Mi fido di te, con intelligenza

Alcuni mesi fa una collega di lavoro mi disse una frase che è rimasta a lungo nella mia mente e che, ancora oggi, stimola riflessioni e ragionamenti: “Quando sono al lavoro mi sento spesso un’incapace“. Sentirsi un’incapace è davvero una sensazione tremenda. Percepire che quello che facciamo, che sappiamo e che possiamo dare non è sufficiente è una condizione lavorativa logorante.

“Da dove nasce questa sensazione?” chiesi alla mia collega. “Ti senti poco competente per svolgere le tue mansioni? Pensi di non essere stata sufficientemente formata o aggiornata? Le dinamiche del lavoro in gruppo sono troppo complesse?” La mia collega non seppe rispondere con chiarezza, o meglio, esaminate singolarmente, le diverse componenti che avrebbero potuto contribuire al suo malessere, sembravano meno impattanti del previsto. Nelle sue riflessioni però tornava con insistenza una parola, riferita a più episodi, a più eventi: “controllo“. Eccolo lì il cuore della questione!

Se mi controllano continuamente non si fidano di me, se non si fidano di me è perché pensano che non sia in grado di fare il mio lavoro, se non mi reputano all’altezza è perché non riconoscono il mio impegno, quindi d’ora in poi farò il minimo indispensabile, e così via in un loop che si autoalimenta ogni giorno succhiando energie anche da episodi banali ed insignificanti.

Le aziende pubbliche e private si trovano oggi a gestire alte percentuali di persone neutrali, non particolarmente motivate; nelle organizzazioni in cui la possibilità di ottenere aumenti e progredire di livello sono quasi nulle, dove l’aumento di stipendio è prerogativa esclusiva di chi ha un alto livello di istruzione, dove le logiche aziendali mutano in modo repentino noncuranti delle conseguenze emozionali sui dipendenti, com’è possibile sostenere la motivazione del lavoratore, perché desideri fare un buon lavoro, invece di uno mediocre?

Questione di fiducia

Secondo i dati dell’indagine Organizational Vitality 2017, rese note da Six Seconds – network di riferimento per la valorizzazione e lo sviluppo dell’Intelligenza Emotiva – tra i parametri di vitalità e benessere che un’organizzazione dovrebbe costantemente monitorare c’è la fiducia. La fiducia sarebbe un fattore chiave in grado di influenzare la produttività e, se opportunamente monitorata e presidiata, consentirebbe di ottenere maggiore motivazione e dunque una migliore performance complessiva dell’organizzazione. I dati dell’indagine mostrano anche che oltre il 70% dei problemi principali nelle organizzazioni lavorative riguardano gli aspetti emotivi e relazionali delle persone. Quindi il valore delle emozioni dei dipendenti gioca un ruolo determinante nel creare un clima produttivo nel luogo di lavoro.

Solitamente quando si parla di fiducia si innescano una serie di reazioni scettiche e cautelative, alimentate ogni giorno da ciò che vediamo e ascoltiamo; ciò che la società ci trasmette è che solo gli sciocchi si fidano! Ma qui non vorrei disquisire di politica o di truffe finanziarie o di mariti sleali, ma di come possiamo tentare di diventare colleghi o dirigenti capaci di non far sentire inappropriate le persone che cui lavoriamo.

La fiducia è un concetto astratto, ma ha un impatto molto concreto nel nostro lavoro; quando è scarsa tutto si complica, aumentano i controlli, le incomprensioni, le informazioni trattenute, il numero delle riunioni, la demotivazione, l’ostruzionismo.

La fiducia è uno dei temi centrali nella riflessione di Onora O’Neill, filosofa e docente emerita a Cambridge; anni fa le sue conferenze per la BBC furono raccolte in un volume dal titolo “Una questione di fiducia“. La sua lezione si può trovare condensata in uno spazio ancora minore: dieci minuti di una TED Conference al parlamento inglese.

Nella TED conference Onora O’Neill parla di tre falsi luoghi comuni sulla fiducia (uno dei quali è dovremmo fidarci di più) e ci suggerisce che non serve fidarsi di più, ma fidarsi meglio, con intelligenza, perché la fiducia ben fondata è figlia della ricerca attiva, cioè una valutazione più approfondita degli elementi che possiamo conoscere.

Stephen M.R.Covey propone di analizzare la questione attraverso la definizione di quella che lui definisce “Smart trust – fiducia intelligente” cioè l’attitudine che ci permette di gestire con saggezza i rischi connessi al riporre fiducia, evitando disastrose ingenuità, ma senza rimanere prigionieri della diffidenza che riconosce ovunque sospetti e rischi.

Come possiamo nella nostra quotidianità lavorativa esercitare con i nostri colleghi la fiducia intelligente?

Dovremmo forse fidarci solo dei collaboratori che portano risultati misurabili e tangibili? Che non hanno commesso errori negli ultimi anni? Che “fanno le cose come le faremmo noi”?

Io provo ad esercitarla fidandomi di coloro che lavorano con impegno – nel rispetto delle loro capacità, ruoli e competenze –pur commettendo errori.

Come coach in tirocinio il concetto di fiducia intelligente mi appassiona; credo nel potenziale delle persone – anche quando è ben nascosto – e una logica aziendale che si fonda sulla visione ottimistica delle capacità latenti dei dipendenti, mi sembra una via fertile e positiva per aiutare le persone a dare il meglio al lavoro.

Sperimenta con i tuoi colleghi il grande potere della fiducia:non è difficile come parrebbe, ecco dieci tips per iniziare!

  1. Smetti di fare le facce! Motiva il tuo disappunto con le parole, non con sguardi di rimprovero, sospiri e occhi al cielo. L’espressione di disappunto è una facile scorciatoia per esprimere la tua disapprovazione (rispetto alla fatica di un confronto verbale), ma è sempre uno stratagemma scorretto. L’espressione di critica colpisce la persona che la riceve nella sua interezza, mentre l’obiettivo è concentrarsi sugli atteggiamenti o i comportamenti errati (che possono essere cambiati).
  2. Conta fino a trenta, respirando lentamente, prima di dare un qualsiasi feedback negativo;
  3. Se devi criticare lo svolgimento di una mansione, fallo sempre a quattr’occhi e concludi con una frase incoraggiante. Evita sempre di discutere davanti ad altri colleghi, nei corridoi, davanti ai distributori del caffè;
  4. Migliora il tuo stile di comunicazione, accertati che i tuoi colleghi abbiamo compreso con chiarezza cosa gli stai chiedendo, spiega loro brevemente la genesi del progetto, chiedi nuove informazioni se non hai compreso appieno la consegna;
  5. Non confondere l’ambito professionale con quello privato: può sembrare banale, ma ricordati sempre che stai lavorando, non prenderla sul personale;
  6. Complimentati per il lavoro ben fatto, per le mansioni svolte correttamente e per il rispetto dei tempi, un feedback positivo vale oro!
  7. Se commetti un errore ammettilo senza troppe giustificazioni e senza incolpare gli altri, concentra le tue energie nel tentare di rimediare;
  8. Condividi con i tuoi colleghi informazioni, articoli, contenuti di qualità che possono essere utili al lavoro di tutti;
  9. Se non hai il coraggio di affrontare una discussione spiacevole con un collega, scegli di tacere, evita di sfogarti con tutti tranne che con il diretto interessato;
  10. Fai del tuo meglio, fai quello che ti compete, non scaricare in modo ambiguo e sleale mansioni che non ami su altre persone. 

 

 

Barbara Mantovi

Autore: Barbara Mantovi

Sono nata e cresciuta a Reggio Emilia dove ho vissuto una selvaggia infanzia campagnola. Ho da sempre fame di storie e la mia carriera di bibliotecaria e operatrice culturale mi permette di incontrare ogni giorno persone, libri e nuovi progetti creativi. Perseguo l’obiettivo di attraversare la vita con leggerezza, perché la leggerezza è un’attitudine che mi è congeniale e che trovo liberatoria; mi permette di vedere dove voglio andare, anche nella nebbia della mia Emilia. Ho frequentato il Master in Coaching di Accademia della Felicità nel 2017/2018 e ora sono felicemente in tirocinio.

Commenta l'articolo

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *