Come lasciare il posto fisso ed essere (consapevolmente) felici – Parte I

Il 6 settembre del 2017 è stato il giorno in cui ho deciso di scegliere per la mia vita. Ho scelto di lasciare un lavoro sicuro, a tempo indeterminato, come impiegata amministrativa in uno studio rinomato nel suo ambiente, gestito da distinti signori sabaudi dai modi impeccabili, con tredicesima, quattordicesima, ferie pagate e ticket restaurant, panettone a Natale e uovo di cioccolato a Pasqua. No, non avevo un nuovo lavoro che mi aspettava dietro l’angolo, un’offerta strepitosa di quelle che non puoi proprio rifiutare. E no, mio marito non ha uno stipendio da capogiro e la casa in cui viviamo non l’abbiamo ereditata (finiremo di pagarla nel 2041!). Non avevo, insomma, alcun elemento sensato – o, almeno, non nell’accezione comunemente riconosciuta dalla società – per rinunciare a un buon lavoro, col quale mi ero sistemata per la vita.

Cominciamo dall’inizio

Mi sono trasferita da Napoli a Torino alla fine del 2008, nella prima fase della cosiddetta grande recessione, con un tempismo perfetto: le grandi aziende avevano iniziato licenziamenti di massa e molte realtà lavorative più piccole dichiaravano fallimento. Eppure, ho trovato quasi subito un impiego in un call centre. Seguivo un corso di perfezionamento all’Università e quel part-time, per quanto non mi piacesse, era funzionale al mio obiettivo: frequentare il corso e avere uno stipendio con cui pagare affitto e bollette. Nel 2011, stufa dell’ennesimo contratto precario come operatrice telefonica, ero in cerca di un nuovo lavoro. A 35 anni sentivo il bisogno di una maggiore stabilità, sia economica sia contrattuale. Non stavo cercando qualcosa di specifico; con la mia laurea in lingue e un corso di perfezionamento come insegnante di italiano L2, non avevo particolari aspirazioni e forse neanche troppe pretese. Così, ho messo in giro la voce tra conoscenti vari (il famoso networking) e ho colto la prima occasione che mi è capitata a tiro, approdando in uno studio di consulenti in proprietà industriale. I primi due anni sono stati quasi piacevoli. Avere un lavoro da dipendente ha non pochi lati positivi e, essendo in fase di formazione, avevo tante cose da imparare. Tutto sommato, le giornate passavano senza drammi né ansie. Parallelamente, più o meno nello stesso periodo, nella vita privata ho conosciuto l’uomo che mi avrebbe fatto capitolare, facendomi vincere la mia orticaria da matrimonio. Col senno di poi, mi sento di dire che in quel momento avevo una serie di elementi nella mia vita che mi distraevano dal farmi tutte le domande che erano lì e che mi ostinavo a ignorare.

Quando sono andata in crisi

Nel 2015 è successo il patatrac. Già da alcuni mesi sentivo che il lavoro cominciava a starmi stretto, ero spesso annoiata, vedevo disparità di trattamento da parte dei capi e avevo cominciato a guardarmi intorno. Mi sarebbe piaciuto mettermi in proprio, magari aprire un’attività, e avevo persino preso contatti con un’artigiana che aveva un progetto interessante, poi sfumato. Nello stesso momento in cui apprendevo che il progetto era andato a monte, la responsabile del mio reparto dava le dimissioni: meno di un mese di preavviso per fare un sommario passaggio di consegne e improvvisare un minimo di formazione a una nuova collega. Fino a quel momento, le mie mansioni non erano state di particolare responsabilità. Ma in quella situazione di emergenza, le responsabilità sono aumentate a dismisura. Ho fatto per quasi un anno una vita da pazzi, lavorando circa 12 ore al giorno, spesso pranzando davanti al pc, ma non mi lamentavo; anzi: mi piaceva la sensazione di sentirmi utile, quasi preziosa, e tutto quello stress mi faceva salire l’adrenalina. Ero drogata di lavoro ma non me ne accorgevo. Esiste un limite sottile e facilmente valicabile oltre il quale lo stress diventa tossico. E’ stato così che, senza rendermene conto, sono andata in burnout. Ero sempre molto stanca, passavo il weekend sdraiata a letto, apatica e senza slanci. Non avevo mai voglia di fare cose che in altri tempi avrei definito divertenti, non volevo incontrare le persone, qualunque cosa che non fosse di lavoro la facevo malvolentieri e trascinandomi sui gomiti. Insomma: un’ameba avrebbe avuto più vitalità di me. In più, avevo cominciato a manifestare sintomi fisici come acne da stress, ciclo sballato, aumento di peso. La cosa peggiore è che questa situazione non intaccava solo me ma pesava anche su chi mi stava accanto. Il mio matrimonio, soprattutto, era compromesso da questo status quo. Ricordo che per il mio compleanno mio marito mi aveva organizzato un weekend a sorpresa al mare e io mi sono arrabbiata: come aveva potuto pensare di disporre del mio tempo libero senza neanche consultarmi? Ero arrivata alla frutta.

Il punto di rottura e la svolta

Il problema era che anche al lavoro, al quale mi ero votata come fosse un oggetto di culto, le cose non andavano benissimo: nonostante le ore che passavo alla scrivania, avevo difficoltà a concentrarmi e, a causa della ripetitività di certe mansioni, avevo spesso i conati di vomito di fronte al pc. In questa situazione non proprio idilliaca ho avuto un barlume di lucidità e ho capito che, se avessi voluto salvarmi, avrei dovuto fare qualcosa. Ma cosa? L’unica opzione possibile mi sembrava un cambiamento di lavoro. Avrei voluto un ruolo più dinamico, più creativo ma non sapevo come e cosa cercare. E’ stato così che ho incontrato il coaching. Ero in cerca di risposte e smanettavo in rete leggendo articoli sulla crescita personale e sul cambiamento. E il coaching continuava a ritornare con strane coincidenze. Mi sono quindi decisa a contattare la job coach Danila Saba, sottoponendole il mio desiderio di cambiare lavoro. Del coaching mi ha colpito subito l’andare dritto al punto: stabilire un obiettivo e trovare nel presente le risorse per raggiungerlo. Con Danila abbiamo fatto un bilancio delle competenze e sistemato il curriculum. In particolare, lavorare sul mio curriculum, rivoluzionarlo da un punto di vista grafico e dare valore alle mie esperienze professionali e personali è stato il primo modo di prendermi cura di me. Sono comunque tornata da Danila scoraggiata; l’obiettivo impostato durante il coaching era di sfruttare la mia esperienza in ambito aziendale per trovare un part-time come impiegata amministrativa che mi consentisse di guadagnare tempo libero. Ero lì con un curriculum nuovo di zecca, che mi sembrava raccontasse con efficacia la mia storia lavorativa, e non riuscivo a inviarlo. Perché? Perché ero stufa di fare l’impiegata amministrativa, anche solo part-time. Di fronte a questa presa di coscienza, Danila mi ha fatto una di quelle domande che in coaching vengono definite powerful questions, domande potenti: se non avessi problemi economici e fossi sicura di non fallire, cosa ti piacerebbe fare, quale lavoro sceglieresti? A questa domanda, la mia mente si è annebbiata, ho sentito come un pugno nello stomaco. L’unica risposta possibile era non lo so. Non riuscivo infatti a visualizzarmi in un’ipotetica realtà professionale né a individuare in me passioni o talenti. D’improvviso mi ritrovavo a 40 anni a pormi domande considerate adolescenziali: chi sono io? Cosa desidero per la mia vita? Cosa voglio fare da grande? Mi sono percepita come scollata da me, dalla mia pancia, dalla mia essenza. Io, che fino a qual momento mi ero sempre ritenuta una persona in costante ricerca e crescita interiore, ho dovuto scontrarmi con un’amara verità: avevo lasciato che la mia parte razionale governasse la mia vita, prendesse il timone per navigare in acque basse e poco agitate. Che ne era stato della mia capacità di sognare, di desiderare, di sentire?

Il Master in Coaching

Guardando alla mia vita in quel preciso frangente, vedevo un accumulo di fallimenti. Le crepe e gli scricchiolii che si erano verificati negli anni avevano provocato una frattura, evidente e aperta, che mi chiedeva attenzione e che non potevo più ignorare. Avevo bisogno di un’azione simbolica che dichiarasse a me stessa che ero pronta ad ascoltarmi profondamente, a prendermi cura dei miei bisogni, a recuperare il contatto con il mio io primordiale. Era già da un po’ che bazzicavo sulla pagina Facebook di Accademia della Felicità in cerca di ispirazione e, ogni volta che leggevo la notizia del Master in Coaching, pensavo che un giorno mi sarebbe piaciuto farlo. Quando sono andata in pezzi, mi sono detta che il giorno giusto non sarebbe mai arrivato se non fossi stata io a deciderlo. Il giorno giusto è quello in cui decidiamo di camminare in direzione della nostra felicità. E ho deciso: mi sono iscritta al Master. Sono arrivata in aula senza troppa convinzione e con una certa diffidenza. Essendo introversa, non mi piacciono gli ambienti nuovi, ho difficoltà a relazionarmi con gli sconosciuti, tendo a scomparire, a diventare invisibile. E nemmeno questa volta è stato diverso; ho fatto una fatica terribile. Dopo i primi weekend di Master a Milano tornavo a casa interiormente devastata. Mi sembrava che i miei compagni fossero tutti più bravi, più intelligenti e più interessanti di me, mi davo addosso dicendomi che ancora una volta avevo fatto una scelta sbagliata, che ero inadeguata e senza speranze. La prima parte del Master è trasformativa: si lavora su di sé e sulla propria percezione di sé. Il percorso sull’autostima per me è stato il più difficile ed è tuttora in fieri. Tuttavia, i primi risultati non hanno tardato ad arrivare: i miei compagni di viaggio si sono dimostrati persone splendide. Molti di loro, infatti, mi hanno incoraggiato a tirar fuori le mie potenzialità sopite, si sono raccontati con generosità, condividendo storie personali, paure e criticità. Questo mi ha fatto sentire che ogni percorso ha avvallamenti e strade pianeggianti ma che, pur nella diversità, ciascuno di essi è meritevole di rispetto. Se era vero per gli altri, doveva valere anche per me. Ho cominciato a giudicarmi meno duramente, lasciando un po’ di spazio all’indulgenza che in precedenza avevo raramente riservato a me stessa.

[Continua…]

La storia di Giovanna continuerà nelle prossime settimane sul blog di Accademia della Felicità. Se però ti ha incuriosito e vuoi scoprire anche tu qualcosa in più sul Master in Coaching, ti invitiamo a consultare il nostro sito e a partecipare all’aperitivo di presentazione della prossima edizione, che si terrà il 16 novembre alle 19.30 in ADF. In quell’occasione risponderemo a tutte le tue domande e ti racconteremo che cosa succede durante questo percorso di formazione e crescita personale. Il Master è infatti adatto non solo a chi vuole diventare coach, ma anche a chi vuole affrontare in maniera approfondita diverse tematiche e raggiungere i propri obiettivi di vita e lavoro. Se vuoi partecipare scrivici una mail a info@accademiafelicita.it.

Giovanna Martiniello

Autore: Giovanna Martiniello

Ho l'inquietudine tipica di chi è vissuto a lungo su un suolo vulcanico. Vesto sempre di nero, così i miei accessori colorati risaltano meglio. Sono appassionata di handmade perché credo nel lavoro etico e nel valore di ogni singola persona. Sono in una relazione complicata con Mortifera, il mio darkside, di cui parlo in un blog autobiografico e un po' strampalato. Nel 2017 ho frequentato il Master in Coaching di Accademia della Felicità e al momento sono alle prese col tirocinio per diventare coach professionista.

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