono improvvisamente, al buio della camera da letto. Le buone intenzioni maschili invece si infrangono davanti al primo parcheggio occupato. Gli uomini danno un occhiata a qualche paio di jeans di sfuggita prima di pensare che forse sarebbe meglio avere il beneplacito della propria donna, o addirittura darle la commissione tout court e non pensarci più.

Eppure quanto ho camminato durante i pomeriggi tristi, sbocconcellando tramezzini in qualche taverna dal gusto forte, guardando vetrine che mi rispecchiavano senza sapere se stavo guardando la vetrina o il mio riflesso, con la voglia che qualcuno dotato delle mie stesse impronte mentali mi venisse a battere due dita sulla spalla salutandomi. Mai successo. Abbiamo tutti dna ed impronte digitali diverse. Lo stesso succede con frequenze e voltaggi cerebrali. Io capto solo ronzii dalle persone; non ho quasi mai immagini nitide ad alta definizione. Mi sembrano tutti delle televisioni con il tubo catodico incrinato. Sono forgiato in PAL dentro un mondo costituito da sistemi SECAM. Un disco in vinile all’interno dell’industria discografica piegata ai compact disc. Un compact disc sepolto dagli iPod. Vivo a 78 giri. Chi va a 45 non riesce a prendermi, e capisce ben poco di quello che esce dai miei amplificatori. Ho il passo da montagna, dei rapporti lunghi. Dunque meglio lasciar perdere, l’ho già inscatolata ed infiocchettata la mia vita; e non posso permettermi di veder distruggere una così bella confezione, costata anni di duro lavoro. In ogni caso è lunedì mattina e i negozi sono chiusi. Questa è l’ultima volta, mi dico. Poi, con un sorriso amaro, mi ricordo di aver detto così anche l’ultima volta.  Sempre meglio pensare che sia solo un ricordo di fluidi corporei e liquidi intimi. Vago come l’astronave di 2001 Odissea Nello Spazio, vaneggio come HAL9000. Sono il Maggiore Tom descritto così bene dal Sottile Duca Bianco. Due lattine di Pepsi-Cola, due pizzette ed il mio ristorante privato è pronto. Ci metto quattro minuti a spazzolare tutto, e vado anche sopra la mia media annuale dacchè trovo un inutile perdita di tempo ingurgitare solidi per sopravvivere. Se il risultato è la sopravvivenza fine a sé stessa tanto vale ingerire il più velocemente possibile. Poi, torni alle tue occupazioni primarie, qualsiasi esse siano. Di Monroe non avevo nome, numero di telefono, indirizzo. Non sapevo nulla. Eppure ero entrato dentro di lei. La vita è un rebus dalle mille soluzioni. Tutte sfuocate. Leggermente, ma cominciava a mancarmi. Reazioni emotive facilmente spiegabili da qualsiasi persona che abbia una certa dimestichezza con il mondo della psiche. Eppure quel taglio di capelli, quella bocca troppo grande e carnosa, quelle mani e quei risolini mi sono balenati davanti agli occhi per tutta la settimana.

Il venerdì sera è un piacere ed una felice distrazione accogliere Giulio ed Elena per uno scambio di dvd e un amaro a casa mia. Elena è una cara amica, nonché una delle pochissime donne ammesse al Sancta Sanctorum del bar di Luigi, e questo basta a certificarne lo spessore. Chiacchiere di nullo conto, un amaro diventato ben presto trino e una telefonata a Lino per chiedergli se vuole raggiungerci; una serata finalmente tranquilla. Almeno fino a quando lo squillo improvviso del campanello irrompe come un maglio ferrato.

“Vai tu Elena, per favore, sono al telefono con Lino” urlo mentre sto cercando da almeno dieci minuti di annodarmi una cravatta tra una bestemmia e l’altra. Nemmeno venti secondi dopo una rabbuiata Elena mi fa espliciti segni di chiudere la conversazione.

“Cazzo c’è?” chiedo, ignaro di cotanta agitazione, sbattendo il telefono e farfugliando Dio sa cosa al Lino, mogio ed impossibilitato ad uscire causa febbre.

“Senti, non so che storie hai in piedi, ma non voglio entrarci, va bene? C’era una bionda giù, e quando mi ha visto ha tirato una manata al cancello urlando stronzo! e risalendo in macchina…Io non so cosa abbia pensato, ma è meglio che le avventure tu le conduca con chiarezza; non mi va di pigliarmi qualche sberla. Non mi va di avere amici che passano per stronzi. Meglio se vado, ci vediamo al bar più tardi…Magari”.

Come sarebbe a dire magari, siamo già al punto che è colpa mia? Ma adesso non è importante.

“Sei riuscita a vedere da che parte è andata?” chiedo con la speranza che anima i bambini.

“Non ho la minima idea, sono rientrata subito per avvisarti” mi risponde mentre chiude il cancello. Fumo una sigaretta a piedi nudi sulle fredde piastrelle del pianerottolo, accarezzo Beatrice che è sempre di vedetta, mi rivesto ed esco.

Stavolta percorro a piedi quel brevissimo tratto di strada fino al bar. Non posso dire che il passeggiare mi induca il buon umore, soprattutto in questo caso, certo è che mi rilassa alquanto. Al bar non mi riesce di pensare ad altro e trovo comica e paradossale tutta la situazione. Una donna con le palle, mi dico. E cerco con lo sguardo Lino, che sembra aver capito parecchie cose oltre ad aver mandato a farsi fottere la febbre.

“…Bisognerebbe ritrovarla, ma i dati in nostro possesso sono esigui, nevvero?” mi fa Lino con una dolcezza che ha del sovrannaturale “cazzo, dove mi sono impantanato? Credevo che dopo la lunga e logorante storia che ho avuto non avrei mai potuto riuscire a concedermi così facilmente…Invece mi dispiace per ciò che è successo. E mi dispiace che mi dispiaccia. E in più sono anche un imbecille, ho passato la notte assieme ma non so né nome né dove abita; si può essere più cretini? Si può essere più cretini alla mia età?”.

“Domani sera io e te si fa una capatina in quel locale, adesso fatti un paio di giri di Southern Comfort”.

“Un’altra cosa ancora fratello…Sono vecchio?”

“Quando lo chiedi, senz’altro”.

Il venerdì sera è comunque andato, bruciato. E non dovremmo permettere di scialacquare così i nostri week end, visto quel che costano in termini di energie ed aspettative. Lavorare quaranta ore alla settimana rimanendo in vita soltanto per queste due nottate e poi gettarle alle ortiche mi sembra una cosa veramente anti economica. Io i tipi così apatici li disprezzerei con tutto il cuore. Lo farei sicuro, se non fossi così anch’io. Nemmeno una corroborante bevuta con il solito giro di avventori mi risolleva da una leggera stizza che mi aleggia attorno. Si parla del più e del meno, come al solito: delle altalenanti prestazioni di qualche squadra di calcio intercambiabile alla bisogna a patto non sia la Juventus, meglio se del campionato inglese; e di quelle del Milan (sono diventato fan del Milan dai tre goal di Pierino Prati nella finale di Coppa Campioni del 1969 contro l’Ajax); delle donne che lasciano la scia di profumo nelle nostre vite durante i week end (sono diventato fan delle donne dopo essermi sfiorato il pisello nel 1973), ci addentriamo in una inutile disquisizione su quale sia il tramezzino per eccellenza – vince al fotofinish tonno ed uova su mozzarella e pomodoro -, parliamo di droghe leggere, basket, storia del terzo Reich, sesso, e rimpiangiamo i vecchi juke box di una volta, quelli che sono stati sostituiti dai ventenni con la maglietta Datch che vogliono fare i dj perché hanno a casa una connessione veloce. Cazzo, un Wurlitzer sostituito da qualche brufoloso segaiolo che passa le notti su iTunes a fare bulimia sonora. Un sacrilegio, in pratica, o forse soltanto un segno dei tempi.

Elena mi guarda preoccupata a intervalli regolari e vorrebbe capire se si è trovata in mezzo a qualcosa di importante. Fa strani cenni a Lino, il quale li gira a Simone. Sembra abbiano un tizzone incandescente tra gli occhi e cerchino di passarselo velocemente. Forse si sentono in colpa loro malgrado. Forse è per questo che mi viene offerta l’ennesima birra della serata. Forse. Non mi piace la birra, la associo al colore grigio. Se l’acqua e le bibite analcoliche nella mia mente sono rigorosamente bianche, ed i super alcolici ovviamente neri la birra e il vino hanno quel gusto grigiastro e quel sapore plumbeo difficili da approcciare.

Il bar ha un’importante funzione in queste storie, soprattutto nei paesi di provincia dove riveste il ruolo di piccolo stadio, di palestra delle emozioni, di piccolo bordello di relazioni innocue, di verità cosmiche rivelate sotto effetto dell’alcool. Siamo ancora fermi agli anni sessanta e a un concetto di pace, amore e libertà che manco Gianni Minà si sognerebbe di riportare in vita. Ma è così. Al bar si è tutti amici, e lo senti tuo, solo tuo, come la squadra di calcio, la mamma mentre ti trascina al primo giorno di scuola ed il Rotary Club. E chi non si sente di condividere queste emozioni è un verme insensibile. Ci sono le gang dei bar, vecchi frequentatori con ampio potere decisionale, persone che smuovono masse e che hanno un implicito diritto di veto su qualsiasi questione o progetto venga a coinvolgere la loro potenza. Al bar ci passano le notti, per accudirlo, per coccolarlo e per tenersi compagnia a vicenda. Gente dal cuore impietrito ma grande così. Con il parcheggio rigorosamente prestabilito, manco ci fossero vincoli condominiali da osservare, e la sedia prenotata da generazioni. Loro fanno il bar. Ed il bar li completa in osmosi. E ci sono vari bar: quelli degli yuppies che lasciano il conto aperto, il SUV parcheggiato davanti alla porta e che vanno spesso in bagno a darsi una bianca botta di vita. Quelli delle cariatidi, vecchi giocatori di carte, esperti e grandi bevitori, magari gente dal passato scomodo. Quelli dei ragazzini con le felpe, l’orecchino ed i capelli corti. Quelli che vorrebbero essere pseudo pub e vengono frequentati da persone che vorrebbero essere tali. Il ‘nostro’ è anarcoide, frequentato da tutte le suddette classi sociali, refugium pecatorum di parecchie anime in crisi, ex tossici, gente dalla fedina penale non proprio intonsa, ma anche da adolescenti di buona grana, indi per cui ha un grado di purezza abbastanza elevato. Eccetto il martedì sera, quando offriamo asilo politico a dei giovani ma eleganti sfigati che passano il loro tempo a giocare a carte senza consumare null’altro che un caffè. Sono ospiti, lo sanno. Sono più giovani, lo sanno. Sono anche più carini di noi. E sanno anche questo. Ma noi abbiamo il carisma. E sappiamo che anche loro lo sanno. E’ un bar in via d’estinzione questo, sostituito da nuovi ritrovi che stanno nascendo come funghi; quelli arredati in maniera informale, con i baristi che giocano a fare i simpatici a tutti i costi, estraendo dal cilindro costosissimi cocktail esotici, e con le bariste che paiono modelle incartapecorite, costruite in serie: (alte, more, bruciate dalle lampade, capelli lunghi, ombelico scoperto). Non so quanto potrà resistere Luigi tra queste quattro mura scrostate, con un bancone degli anni settanta e la decadenza dell’arredamento sempre più netta. Negli ultimi tempi ha perso il giro mattutino, quello delle signore pronte per la brioche o dei vecchietti bramosi di un bicchiere di vino bianco. Li ha persi di colpo, da un giorno all’altro, ovvero da quando – a poche vie di distanza – hanno aperto un nuovo localino luccicante e modaiolo, dove un caffè costa dieci centesimi e più e dove a pranzo propongono cucina informale, se solo qualcuno si prendesse la briga di spiegarmi cosa significa. Lo so, sono consapevole che il bar di Luigi sia brutto e poco accogliente, ma io vivo quei pochi metri quadrati come se fossero l’ambasciata del mio paese in una nazione straniera. E lì dentro divento un diplomatico. Certe volte si ha bisogno di una donna, magari solo per parlare del tempo. Lo so che non posso affermare di essere innamorato, che è solo una reazione agli ultimi sconvolgimenti metabolico/climatici che ha avuto la mia vita affettiva, che – probabilmente – sono ancora legato alle rocciose e dure spalle di Kornelia Ender e che il solo fatto di non riuscire a chiamarla per nome dovrebbe essere un sintomo probatorio. Non aiuta il fatto che, a intervalli regolari, tutti mi chiedano dettagli riguardo la famosa bionda di una settimana fa: ma è venuta a casa tua? C’è qualcosa o è stata un’avventura? Come si chiama? Sono un gentiluomo e non lo so. A casa passo la notte avvolto in un sonno agitato ed incostante, in un sudario di pensieri contradditori. Sono la Sacra Sindone dell’indecisione. Credo che le birre ed i Southern Comfort della serata influiscano non poco sulla mia lucidità. Non dovrei sentirmi così esposto alle intemperie di una relazione durata centoventi minuti, supplementari compresi, eppure mi sento fortemente attratto, forse proprio perché pare un tiro alla fune. Non vedo l’ora che giunga il sabato notte, che Lino mi accompagni al locale; non vedo l’ora di spiegarle tutto e scoprire chi erano quei…come si chiamavano…Tin Tin?.

Un Dylan sussurra ad un volume appena percettibile chissà da quanto, smorzo la luce e fumo una sigaretta dopo l’altra.

Vorrei rimanere così per eoni.

 

 

Un Consiglio

http://ilmiolibro.kataweb.it/libro/narrativa/42120/pimlico/

 

Tre Parole

“La disco music mi è piaciuta fin dall’inizio. Ci si è lamentati del suo ritmo costante e identico…E’ esattamente ciò che si è già detto a proposito di Little Richards e Fats Domino” (John Lennon)

Se avete paura della solitudine, non sposatevi” (Anton Cechov)

“Vorrei passare tutta la vita con una dea irrazionale e sospettosa, con un assaggio di gelosia furibonda come contorno, e una bottiglia di vino che abbia il tuo sapore e un bicchiere che non sia mai vuoto…” (Peter Mayle)

Dieci Suoni

The Chameleons Script Of The Bridge 1983

Scritti Politti Cupid & Psyche 85 1985

Momus The Poison Boyfriend 1987

Five Or Six Polar Exposure 1981

Deee-Lite World Clique 1990

Mink De Ville Cabretta 1977

Bis The New Transistor Heroes 1997

Icicle Works The Icicle Works 1984

Silver World Against World 2006

One Dove Morning Dove White 1993

 

[Trovate i capitoli precedenti qui: Capitolo 1Capitolo 2Capitolo 3Capitolo 4Capitolo 5Capitolo 6Capitolo 7Capitolo 8Capitolo 9, Capitolo 10]

Autore: Michele Benetello

Ex un po’ di tutto, vivo da participio passato in mezzo a un gruppo funzionale costituito da due atomi di carbonio legati tra loro con un doppio legame, e tre atomi di idrogeno derivato dall’etene (etilene) per perdita di un idrogeno. Si chiama vinile. Mi piacciono le conchiglie, i cani, l’inverno e Cindy Crawford. Se rinasco vorrei essere Johnny Dean nell’esatto istante in cui indossa la giacca da ussaro a Top of The Pops. Per ora mi accontento.

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