Il selvatico dentro di noi

Quando parlo del maschile, mi riferisco a quell’aspetto universale del Sé, presente sia nell’interiorità delle donne sia in quella degli uomini (così come il femminile è presente in entrambi i sessi). Nello specifico, mi interessa soffermarmi su di un aspetto fondamentale per un maschile sano che, nella nostra società occidentale, strutturata e razionale, è spesso represso: il rapporto con il selvatico.

Mi scusino le signore lettrici, non voglio assolutamente escluderle da questa tematica, anzi, ma sarebbe molto importante per me che ne fruisse in particolare un pubblico maschile. Quindi, se avete compagni o mariti, padri e fratelli che potrebbero essere interessati, per favore rendeteli partecipi, dite loro che Paolo, il Filosofo Vegetale, vorrebbe che leggessero questo post e fatemi sapere le loro reazioni.

I motivi per cui trovo che questo argomento possa essere utile al maschile sono due:

  1.  Il tema del rito di passaggio riguarda in special modo il mondo degli uomini;
  2. Credo che noi uomini abbiamo bisogno come il pane di interessarci di certi argomenti perché nel mondo moderno tendono a essere rimossi.

Partiamo da un racconto dei Cavalieri della Tavola Rotonda, saga mitologica celtica, che è poi diventata Romanzo Cortese grazie a Chréthien de Troyes, famoso in tutte le corti europee medievali. Il racconto è citato nel testo “Il Maschio Selvatico” di Claudio Risé, che vi invito a leggere se vi interessa approfondire l’argomento da un punto di vista psicologico maschile.

La storia di Ivano e del “mostro”

L’episodio in questione narra di Ivano, cavaliere della Tavola Rotonda, che accoglie con immediato ardore una sfida che ha il sapore di un rito di iniziazione: deve recarsi in mezzo a un bosco e si deve confrontare con un mostro dalle sembianze in parti umane, in parte animali, che ha turbato e messo in fuga uno dei suoi compagni. Ivano, che tra tutti i cavalieri è colui che ha il legame più profondo con il mondo naturale, pur frequentando la corte e le “buone maniere”, si mette al galoppo sul suo cavallo attraversando una profonda boscaglia. A un tratto si trova di fronte a una radura dove non cresce quasi l’erba e la terra è bruna e fangosa. In quel luogo due potenti tori neri, selvaggi e muggenti, stanno combattendo tra di loro. Persino il cavallo di Ivano ha un momento di timore di fronte a tanta violenza e caos.

Mentre Ivano cerca di tenere a bada il proprio destriero che vorrebbe fuggire, intravede in lontananza, seduto su di un ceppo, un essere che ricorda una figura umana. Avvicinandosi a lui e guardandolo meglio, Ivano è fortemente impressionato dalle perturbanti sembianze animali che lo contraddistinguono, “orecchi villosi… occhi da civetta… bocca tagliata come quella di un lupo… denti di cinghiale aguzzi e rossastri… appoggiato alla mazza… vestito di pelli di toro”. È proprio il “mostro” che ha messo in fuga il cavaliere precedente. Quel mostro è in realtà l’incarnazione umana del selvatico, il Dio Kernunnos nella mitologia celtica.

Quando Ivano, circospetto, gli si avvicina chiedendogli “Che uomo sei?”, egli gli risponde “Sono un uomo, tale e quale tu mi vedi”. E alla domanda di Ivano “E cosa fai qui?”, il selvatico risponde “Semplicemente ci vivo, e faccio la guardia alle bestie di questa foresta”. In quel momento, brandendo la sua mazza e colpendo un cervo maschio che reagisce con un fortissimo bramito, fa emergere dalla foresta migliaia di animali che impauriscono Ivano. L’uomo selvatico dice agli animali “Andate a pascolare” e questi ultimi gli obbediscono.

L’incontro con il Selvatico

Il contatto tra i due mondi è, a mio avviso, meraviglioso e di una potenza trasformativa e dirompente. Ivano arriva dal mondo civilizzato, cristianizzato, cortese e possiede una struttura di categorie che lo portano a chiedere “Che tipo di uomo sei?” al selvatico che, impassibile e totalmente presente a sé stesso e alla propria natura, risponde con semplicità “Quello che vedi”, senza definirsi in una tipologia.

L’incontro si risolve pacificamente, nel sostenere il confronto tra le due diversità, e per Ivano rappresenta una nuova consapevolezza dell’esistenza di un essere selvatico, sia nella realtà che, come archetipo, anche nella sua interiorità. Inoltre, l’uomo selvatico è protettore della foresta e gli animali obbediscono agli ordini che egli impartisce. Questo per Ivano è inconcepibile, poiché per lui l’unico modo di gestire delle bestie selvatiche è quello di imprigionarle e di ingabbiarle.

Quest’ultimo punto è per me quello più interessante, perché chi entra in contatto con i propri istinti selvatici e non li reprime, lasciandoli liberi di esprimersi, li può gestire con naturalezza. Chi invece ha paura di guardarsi dentro e di vedere quella parte apparentemente ingestibile e istintiva di sé, la reprime, la ingabbia, e si trova inevitabilmente a soffrirne, reagendo attraverso esplosioni di violenza, sublimazioni o autolesionismi.

La cosa bella è che, prendendo confidenza con la propria parte selvatica, che talvolta può sembrarci eccessivamente animalesca e spontanea, e liberandola dalle nostre sovrastrutture culturali, diventiamo noi stessi protettori e custodi di un mondo interiore ricchissimo che risuona felicemente soprattutto quando entriamo in contatto con la natura.

Siamo abituati a relazionarci a una natura addomesticata, quella dei campi e dell’agricoltura, dei giardini e dell’ornamento, tutti ambiti di grande fascino ed essenziali alla vita umana. Eppure la natura sfugge al controllo delle sovrastrutture umane, perché è autentica, vitale, e la sua forza prorompente riesce a emergere anche dove non ce lo aspetteremmo, persino nel panorama urbano. Le piante, ad esempio, ci stupiscono e ci capita di osservarle in luoghi inaspettati: le rotaie del tram, le griglie di un tombino, l’asfalto e i marciapiedi su cui passeggiamo.

Credo che le piante che colonizzano gli ambienti urbani abbiano un valore perturbante tanto quanto l’incontro con un piccolo mostro selvatico. Ci accaniamo per estirparle o raderle al suolo, cosa che per il modo in cui viviamo è sensata.

Vi sfido a fare un esperimento, che è più che altro un gioco: con i nostri smartphone, ogni tanto, proviamo a fotografare le piante selvatiche che crescono nei luoghi urbani che frequentiamo, riconosciamo loro il valore di pioniere che si meritano, condividiamo con altri questa esperienza. Ciò sarà utile ad allenare il contatto con quella parte rimossa, ma fondamentale per il nostro equilibrio, che è “il selvatico” dentro di noi.

Paolo Astrua

Autore: Paolo Astrua

Ho lavorato per anni in teatro come attore ed educatore. A un certo punto, però, ho sentito che quella non era più la mia strada. Quando mi sono concesso di guardarmi dentro, ho capito che desideravo utilizzare la natura e le piante come mezzi per migliorare la mia vita e quella degli altri. Attualmente creo giardini e terrazzi che portino felicità basandomi sul rispetto dell'ambiente e sulla sostenibilità, tengo laboratori e scrivo della relazione tra uomo e natura. Credo che le piante giuste possano portare benessere emotivo nella vita delle persone e questa convinzione è alla base della mia "Filosofia Vegetale". Amo camminare nei boschi, da solo o col mio cane Athena, riconoscere le piante selvatiche e condividere la quotidianità con mia moglie Giovanna. Nel 2017 mi sono iscritto al Master in Coaching perché desidero diventare ancora più felice.

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