David Lynch “Ritorno a Twin Peaks”

È molto difficile riuscire a evitare l’argomento.

Abbiamo già detto che le serie televisive stanno sostituendo il cinema, vuoi per la qualità raggiunta negli ultimi anni, vuoi per la pigrizia di uscire di casa, ma quando un autore come David Lynch torna, letteralmente, sul luogo di uno dei delitti più iconici della storia della tv, ovvero Twin Peaks, parlarne diventa inevitabile.

Se poi aggiungiamo che lo stesso regista ha dichiarato di non voler più fare film perché le sue storie risulterebbero troppo ostiche per il moderno pubblico che affolla le sale per supereroi fisicati in tutine di lycra, vorrebbe dire che la terza stagione di Twin Peaks, The Return, con i suoi 18 episodi tutti da lui diretti, potrebbe essere il suo canto del cigno.

Un canto che, giunti alla nona puntata, è già entrato ossessivamente nelle orecchie e nella testa dei suoi appassionati cultori, tra cui il sottoscritto.

Evitando riferimenti diretti e spoiler, possiamo senza dubbio definire la nuova stagione del serial di culto un’opera unica senza precedenti, se non proprio le stagioni che l’hanno preceduta 25 e passa anni fa, o almeno per la prima delle due e il cosiddetto prequel, il film “Fuoco cammina con me”.

David Lynch, mettendo in atto tutta la sua maestria e la sua disturbata poetica, riesce ancora una volta a rinnovare un genere, il serial televisivo, raggiungendo vette inesplorate e riuscendo a stupire e appassionare gli spettatori con infinite sequenze di trame e sottotrame, apparentemente slegate tra loro, fino a formare un puzzle così irrisolvibile da diventare ipnotico e affascinante.

Mai come in questo lavoro Lynch appare deciso a mettere in scena tutto quello che non era ancora riuscito a mostrarci fino ad oggi, tutti gli intricati percorsi della sua mente che in 50 anni di attività (40 dal suo primo lungometraggio, Eraserhead) hanno generato una considerevole quantità di incubi di ogni genere, tra tutti, il suo preferito, il genere umano.

Perchè Lynch dà il suo meglio nell’approfondire i meandri oscuri della mente umana risvegliando in chi osserva, con i suoi contorti ragionamenti, pensieri che nemmeno sapeva di avere e che avrebbe tanto voluto lasciare sopiti.

Eppure è grazie alle sollecitazioni operate da questi pensieri malati che avviene in noi una sorta di risveglio dei sensi, solitamente offuscati dalla materia oscura che aleggia nelle nostre teste, ed è in questi momenti che possiamo finalmente scoprire lati della nostra personalità che non conosciamo o che tendiamo a non riconoscere o rifiutare.

Il dono più grande che l’opera di David Lynch regala è la capacità di risvegliare la mente, di riattivare il pensiero creativo che troppo facilmente abbiamo la tendenza a far assopire sommergendolo di sterili momenti ricreativi, quando invece bastano i giusti stimoli per renderci conto di essere soggetti meno passivi di quello che pensiamo.

Ecco, Lynch ha il potere di trasmetterci la sua sensibilità, di stimolare la nostra intelligenza e creatività e lo esercita mettendo in scena la sua arte in totale libertà di pensiero, spiazzando continuamente lo spettatore con un’alternanza di toni che vanno dal dramma alla commedia, dalla satira allo splatter, dal realismo al totale surrealismo, senza una logica almeno apparente.

Non a caso, mai come in questa occasione, l’opera di David Lynch è stata associata all’arte contemporanea, l’unica arte, forse, in grado di cogliere i segnali provenienti da un futuro più o meno imminente, mostrandoli in forme al momento ancora difficili da decifrare.

Nonostante ciò, i fan più accaniti sono impegnati compulsivamente nella ricerca di un disegno più ampio, di una traccia che sveli le intenzioni finali del maestro, e sorge il sospetto che nemmeno questa volta resteranno delusi.

Lynch pare stia sfruttando quest’ultima (dice lui) possibilità, in tutta la sua lunghezza, per scavare il più possibile nella natura dell’essere umano, per scoprire e contemporaneamente svelare a noi quale sia l’estensione della sua potenzialità, sia in positivo che in negativo.

Mi fa pensare alla leggenda del vaso di Pandora, il mitologico contenitore di tutti i mali donato da Zeus alla curiosissima Pandora con il divieto assoluto di aprirlo. Sappiamo però cosa accadde: il divieto venne ignorato e Pandora scoperchiò il vaso liberando tutti i mali del mondo, lasciando chiusa dentro solo la speranza, che non fece in tempo ad uscire.

Come Pandora, David Lynch sembra avere questa irrefrenabile curiosità ma ancora di più la volontà di mostrarci tutti gli aspetti che il male può assumere in forma umana, ignorando e sbeffeggiando intenzionalmente i divieti dettati dalle convenzioni sociali, il politically correct, il galateo, i protocolli internazionali e quant’altro.

Secondo Lynch nulla ci rende più forti e sicuri della conoscenza e della consapevolezza. Per questo motivo lo sforzo che richiede allo spettatore, per quanto difficile sembri interpretare il suo lavoro, è quello di seguirlo senza pregiudizi, senza chiusure, aprendo la mente al di là di tutte le barriere precostituite, lasciando libera la nostra creatività di cogliere e interpretare segnali bizzarri e senza senso in maniera del tutto personale e autarchica.

Il premio alla fine è praticamente certo. Gli elementi riattivati nei nostri pensieri dal caro amico David Lynch, il cui consiglio è anche quello di alimentarli con la meditazione, restano in circolo per parecchio tempo.

Bisogna aggiungere che, come Pandora, anche Lynch lascia poco spazio alla speranza, il suo lavoro è solitamente intriso da un pessimismo cosmico che ci porta a pensare che questa sia davvero rimasta chiusa da qualche parte ma nulla ci vieta di dare un colpetto al coperchio del mitico vaso per liberarla.
Non fosse altro per continuare a sperare di vedere nuovamente all’opera in futuro uno dei più grandi maestri del cinema di tutti i tempi.

Autore: Gianfranco Taino

Responsabile amministrativo per ADF e non solo, ho un lato razionale e pragmatico che si manifesta nella facilità a lavorare con i numeri, nel tenere i conti e nell’essere preciso e affidabile, e una forte vena creativa che mi ha permesso di lavorare come consulente musicale per sfilate ed eventi, come giornalista e come deejay. Ho frequentato la prima edizione del Master in Coaching di ADF e sto studiando per diventare Life Coach.

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