L’Inverno stava arrivando: la saggezza de Il Trono di Spade

L’Inverno stava arrivando e non eravamo pronti. Ho pensato questa volta di parlare della saggezza de Il Trono di Spade, della pandemia e dell’insegnamento di 4 personaggi della serie in particolare. Per chi non lo ha ancora visto, attenzione: spoiler!

Durante il lockdown, mentre Covid 19 interveniva a dimostrare plasticamente che non possiamo avere tutto sotto controllo, mentre spazi di silenzio modificavano in modo irreversibile la nostra welthanschauung (concezione del mondo, della vita e della posizione in esso occupata dall’uomo ndr), ho sentito il bisogno di lasciarmi rassicurare dalla quieta e raffinata eleganza di Downton Abbey e poi, esaurite nottetempo le 6 stagioni, sono passata al fanta-giudiziario The Good Wife, che ad oggi sto rivedendo per la terza volta (alcuni personaggi secondari sono assolutamente strepitosi). Ma soprattutto sono stata catturata dal fascino prepotente e molto pragmatico de Il Trono di Spade.

Ho iniziato a guardare le otto stagioni de Il Trono di Spade nell’autunno del 2019, attirata dalla sua ingombrante fama di serie di culto, con l’aspettativa di poter dedicare qualche giornata libera nei weekend a delle sedute intense e psichedeliche di binge-watching, in leggerezza.

Nessuna leggerezza: l’inizio è stato a dir poco traumatico, la brutalità nuda e cruenta delle prime puntate, pur essendo io diplomata sul campo in splatterologia, non ha suscitato nessun colpo di fulmine. Ricordo la pessima impressione di quella prima visione, un mero valore di estetica da kolossal televisivo di poco spessore, una futile bidimensionalità esemplificata soprattutto in quelli che, sin da principio, sembravano essere i due personaggi su cui l’intera saga sarebbe andata a parare, Daenerys Targaryen e Jon Snow, che, a onor del vero, ancora oggi non considero assolutamente tra i più significativi caratteri di questa serie corale.

Sentivo però che qualcosa di interessante mi stava sfuggendo: decretato il lockdown ho seguito il mio istinto e ho scelto questa serie come compagna, ricominciando tutto da capo. E, questa volta, era decisamente il momento giusto.

I miei neuroni specchio hanno vissuto con potenza l’esperienza: ho trovato nei 73 episodi della serie una enorme ricchezza di percorsi di cambiamento e una metafora di pandemia impressionante e coerente, una quantità di spunti di riflessione, di temi da approfondire, di saggezza e di stimoli.

Il Trono di Spade è l’I-Ching, è Sun Tzu, è Plutarco. Ne Il Trono di Spade c’è tutto, ma davvero tutto: ci sono le battaglie epiche come le schermaglie verbali intriganti, ci sono storie d’amore romantiche indimenticabili (e tragiche) come meravigliose storie d’amore militare, cavalleresco; c’è l’epica familiare in tutte le sue più complicate sfaccettature, il figlio preferito ed il figlio ripudiato e abbiamo la possibilità rara di amarli entrambi perché entrambi, come nella realtà, non sono o bianchi o neri ma hanno infinite sfumature di luce e di buio.

Le chiavi di lettura di un’opera così imponente e complessa sono molteplici, ogni personaggio è squisitamente tridimensionale, protagonista di un arco narrativo solido, mai banale, dove i traumi e le relazioni, proprio come nel mondo reale, sono propulsori di crescita e di evoluzione. Ne Il Trono di Spade ogni personaggio è sempre, a mio parere, portatore di messaggi e spesso di insegnamenti che hanno a che fare con valori universali, che sono punti di vista sul mondo.

Il Trono di Spade ci dà una chiave di lettura del nostro pensiero pre-pandemia. Pensavamo di essere invulnerabili, ignoravamo pervicacemente le fragilità dei sistemi che avevamo costruito e le nostre fragilità individuali: nella serie le certezze vengono sistematicamente smontate e l’arroganza severamente punita, le mutilazioni (in questi casi non metaforiche), precipitano il personaggio (Jaime o Theon) in un vortice drammatico che conduce ad espiazione e a riscatti eroici fondamentali.

Nella serie è la Morte a dare davvero il via alla storia, è un’esplosione, una diaspora, un evento entropico e traumatico, privo di logica politica: l’esecuzione di Eddard Stark, il patriarca di Casa Stark, che centrifuga le parabole narrative dei suoi 5 figli più due “affetti stabili” (Robb, Sansa, Arya, Bran, Rickon e poi Jon Snow, il Bastardo del Nord, e Theon Greyjoy).

In un attimo cambia tutto, e lo sanno bene quelli che si sono trovati a perdere improvvisamente un genitore, una delle esperienze più tragiche e trasformative che la vita ci possa mettere davanti: nessuno di noi è arrivato a questo inaspettato appuntamento preparato come la situazione avrebbe richiesto, come avrebbe voluto, con tutte le cose “dette” a puntino, senza rimpianti o senza rimorsi, e nulla dopo è stato più come prima.

Mai come quando siamo stati toccati dalla precarietà della vita, e certamente la pandemia è uno di questi passaggi, abbiamo capito quanto fosse giunto il momento di prendere le redini della trasformazione e di accettare la fine di un ciclo, di prenderci sulle spalle l’ineludibile peso del cambiamento, quello che ci rende umani, quello che conferisce spessore a un personaggio e che lo fa sporcare di vita reale.

Impossibile qui riassumere le otto stagioni di questa epica straordinaria, perciò arriviamo al dunque, arriviamo all’ottava e ultima stagione. I nostri eroi, per lo meno tutti quelli che non sono ancora stati brutalmente trucidati, si riuniscono a Grande Inverno, l’ultimo avamposto dei vivi, per combattere insieme l’armata dei morti del Re della Notte.

È la guerra contro un nemico comune che li porta a dimenticare i passati rancori per lo spazio di un’epica notte di battaglia, che li cambierà per sempre. Durante il lockdown ho letto almeno tre articoli diversi sull’utilizzo di metafore e di gergo militare e bellico utilizzato dai leader mondiali per riferirsi all’emergenza in corso, gestita come una guerra sanitaria ed economica e, proprio mentre sto scrivendo, giunge la notizia che sono stati già raccolti dalla Commissione Europea 7 miliardi e 400 milioni da tutto il mondo per vincere la crisi e per trovare un vaccino. Ad oggi non hanno contribuito Stati Uniti e Russia: questo ne Il Trono di Spade costa davvero caro, è la scelta di Cersei che tradisce gli alleati, sceglie di non prendere parte alla battaglia comune e pone le basi per la sua fine ingloriosa, causata dallo stare dalla parte sbagliata della storia. Questo nella nostra realtà di certo non accadrà, ma credo ci sia comunque la forte sensazione che sia profondamente sbagliato non voler cooperare, essere divisivi: come ci ricorda Renly Baratheon, uno dei pretendenti al trono a scomparire per primo, “Un uomo senza amici è un uomo senza potere”.

Sono quattro i personaggi de Il Trono di Spade che ho ritenuto più interessanti e significativi. Ve li propongo.

Tryion Lannister

Tyrion Lannister: il Folletto, il figlio odiato di Casa Lannister. Certamente una scelta scontata: a chi non è piaciuta l’arguzia, a tratti greve, di Tyrion il nano? Direi che l’amore è giustificato sin dai primi episodi della serie. È di Tyrion la saggezza della battuta (dialogo con Jon Snow, il bastardo di Casa Stark) “Rammenta sempre chi sei. Gli altri lo faranno. Fanne la tua armatura e non potrà essere usata contro di te”. Lo trovo un ottimo suggerimento per tutti coloro che cerchino un modo per fare delle proprie debolezze dei punti di forza. E che dire di “Mio fratello ha l’armatura e io ho la mia mente, e la mente dipende dai libri quanto la spada dall’affilatura”?

Avrò certamente bisogno spesso di ricordare, per dirla con le parole di Tyrion, che “In sella ad un cavallo si è alti come gli altri”.

Arya Stark

Nel mondo de Il Trono di Spade l’evoluzione di Arya è l’educazione di un’assassina, ma che cosa potremmo trarre noi dal suo arco narrativo? Arya non vuole diventare una Lady, Arya riceve in regalo la sua prima piccola spada e prende lezioni di “danza” dal maestro Syrio Forel (“Se pensi ai tuoi problemi mentre combatti avrai più problemi”). Arya sa sin da subito che cosa vuole e alla fine lo ottiene. Arya si conquista sul campo il diritto ad essere se stessa e a volere ciò che vuole: impara prestissimo che niente è facile e nulla è gratuito, ma supera ogni prova con la motivazione fortissima che le dà la lista dei suoi nemici da uccidere. È nella ripetizione continua della sua lista che trova il forte senso della direzione. Che cosa vogliamo ricordare di Arya? È capace di assumersi le responsabilità che derivano dalla sue scelte (“Chi pronuncia la sentenza deve eseguirla”, come insegna suo padre Eddard). Ho amato il momento in cui trova finalmente se stessa (“Una ragazza è Arya Stark di Grande Inverno e sto tornando a casa”) e la sua fedeltà al compito e alla famiglia (”Il lupo solitario muore, ma il branco sopravvive”).

Jaime Lannister

Lo Sterminatore di Re, “il più stupido dei Lannister”. Jaime è bello, è ricco ed è un Cavaliere. Ed è apparentemente superficiale e senza scrupoli perché in fondo a che gli servirebbe la profondità? Ma Jaime viene fatto prigioniero ed è attraverso una mutilazione, la perdita della sua mano destra, quella che faceva di lui un abile combattente, quella che era il suo punto di forza e una componente essenziale della sua identità, che si apre il suo viaggio di crescita ed iniziamo davvero ad amarlo e, probabilmente, inizia ad amarsi pure lui. Jaime senza la sua mano non ha più difese né alibi, si vede finalmente per ciò che è, si unisce all’esercito dei vivi da solo e con un ruolo da gregario, perché è un Cavaliere e ha dato la sua parola. Jaime accetta il destino che si è costruito (“Noi non possiamo scegliere chi amare”) e, secondo me, il suo ritorno a casa è davvero l’unico possibile: anche se l’avremmo sperato diverso, è in ogni caso un ritorno che lo riscatta.

Brienne di Tarth

“Brienne la bella”, per quelli che la vogliano canzonare. Ho amato tantissimo questo personaggio. È alta e sgraziata ma è una guerriera formidabile. È il personaggio più coerente, quello che davvero è se stesso dall’inizio alla fine, non sembra avere grande bisogno di cercarsi, non sembra avere infinite sfumature come gli altri ma comunque una profonda sensibilità e tenerezza. Brienne è quella a cui più ritengo appartenga una delle battute più significative della serie, nemmeno sua e certamente non rivolta a lei: “Un leone non dà mai peso alle opinioni di una capra” (Tywin Lannister, s1ep7). Brienne è il Valore cavalleresco nella sua essenza più pura. È la Determinazione ed è la donna che si afferma in un mondo e in un ruolo che non sono destinati a lei. Commento con una battuta non sua (di Petyr Baelish, un cattivo vero, il più infido della serie): “Se ammettiamo ciò che siamo, otterremo ciò che vogliamo”. Ma, naturalmente, per arrivare a questo spesso ci vuole il coraggio di Brienne di Tarth.

Mentre chiudo questo articolo mi accorgo che qui giù, nel mio cortile, i cantieri sono riaperti. C’è un rumore a cui avevo perso l’abitudine. Scopro con un sorriso che non mi piace e che non mi è mancato ma è comunque il segno, in questa giornata di sole, che la primavera sta arrivando.

Arya Stark direbbe “Valar Morghulis”, cioè “Tutti gli uomini devono morire”.

La risposta è “Valar Dohaeris”, “Tutti gli uomini devono servire”.

Buona Primavera a tutti.

Autore: Sabrina Corsini

Nata a Torino nel 1971, è un caparbio Ariete e si vede subito. Juventina dalla nascita, in orario diurno è Promotore Finanziario, nottetempo e nei weekend frequenta Accademia della Felicità e studia per iniziare il tirocinio da Money Coach. Ama leggere in modo compulsivo ed onnivoro ed i libri sono il suo oggetto totemico: in questo periodo sta godendosi Joe R. Lansdale e Christopher Moore. Le piacciono i film con le astronavi, i draghi ed i supereroi perché in fondo è una creatura semplice: da grande diventerà un cavaliere Jedi.

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