Bookcoaching: La Cattedrale

Da un anno per una mattina al mese partecipo, come volontaria presso l’ospedale Mauriziano di Torino, a un gruppo di lettura, coordinato da psicologhe della struttura, con la preziosa collaborazione di caposala e infermiere specializzate. Il mio compito è leggere racconti scelti dal gruppo di lavoro e, all’occorrenza, intervenire nel confronto che ne segue, lasciando ampio spazio agli ospiti del reparto e ai loro accompagnatori. L’intento è di alleviare, per circa un paio d’ore, la loro permanenza durante la cura. Partecipo alle discussioni con tutto il rispetto di chi non sa cosa si prova a stare dall’altra parte, ma si sforza di immaginarlo, pur sapendo che non riuscirà mai a comprendere veramente le emozioni altrui. Tra le cose che più mi affascinano di questa attività è scorgere come dalla stessa lettura emergano suggestioni diverse, dipendenti dai caratteri e dalle esperienze dei partecipanti, e come le discussioni prendano sempre nuove direzioni sulla scia delle dinamiche di gruppo che si creano: quanta varia umanità, sensibilità e approcci alla vita!

Una delle letture proposte è il racconto La Cattedrale di Raymond Carver, prodigo di spunti di riflessione, che qui proverò almeno ad accennare. La narrazione è in prima persona tenuta dal protagonista, un uomo astioso nei confronti del prossimo e di se stesso.

L’uomo ospita in casa Robert, amico di vecchia data della moglie e non vedente. La cosa mette molto a disagio il narratore, pregno di forti pregiudizi nei confronti della cecità, sin dall’incipit piuttosto schietto: C’era questo cieco, un vecchio amico di mia moglie, che doveva arrivare per passare la notte da noi … Non è che fossi entusiasta di questa visita. Era un tizio che non conoscevo affatto. E il fatto che fosse cieco mi dava un po’ di fastidio. L’idea che avevo della cecità me l’ero fatta al cinema. Nei film i ciechi si muovono lentamente e non ridono mai. A volte sono accompagnati dai cani-guida. Insomma, avere un cieco per casa non è che fosse proprio il primo dei miei pensieri.

All’inizio i suoi approcci all’ospite sono goffi, trattenuto com’è da tutta un’altra serie di preconcetti nei suoi confronti, acuiti dall’invidia per l’amicizia intima tra Robert e la moglie. Tuttavia, durante il corso della serata, le cose cambiano: è l’amico che si preoccupa di ridimensionare il disagio del padrone di casa, fino a quando non gli chiede di descrivergli come è fatta una cattedrale. La richiesta è sfidante per il protagonista, il quale si impegna a onorarla, ma è costretto a scontrarsi con i propri limiti: “Mi dovrai scusare”, gli ho detto. “Ma non ci riesco proprio a spiegarti com’è fatta una cattedrale. Non ne sono proprio capace. Non posso fare meglio di così” … “Ho capito, fratello. Non è un problema. Capita. Non stare a preoccupartene troppo” risponde Robert, il quale trova lui stesso una soluzione, che non vi svelo, ma che porterà il narratore, non solo a riuscire a descrivere la cattedrale, ma paradossalmente anche a “vedere il mondo” attraverso gli occhi dell’amico! La potenza dell’indossare i panni degli altri!

Dal mio punto di vista non si tratta “solo” di questo, però. Io scorgo anche tanti elementi che hanno a che fare con la consapevolezza di se stessi, presente in Robert, del tutto assente nell’io narrante. Il protagonista è passivo nei confronti della vita: prima della sfida ricevuta da Robert in lui manca la curiosità verso il mondo e verso se stesso, camuffata da presunzione di sapere tutto ciò che gli occorre; atteggiamento opposto all’avidità di imparare dell’amico.

Nel primo la difficoltà nel non riuscire a fare qualcosa è un ostacolo paralizzante, nel secondo è lo sprone a trovare una soluzione alternativa a quelle ordinarie, facendo leva sulle proprie virtù. Dal racconto pare che l’attività preferita del narratore sia perdersi nei fumi dell’alcol: mente perennemente obnubilata per non ritrovarsi a pensare, per lasciarsi vivere senza prendere in mano le redini della propria vita, con un approccio costantemente evitante. Non distingue tra fatti, sue interpretazioni ed emozioni: un pot-pourri confuso che non gli facilita la naturalezza di comportamento.

In Robert, invece, c’è presenza, conoscenza dei propri limiti e potenzialità, c’è sensibilità, capacità di analisi e attenzione verso l’altro: è lui a percepire il disagio del padrone di casa ed è suo l’impegno a trovare un canale di comunicazione tra loro, che permette al protagonista di lasciarsi andare alla nuova esperienza e a bearsi delle nuove sensazioni emerse:

 Ma io ho continuato a tenere gli occhi chiusi. Volevo tenerli chiusi ancora un po’. Mi pareva una cosa che dovevo fare. “Allora?”, ha chiesto. “La stai guardando?” Tenevo gli occhi ancora chiusi. Ero a casa mia. Lo sapevo. Ma avevo come la sensazione di non stare dentro a niente. “È proprio fantastica”, ho detto.

Certo, dovreste leggere tutto il racconto per scoprire se siete d’accordo con me o meno. Ma in fondo, quid vetat? 

(Raymond Carver, La Cattedrale, Einaudi, Torino 2014)

Autore: Flavia Ingrosso

Da quando ho memoria le mie più fedeli compagne di viaggio sono sempre state le note musicali e le lettere dell’alfabeto, per esprimere emozioni e per leggere e raccontare storie. Nel lavoro mi divido felicemente tra la musica e i libri, ora anche strumenti di coaching nella mia attività di Life & Book Coach, abilitata da Accademia della Felicità. Pure io come Goethe ritengo che è “libero ognuno d'occuparsi di ciò che lo attrae, che gli fa piacere, che gli pare utile, ma il vero studio dell'umanità è l'uomo”.

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