The Lobster

Il film vincitore del Gran Premio della Giuria all’ultimo festival di Cannes è di un regista greco, Yorgos Lanthimos, idolo dei cinefili già da qualche anno e massimo rappresentante di un recente filone del cinema greco, che ultimamente ha stupito le giurie dei festival con una miscela inquietante, e a volte irritante, di violenza, cinismo, situazioni al limite, surrealtà, distopìa.

Proprio in un futuro distopico si svolge la trama di The Lobster, un futuro non troppo distante in cui la società non ammette l’esistenza dei single: quando due persone si lasciano sono costrette quindi a trasferirsi in strutture apposite, in forma di alberghi, ove hanno a disposizione 45 giorni per trovare un nuovo compagno o compagna, pena la trasformazione in un animale a loro scelta, da cui il titolo del film, l’aragosta, scelto dal protagonista.

Naturalmente, come in ogni tipo di società sorretta da regole molto rigide (inutile fare esempi, basta guardarsi intorno), esistono gruppi di dissidenti, qui chiamati i “solitari”, i quali non solo contestano la regola dell’accoppiamento forzato, ma impongono a coloro che si uniscono alla lotta il divieto di innamorarsi.

In questo contesto vediamo agire il nostro protagonista, interpretato da un convincente Colin Farrell, che costruisce un personaggio piuttosto laconico e rassegnato al suo destino, il che non gli impedisce però di sperimentare tutte le possibili alternative, fino al grande dubbio finale che non anticiperemo certo in questa sede.

Quello che colpisce nel film, come in un precedente film di Lanthimos, Dogtooth (Kynodontas) che ha avuto una piccola distribuzione in Italia, è la semplicità con cui il regista rende le situazioni descritte come perfettamente normali, senza bisogno di effetti speciali per convincere lo spettatore, ma semplicemente adottando un linguaggio filmico freddo e distaccato ed un espediente nella recitazione dei suoi attori che li porta ad eliminare completamente lo stupore e la meraviglia, dalla gamma dei sentimenti a disposizione dei personaggi.

Nel precedente Dogtooth, ad esempio, una coppia di ricchi genitori decide che i loro tre figli debbano vivere segregati dal resto del mondo per non essere contaminati dalle sue brutture, col risultato che i tre, più che adolescenti, temono di abbandonare la casa per paura di morire, come i genitori gli hanno raccontato, e non hanno alcuna idea di quello che accade all’esterno.

La cosa interessante è il fatto che i ragazzi non hanno un nome, perché non gli occorre, ed il linguaggio adottato per descrivere gli oggetti è completamente inventato dai genitori per nascondere la realtà, per esempio un aeroplano per loro è un piccolo giocattolo volante e gli zombie sono dei piccoli fiori gialli.

Sembra che il regista, anche sceneggiatore, voglia ottenere con i suoi film una sorta di studio scientifico sulla natura umana e sulle nostre abitudini comportamentali adottando una prospettiva completamente nuova, in grado di cogliere nuove sfumature, di registrare nuove reazioni, o comunque reazioni umane che non abbiamo mai pensato possibili, facendolo apparire come un logico sviluppo narrativo.

E’ il classico meccanismo del “what if…”, “e se..” (e se l’uomo potesse volare…, e se la notte durasse 3 mesi…, e se i politici fossero persone oneste…), molto utilizzato dagli autori di romanzi fantasy e di fantascienza per descrivere realtà possibili e mondi immaginari.

Ma Lanthimos lo utilizza al meglio per raccontare delle realtà solo “leggermente” distorte: in fondo i single non sono trattati benissimo nemmeno nella vita reale, specie dai legislatori fiscali, per cui non è difficile immergersi nelle situazioni descritte e chiederci cosa faremmo noi al posto dei protagonisti, che in questo film hanno peraltro i volti noti di star quali, oltre a Farrell, Rachel Weisz, Lea Seidoux, la nuova Bond-girl, e il grande caratterista John C. Reilly, così familiari da farci immedesimare volentieri.

La condivisione o meno delle scelte dei protagonisti del film ci consente di utilizzare in maniera interessante lo strumento del cambio di prospettiva, che ricordiamo essere uno degli strumenti più preziosi e funzionali per risolvere situazioni difficili, e per affrontare problemi che a prima vista appaiono insormontabili.

La visione di questo film ci suggerisce anche che immaginare noi stessi in una situazione limite, o totalmente assurda o solo leggermente dissonante, ci può aiutare fornendoci indicazioni in più sulla nostra personalità, i nostri istinti, i nostri limiti, o, anche meglio, le nostre possibilità, i nostri punti di forza.

Potrebbe anche risultare irritante o disturbante, specie nel momento di non condivisione delle scelte fatte dai protagonisti, ma non c’è dubbio che il film riesca a spostare l’attenzione su quesiti non ancora affrontati che riguardano lo sviluppo della società attuale e una possibile evoluzione della natura umana in conseguenza delle direzioni che prenderà questo sviluppo.

Naturalmente il regista non si spinge a risolvere questi dubbi fornendo possibili soluzioni, ma questa è, a mio parere, la caratteristica del miglior cinema.

Un appunto finale sull’espediente della trasformazione in animale in caso di mancato accoppiamento. Tutti i personaggi nel film tendono a scegliere un animale sulla base di caratteristiche fisiche, forza, longevità, dieta alimentare e così via. La scelta dell’animale non viene quindi usata banalmente per suggerire qualche facile dettaglio psicologico.
Vedrete però che sarà impossibile non pensare a quale animale sceglieremmo noi al posto dei protagonisti: consiglio quindi di abbandonarsi sinceramente al gioco della scelta, nella maniera più sincera possibile, per provare a sorprenderci da soli.

Io, ad esempio, ho scelto, senza alcun dubbio, il fenicottero rosa (pink flamingo), e per un solo semplice motivo: è l’animale più delizioso che viva su questa terra.

Autore: Gianfranco Taino

Ho un lato razionale e pragmatico che si manifesta nella facilità a lavorare con i numeri, nel tenere i conti e nell’essere preciso e affidabile, e una forte vena creativa che mi ha permesso di lavorare come consulente musicale per sfilate ed eventi, come giornalista e come deejay.

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