Felicità, ti ho riconosciuta solo dal rumore che hai fatto andandotene

 

C’è un ricordo delle scuole superiori che torna periodicamente nella mia mente; è legato ad una giovane professoressa di filosofia che fece una supplenza di una settimana durante il mio quarto anno. L’insegnante si chiamava Monica G. e “La critica della ragion pura” di Kant non l’appassionava evidentemente un granché, poiché, invece di seguire il programma, per diverse lezioni parlammo di fidanzati e di felicità. La docenza era il suo primo incarico dopo la maternità e lei amava parlare della sua bambina e del marito, un gran bravo ragazzo, conosciuto dopo una storia tormentata con un Bastardissimo.

I Bastardissimi, nella semantica del mio gruppo di amiche, sono quegli uomini capaci di farti sentire una nullità, più abili di molti psicoterapeuti ad individuare tutti i punti deboli su cui dovresti lavorare, efficaci nel colpirti proprio lì, sadici, ma sempre sorridenti e pacati mentre ti feriscono.

Per la professoressa Monica c’erano due modi per essere felici: avere quello che vuoi o volere quello che hai. La frase finì dritta nel mio diario e, da lì, sul fianco del mio zaino Invicta. Nella mia mente di diciassettenne la prima opzione era naturalmente l’unica valida; volere quello che hai significava scegliere di accontentarsi.

Un paio di Bastardissimi dopo…

Un paio di bastardissimi dopo, e di molte altre vicende e questioni, sono ancora qui a ragionare e riflettere insieme alle mie clienti di tirocinio, su cosa serva per essere felici, o quantomeno serene. Nel frattempo, la citazione della mia insegnante è divenuta anche il titolo di un famoso volume di John Gray sul successo personale, il quale ha sostituito la “o” oppositiva tra le due affermazioni del titolo, con una “e”. La felicità si raggiunge quindi lottando per ciò che si desidera e riconoscendo il valore di ciò che già possediamo? Oggi comprendo che volere quello che hai non significa accontentarsi rispetto a ciò che si merita o si desidera, ma significa vivere nel qui e ora, riconoscere che il desiderio di avere di più non deve impedirci di vedere quello che già abbiamo di prezioso.

C’è da chiedersi: come si fa, concretamente, nella vita di tutti giorni, ad allenare la capacità di dare valore a ciò che già siamo e possediamo?

Vorrei sperimentare questa strada.

Far pace con l’incertezza

La capacità di convivere con l’incertezza ha un enorme valore pratico. Se la felicità coincidesse con l’assenza di fastidio o sofferenza sarebbe irraggiungibile, impossibile da coltivare, perché il turbamento e il malessere sono aspetti costituenti della vita. Anche i problemi più semplici, risolvibili, non sempre possono avere una risoluzione immediata e, fintantoché i problemi non possono essere superati, dobbiamo obbligatoriamente convivere con essi. L’incertezza ci provoca insofferenza, fastidio, irritazione, ma proprio perché si tratta solo di questo, di irritazione, possiamo imparare a sopportarla. A volte dobbiamo coesistere con problemi gravi, con esiti diagnostici che ci preoccupano e su cui dobbiamo attendere altri accertamenti, con condizioni dolorose nostre o dei nostri cari; possiamo trovare il coraggio per superare le grandi prove anche imparando a convivere serenamente con le piccole irritazioni della vita di tutti i giorni. C’è sempre qualcosa di migliorabile, di perfezionabile, ma è importante che l’aspetto che non ci soddisfa non dilaghi nella nostra vita, influenzando negativamente anche ciò che funziona e ci appaga.

Quante volte abbiamo rinunciato ad una piacevole serata a causa del malumore provocato da un problema non risolto in ufficio? Non è possibile vivere per compartimenti stagni, ma è davvero un piccolo esercizio di perseveranza e pazienza occuparsi della propria vita, stare in famiglia, lavorare, uscire con gli amici, leggere, quando tutto dentro di noi vorrebbe continuare a tormentarsi su un particolare.

Coltivare lo stupore e la bellezza dell’effimero

Quando pensiamo a tutte le cose che desideriamo, raramente pensiamo: più stupore e meraviglia. In realtà se padroneggiassimo la pratica dello stupore, come facevamo da bambini, saremmo indubbiamente più sereni e soddisfatti.

Lo stupore non appartiene come qualità alle cose che osserviamo, ma è nel modo di guardare, nel nostro sguardo, nella nostra apertura verso il mondo. Per coltivare la meraviglia bisogna imparare ad annoiarsi, a rallentare, ad osservare in modo concentrato e attento. Quando mia figlia di otto anni mi racconta un episodio accaduto a scuola, mi stupisce per la sua attenzione ad ogni dettaglio: le espressioni della maestra, il colore degli abiti che indossavano i compagni, l’odore che aleggiava nell’aula, i termini più divertenti delle conversazioni. Quando ci sforziamo di osservare in modo acuto e attento, abbiamo la possibilità di cogliere momenti significativi e, in quell’istante preciso, cogliamo la meraviglia dell’attimo, lo splendore dell’effimero e del transitorio. Posto che la vita è fatta di cose straordinarie, ma anche e soprattutto di molte piccole esperienze, attività e momenti che, sommati tutti insieme, compongono gran parte del nostro vivere, non è forse più saggio imparare a recuperare e gustare le piccole cose, piuttosto che vivere in attesa dei grandi eventi?

Smettere di desiderare e fermarsi a festeggiare!

Ci sono dei momenti in cui non serve desiderare altro: serve solo festeggiare il raggiungimento di un successo. Celebrare il buon lavoro che abbiamo svolto, l’obiettivo che abbiamo raggiunto, la relazione che abbiamo salvato, l’amicizia che abbiamo coltivato.

Quando raggiungiamo un obiettivo a cui tenevamo possiamo fermarci, soddisfatti e felici, congratularci con noi, condividere la gioia con le persone che amiamo. Concediamoci una pausa prima di desiderare qualcos’altro che ci possa soddisfare in modo ancora migliore.

La felicità è una maniera di vivere che va esercitata, anche cercando di perdonare sempre la vita, con le sue incertezze e precarietà. Vuoi esercitare la tua capacità di dare valore a ciò che già sei e possiedi? Inizia da questo esercizio!

  • Scrivi una cosa positiva sulla tua famiglia;
  • Scrivi una cosa positiva relativa alle tue finanze;
  • Scrivi una cosa che reputi positiva riguardo la tua casa, il tuo lavoro, la tua salute, i tuoi hobby, la tua auto, il tuo aspetto fisico, le tue amiche, i tuoi talenti e le tue qualità…

Felicità, ti voglio riconoscere qui e ora!

Felicità, ti ho riconosciuta solo dal rumore che hai fatto andandotene” è una frase del poeta e scrittore francese Raymond Radiguet

Barbara Mantovi

Autore: Barbara Mantovi

Sono nata e cresciuta a Reggio Emilia dove ho vissuto una selvaggia infanzia campagnola. Ho da sempre fame di storie e la mia carriera di bibliotecaria e operatrice culturale mi permette di incontrare ogni giorno persone, libri e nuovi progetti creativi. Perseguo l’obiettivo di attraversare la vita con leggerezza, perché la leggerezza è un’attitudine che mi è congeniale e che trovo liberatoria; mi permette di vedere dove voglio andare, anche nella nebbia della mia Emilia. Ho frequentato il Master in Coaching di Accademia della Felicità nel 2017/2018 e ora sono felicemente in tirocinio.

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