In difesa degli estroversi

Oggi voglio difendere la categoria a cui appartengo auto-nominandomi paladina degli estroversi.

Gli estroversi sono coloro che per ricaricarsi hanno bisogno di circondarsi di altre persone e amano farlo.

La differenza fra estroversi e introversi sta proprio in questo: nel modo in cui si ricaricano e guadagnano energia. Gli estroversi tendono a prenderla dall’esterno, gli introversi dall’interno, dal proprio mondo interiore.

Questo comporta principalmente due cose: gli estroversi accusano fatica nella solitudine prolungata, gli introversi in una situazione sociale protratta nel tempo.

Ecco, io mi fermerei qua, perché tutto il resto è frutto di deduzioni.

Alle due categorie infatti sono state attribuite molte caratteristiche: di solito si pensa che un introverso sia anche timido, sensibile, riflessivo, empatico e di conseguenza l’estroverso sia socievole, distaccato, impulsivo, indifferente. Spesso associamo il concetto di leader a una personalità estroversa, e riteniamo un introverso incapace di parlare in pubblico. E sulla base di queste idee costruiamo un immaginario di stereotipi e, a volte, di pregiudizi.

Dato che per gli estroversi il movimento va dall’interno all’esterno, questi hanno bisogno di parlare per formulare un pensiero lineare. Per districare l’aggrovigliato filo di pensieri ed emozioni un estroverso ha bisogno di tirar fuori quel filo. Mi uso come esempio: in determinati momenti o situazioni mi capita di non capire molto bene come mi sento, qual è la mia opinione, come sto. È come in quell’esercizio in cui ti danno tutte le parole e a te tocca metterle in ordine, ecco io per metterle in ordine devo parlare. Ma questo non vuole dire che se non parlo auto-implodo o che ho sempre voglio di parlare. Può infatti capitare che in momento particolarmente ingarbugliato io non abbia la possibilità di comunicare con qualcuno, come faccio allora per gestire il caos di parole ed emozioni che sto vivendo? Semplicemente mi trovo ad allestire nella mia mente uno spazio, degli oggetti, un particolare tipo di luce, un rumore di sottofondo e a immaginarmi un interlocutore a cui do un volto, un nome e con cui inizio a parlare, a inscenare un vero e proprio dialogo con tanto di botta e risposta. Mi scopro così a gesticolare, fare smorfie e delle volte proprio a parlare da sola, a volte facendo anche tutte e due le parti. Ho trovato quindi una modalità che mi permette di aumentare il mio livello di consapevolezza anche in momenti di solitudine forzata (il che aiuta perché se ci fosse qualcuno a guardarmi potrebbero nascere forti dubbi sulla mia salute mentale).

Ma oltre alla capacità di adattamento, che in qualche modo rende meno netti i confini dei tipi psicologici, esiste anche la vita che è molto più complicata di un semplice schema e raramente si sviluppa in maniera lineare.

I concetti e la teoria dei tipi psicologici vennero introdotti da Jung negli Anni Venti e poi ripresi più volte nel corso della storia della psicologia, ma né Jung né gli altri utilizzavano questo strumento per dividere le persone in gruppi differenti ed etichettarli (a fare questo sono già bravi gli uomini da soli). Il loro obiettivo era quello di fornire sia degli strumenti che ci aiutassero nella comprensione dell’altro, sia dei confini dentro cui muoverci per capire meglio noi stessi e il perché delle nostre azioni, identificando paradossalmente modelli generali per facilitare la ricerca della nostra individualità.

Se usate in questo modo, le categorizzazioni sono uno strumento potente.

Ma quando si tende a definire qualcuno e soprattutto noi stessi in un determinato modo dobbiamo stare molto attenti alle motivazioni che ci spingono a farlo e fare ogni sforzo possibile per inserire questa definizione all’interno del quadro generale della persona tutta.

Quante volte siamo giunti a delle conclusioni basandoci solo su alcune informazioni personali? Quante volte ci siamo nascosti dietro un “sono fatto così”? Quante volte abbiamo precluso agli altri e a noi stessi la possibilità di un cambiamento, o del semplice riconoscimento di attitudini e caratteristiche perché in contrapposizione con altre che avevamo osservato? Quante volte non ci siamo permessi di vedere l’altro nella sua totalità, noi stessi nella nostra complessità, per un semplice pregiudizio?

Ecco, questo è il rischio enorme delle categorizzazioni.

Io oggi voglio rivendicare agli estroversi il diritto a essere timidi, empatici, gregari, riflessivi, interessati all’interiorità!

Vi starete chiedendo se manca una parola: perché non ho usato anche l’aggettivo sensibile?

Sensibile è una parola che ho smesso di usare da molto tempo, a mio avviso è una parola abusata. Non conosco nessuno che abbia detto: “Io non sono per nulla sensibile” (in realtà una persona che l’abbia detto la conosco ma non la conto perché invece lo è, solo che non lo sa). Questo perché tutti noi siamo sensibili a qualcosa.

Ma cosa vuol dire esattamente sensibile? A cosa o a chi dobbiamo essere sensibili per definirci tali?

Al di là delle definizioni tecniche per sensibile si intende generalmente qualcuno che ha una reazione emotiva di fronte a stimoli affettivi. Come se un individuo sano possa non avere una reazione emotiva!

Ne I Diari Intimi, Baudelaire scrive: “Non disprezzate la sensibilità di nessuno. La sensibilità è il genio di ciascuno di noi.”, sottintendendo che ognuno è sensibile, a suo modo e maniera, e che proprio nella modalità del tutto personale di reagire emotivamente a uno stimolo esterno sta il nostro genio.

Quindi un estroverso può essere un timidone empatico e riflessivo e un introverso un leader carismatico e razionale, ma sensibile no, quello lo siamo tutti. Per cui ogni volta che avete a che fare con qualcuno, ogni volta che vi trovate a riflettere su voi stessi, lasciate aperte molte possibilità anche contraddittorie e soprattutto siate gentili.

Vera Martinelli blog adf

Autore: Vera Martinelli

Credo nella precisione scientifica della pasticceria, nella mia amata Bologna, nell’epica dello sport, nella necessità di ozio, nei rossetti rossi, nei film francesi, in Cocò Chanel, nei fumetti di Little Nemo, nell’alchimia come sentiero di crescita personale, nell’importanza della musica inglese, nella ricerca continua, nei musical al cinema, nel cambiamento, nella supremazia felina, nei percorsi non lineari, nei whisk(e)y torbati, nella luce radente di Caravaggio, nell’ironia e nella leggerezza, in Gino Bartali, nell’assoluta perfezione di tutto ciò che a prima vista appare imperfetto, nella forza e nel suo lato oscuro, nell’almeno il 5% di buono presente in ciascun individuo, nella meditazione, nei passatelli in brodo, che la bellezza salverà il mondo, che la fantasia è un posto dove ci piove dentro e che la narrazione abbia un potere salvifico. Ho fatto molti lavori e alla fine ho capito che avevano tutti a che fare con le persone. Dopo anni di timori ho ammesso a me stessa che volevo che proprio le persone diventassero il mio lavoro. Sto cercando di diventare coach e mentre allevo due giovani padawan studio psicologia perché il sapere non ha mai fine.

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