A. B. Norme

Oggi voglio giocare facile, per cui inizio citando uno di quei film cult, di cui si recitano le battute a memoria mentre lo si guarda.
Se siete così fortunati da non aver ancora visto “Frankenstin Junior”, sappiate che vi invidio molto, perché la prima volta che l’ho visto non ho capito la metà delle battute (ero troppo piccola) e invece voi le capirete tutte subito.

Avete presente quando Gene Wilder, aka il Dottor Frederick Frankenstein, ha appena risvegliato la creatura e si rende conto che il cervello che ha usato sembra non essere quello di Hans Delbrück “scienziato e santo”? Se non vi ricordate esattamente la scena eccovi il dialogo fra lui e Marty Feldman nei panni di Igor, il suo assistente.

Frederick: Ah! Be’… Ehm, ti dispiacerebbe dirmi di chi era il cervello che gli ho messo dentro?
Igor: Non si arrabbierà, eh?
Frederick: No, io non mi arrabbierò!
Igor: A.B. qualcosa…
Frederich: “A.B. qualcosa”? “A.B.” chi?
Igor: A.B… Norme.
Frederick: “A.B. Norme”?
Igor: Sono quasi sicuro che era quello il nome.
Frederick: Vorresti dire che io ho messo un cervello “abnorme”… in un energumeno lungo due metri e venti… e largo come un armadio a due ante?! Canaglia! È questo che vorresti dirmi?!

Ecco io quella sensazione lì, la conosco benissimo. Non quella di aver ridato vita a un cadavere poco intelligente, ma quella di essere stata assemblata con pezzi diversi che poco avevano a che fare l’uno con l’altro.
Anche l’isocronia del movimento oscillatorio del pendolo è qualcosa in cui mi sono sempre identificata, non tanto per la velocità con cui passa da una parte all’altra, ma per il costante alternarsi fra poli opposti.

Sono cresciuta anche così, pensando di essere irrisolvibile, perché costruita con estremi contrapposti in perenne lotta fra loro: dogmatica e lassista, insofferente agli errori e affascinata dalle zone d’ombra, competitiva senza la voglia di fare tutta quella fatica per dover vincere per forza, essenziale e collezionista, ordinata ma senza sapere mai dove sono le chiavi o il telefono o gli occhiali da sole. E in mille modi sono stata vista e definita: trasparente, manipolatrice, pacata, esuberante, egocentrica, generosa, accogliente, respingente, femminile, maschiaccio, arrogante, materna, premurosa, presuntuosa e chi più ne ha più ne metta.

E quando attraversi quella terra desolata che è l’adolescenza, questo pensiero affonda le radici nel tuo essere e diventa parte di te e dell’idea che hai di te stessa, e da pensiero diventa credenza. Una convinzione che non mi ha mai aiutato, non mi ha mai fatto del bene, non ha mai lenito le mie ferite. Più simile a una pianta infestante che ha contribuito a rendere molto difficili momenti complicati, a soffocare slanci e ad alimentare inutili giochetti mentali.
Per scendere da un pensiero in realtà basta poco, mi basta concentrarmi sul respiro anche per una breve frazione di tempo, mi bastano 30 secondi per uscire dal loop e vedere quell’idea per quello che è: un’interpretazione che si è incastrata nella mia testa. Ma per una convinzione le cose si fanno più complicate, non basta un respiro come per il pensiero, perché la convinzione non si è solo incastrata nel cervello, ci si è proprio ancorata, lì ha messo radici e non se ne vuole andare.

E così io e il mio sentirmi una personalità eterogenea abbiamo convissuto molto a lungo fino a che non ho scoperto un gioco, un semplice processo in due fasi da replicare in miriadi di circostanze differenti.

Il gioco consiste in due domande.

La prima domanda che mi sono fatta è stata: “Esattamente perché dò un valore negativo al fatto di essere composta da aspetti contraddittori, in antitesi tra loro?”. La risposta che mi sono data è stata relativamente semplice “Perché penso che non ci sia armonia dove ci sono opposizioni”.

Ed ecco la seconda domanda, quella più potente: “Conosco qualche aspetto della vita, qualche situazione, qualche oggetto che tragga beneficio dalla compresenza di opposti?” E qui la risposta è stata tanto spiazzante quanto rilassante, una di quelle risposte che ti cavano fuori un sospiro e ti fanno abbassare le spalle, anche se prima non sapevi neppure che eri così tanto in tensione da avere il collo contratto.

Mi sono subito ricordata di quando faccio un dolce, di quanto stia attenta al fatto che ci sia un momento di croccantezza inaspettata in un dessert all’apparenza morbido, o una nota un po’ aspra in un tripudio di dolcezza. Poi sono passata ai colori e mi sono accorta che mi piace abbinare colori diversi, che non mi vestirei mai di azzurro e di blu, ma che adoro il grigio con il senape, l’arancione con il viola. Così nella musica mi è parso subito chiaro che il mio genere per tutte le occasioni, per tutti i momenti è sempre il soul, che sia Otis Redding o Sam Cooke, Aretha o Nina Simone (sì lo so che lei è più jazz, ma del resto è difficile imprigionarla in un solo genere), là dove sacro e profano si mescolano io gioisco e batto il piede.

Ho scoperto che si può essere tante cose e pure tutte contemporaneamente, e che spesso questo genera bellezza. Che fuori dalla norma c’è un universo affascinante e sconfinato, ab-norme.
L’ho neutralizzato così quel pensiero deviato e deviante, ho cercato le smentite in altri ambiti, fuori da me stessa, e ne ho trovate tantissime.

Alla fine diventa semplice e se ci si prende la mano anche veloce. I passi sono sempre due:
1 “Perché attribuisco un determinato significato a una certa cosa?”
2 “Conosco eccezioni che smentiscano questa mia idea?”

La bellezza del mondo è proprio questa, che appena osservate attentamente troverete sicuramente una bellissima eccezione e allora potrete rilassare un po’ di più le spalle.

Vera Martinelli blog adf

Autore: Vera Martinelli

Credo nella precisione scientifica della pasticceria, nella mia amata Bologna, nell’epica dello sport, nella necessità di ozio, nei rossetti rossi, nei film francesi, in Cocò Chanel, nei fumetti di Little Nemo, nell’alchimia come sentiero di crescita personale, nell’importanza della musica inglese, nella ricerca continua, nei musical al cinema, nel cambiamento, nella supremazia felina, nei percorsi non lineari, nei whisk(e)y torbati, nella luce radente di Caravaggio, nell’ironia e nella leggerezza, in Gino Bartali, nell’assoluta perfezione di tutto ciò che a prima vista appare imperfetto, nella forza e nel suo lato oscuro, nell’almeno il 5% di buono presente in ciascun individuo, nella meditazione, nei passatelli in brodo, che la bellezza salverà il mondo, che la fantasia è un posto dove ci piove dentro e che la narrazione abbia un potere salvifico. Ho fatto molti lavori e alla fine ho capito che avevano tutti a che fare con le persone. Dopo anni di timori ho ammesso a me stessa che volevo che proprio le persone diventassero il mio lavoro. Sto cercando di diventare coach e mentre allevo due giovani padawan studio psicologia perché il sapere non ha mai fine.

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