Lettera aperta a Levante

Questa è una lettera aperta a Levante (ovvero su cosa penso debba essere un maestro e su come anche XFactor possa essere uno strumento educativo).

La settimana scorsa ho visto XFactor, come faccio oramai negli ultimi 11 anni. Non riesco a smettere, in realtà forse non ci ho neppure provato. Quell’appuntamento settimanale che mi accompagna per quasi tre mesi, mi mette di buon umore e mi permette spesso di ascoltare spunti di riflessioni interessanti e scoprire qualcosa di nuovo (ad esempio non avrei mai pensato che Manuel Agnelli fosse così simpatico; bravo lo sapevo, ma simpatico non me lo immaginavo).

Ecco, mentre ascoltavo cosa Levante diceva alla sua concorrente Rita Bellanza, quelle parole hanno fatto suonare in me un campanello, mi sono rimaste in testa tutta la sera e anche la mattina dopo continuavano a farmi il solletico nel cervello.
Rita è stata data come vincitrice di questa edizione praticamente dal primo provino; una definizione pesante da sostenere. Ha commosso tutti durante le varie fasi di selezione, eppure da quando sono iniziati i live si è sgonfiata, non so spiegare bene il perché. Sembra meno credibile, meno presente, sicuramente meno intensa.

Il suo giudice continua giustamente a difenderla e cerca di spronarla e nella scorsa puntata, mentre le raccontava il brano che le avrebbe assegnato, le ha detto queste parole: “lavoriamo su un mondo che è tuo, capito, un mondo che ti fa sentire al sicuro”. E sono esattamente queste le parole che continuano a ronzarmi in testa come una fastidiosa zanzara.

Un mondo che ti fa sentire al sicuro.
Sentire al sicuro.
Forse l’errore è tutto qui: far sentire al sicuro.

Se partiamo dall’idea che un maestro ci debba insegnare qualcosa di nuovo e ci debba fare crescere, come possiamo pensare di migliorare senza prenderci nessun rischio? Quali sono le condizioni necessarie all’apprendimento? Possiamo sperare di cambiare qualcosa di noi stando al sicuro?
Ecco io penso di no.

Non voglio dire che per lavorare su noi stessi, sia in termini di conoscenze che di crescita personale, sia necessario esporsi a dei pericoli, compiere azioni imprudenti e andare chissà dove. Non penso che il concetto di rischio, così come quello di sicurezza, siano concetti geografici, legati a luoghi e neppure ad azioni specifiche.
Nella ricchezza di umanità che ho avuto la fortuna di incontrare ho scoperto che ognuno ha timore e si sente a proprio agio in situazioni completamente differenti.
Prendete me e la Ferragni. Ecco, la nostra reazione davanti a un obiettivo è opposta: io divento rigida e tento la fuga a piccoli e invisibili passetti, lei no. Io non so come reagirebbe Chiara se le si chiedesse di giocare assieme a 10 bambini di 5 anni per 2 ore; io di sicuro sarei perfettamente a mio agio e sorprendetemente ho scoperto che non tutti reagirebbero così.

Questo giusto per farvi capire (oltre a uno dei motivi della differenza di capitale mio e della Ferragni) che non è tanto un’azione specifica o un luogo geografico che definiscono il concetto di cosa sia sicuro, ma quanto piuttosto è la nostra singolare reazione agli avvenimenti della vita che ci fa capire dove ci sentiamo a nostro agio e dove iniziamo ad avvertire quel leggero formicolio alla nuca.

Il mio spazio di sicurezza è solo mio e di nessun altro, è come la mia impronta digitale, il mio Dna. La buona notizia è che a differenza dell’impronta e del Dna è modificabile.

Ma come posso imparare qualcosa di nuovo rimanendo nel conosciuto? Non è di per sé una contraddizione in termini: cerco di crescere, di scoprire novità su di me e sul mondo, eppure lo voglio fare senza addentrarmi oltre ciò che so?

Ripeto, non è un movimento per forza orizzontale, non è necessario spostarsi. Può essere anche un movimento verticale: possiamo ampliare la nostra conoscenza rimanendo a letto, avendo il coraggio di addentrarci in zone di noi che non ci piace frequentare, facendo una telefonata difficile dal nostro divano, cucinando, leggendo, ascoltando qualcosa che ci spinge fuori dal confortevole tepore delle nostre sicurezze.

Ecco io penso che un maestro debba fare questo; spingerci un po’ più in là, toglierci da quello spazio caldo e obbligarci a sperimentare altro. Il suo modo di farci sentire al sicuro è farci sapere che ci sarà se cadremo e che ce la possiamo fare; costruire un terreno morbido che può attutire eventuali cadute, legarci a un filo di sicurezza e poi spingerci fuori dal nido, anche con infinita dolcezza.

E questo è quello che dovremmo fare ogni volta che vogliamo stare meglio con noi stessi, ogni volta che vogliamo imparare qualcosa di nuovo. Non servono gesti estremi, basta un piccolo passo e per farlo abbiamo bisogno di sapere e di creare una rete di sicurezza che ci sosterrà anche se inciampiamo.
Ecco, forse Levante ha commesso questo errore: nella volontà di tutelare le sue concorrenti non le ha spinte fuori dal nido, nella volontà di protezione ha costruito un recinto, non ha permesso loro di esplorare spazi sconosciuti, anche di loro stesse. Ma per poterlo fare è necessario avere così tanta fiducia nei propri allievi da sapere che possono farcela e possono riprendersi anche se cadono.
Forse per spingere qualcuno o anche noi stessi fuori dal nido serve solo intuire che non abbiamo bisogno di ali robuste e di una conoscenza perfetta della tecnica di volo, ma che siamo abbastanza forti anche solo di planare.

di Vera Martinelli

Autore: Redazione

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