Bookcoaching: Open

Chi mi conosce lo sa: non sono propriamente una sportiva, né praticante né da divano, ma il tennis mi è sempre piaciuto, come spettatrice s’intende.

     Non sono mai stata una tifosa, ma per Andre Agassi ho sempre avuto un occhio di riguardo, potrei definirlo un interesse per interposta persona: idolo del mio migliore amico, per la proprietà transitiva di certi affetti adolescenziali, era diventato anche il mio.

     Così quando ho avuto l’occasione di leggere la sua autobiografia, Open, non ho esitato un attimo benché mi aspettassi la “classica” biografia del personaggio famoso, con tutto il rispetto che posso avere per i VIP (con i dovuti distinguo).

     Con quale meraviglia mi sono poi lasciata andare alla lettura di un racconto avvincente, scritto dalla penna fine di J. R. Moehringer, e ho accolto la sorpresa di trovarmi di fronte a un vero e proprio manuale di coaching, non solo sportivo.

     Non è un caso, penso, che il tennis usi il linguaggio della vita. Vantaggio, servizio, errore, break, love (zero), gli elementi del tennis sono quelli dell’esistenza quotidiana, perché ogni match è una vita in miniatura. Perfino la struttura del tennis, il modo in cui i pezzi entrano uno nell’altro come una matrioska, rispecchia la struttura delle nostre giornate. I punti diventano game che diventano set che diventano tornei, ed è tutto collegato così strettamente che ogni punto può segnare una svolta. Mi ricorda il modo in cui i secondi diventano minuti che diventano ore, e ogni ora può essere la più bella della nostra vita. O la più buia. Dipende da noi.

     Il giovanissimo Andre parte da una condizione personale di assoluta mancanza di consapevolezza di se stesso, in balia delle decisioni sulla sua vita, presente e futura, imposte prima da un padre tirannico poi dalle aspettative altrui: non faccio altro che essere me stesso e poiché non so chi sono, i miei tentativi di scoprirlo sono maldestri e fatti a casaccio e, ovviamente, contraddittori … Non faccio niente di più che… resistere all’autorità, fare esperimenti con la mia identità, mandare un messaggio a mio padre, agitarmi contro la mancanza di scelta nella mia vita … Se avessi tempo, e una maggiore autocoscienza, direi ai giornalisti che sto cercando di capire chi sono, ma intanto ho un’idea abbastanza precisa di chi non sono. Non sono ciò che indosso. Di certo non sono il mio gioco. Non sono niente di quello che pensa di me il mio pubblico.

     E né la fama né i soldi hanno fatto di lui una persona felice.

     Nessuna novità. Già nel 1974 Richard Easterlin, professore di Economia all’University of Southern California e membro della National Academy of Sciences degli Stati Uniti, aveva teorizzato il paradosso di Easterlin o paradosso della felicità, secondo cui la felicità delle persone dipende molto poco dalle variazioni di reddito e di ricchezza. Da qui la necessità di definire un’economia della felicità, basata sull’indicatore di felicità interna lorda o FIL (sulla falsariga del prodotto interno lordo, PIL). Ideato all’inizio degli anni Settanta da Jigme Singye Wangchuck, l’allora re del Buthan (piccolo stato montuoso himalayano dell’Asia tra i paesi più poveri ma anche l’ottavo più felice del mondo), il FIL tiene conto della qualità dell’aria e dell’ambiente, della salute dei cittadini, dell’istruzione e della ricchezza dei rapporti sociali. L’invito a ogni stato, nelle scelte di politica nazionale, è dunque di prendere in considerazione non solo il proprio PIL, ma anche mirare al benessere dei cittadini e all’indicatore di felicità interna lorda.

            A questo fine dal 2012 l’ONU ha istituito la Giornata Internazionale della Felicità, stabilita per il 20 marzo per ogni anno in tutto il mondo e, sempre in questa direzione, nel 2010 si è costituito Action for Happiness, un movimento inglese fondato da più figure professionali (quali psicologi, sociologi, educatori ed economisti…), che promuove l’idea di avere come obiettivo principale di vita quello di creare condizioni favorevoli per una maggiore felicità non solo per se stessi ma anche per gli altri, individuando le seguenti 10 chiavi della Felicità:

 

  1. Giving (Dare)
  2. Relating (Relazionarsi)
  3. Exercising (Fare esercizio)
  4. Appreciating (Apprezzare)
  5. Trying out (Provare)
  6. Direction (Obiettivo)
  7. Resilience (Resilienza)
  8. Emotion (Emozione)
  9. Acceptance (Accettarsi)
  10. Meaning (Dare senso)

    

     Ciò che più mi ha affascinato nella lettura di Open è stato riconoscere la trasformazione e la maturazione personale di Andre Agassi, attraverso gli alti e bassi della vita, facendo leva su tutte le 10 chiavi della Felicità, senza le quali avrebbe continuato a essere un burattino manovrato da volontà altrui.

     Commovente scoprire quanto, a fine carriera ma all’inizio della sua vita consapevole, Andre sia riuscito a realizzare il suo Great Dream:

gioco e continuo a giocare perché ho scelto di farlo.

Anche se non è la tua vita ideale, puoi sempre sceglierla.

Quale che sia la tua vita, sceglierla cambia tutto.

    

(Andre Agassi, Open, Einaudi, Torino 2011)

 

In occasione della Giornata Mondiale della Felicità, dal 17 al 24 marzo Accademia organizza la Happiness Week, con una serie di eventi e workshop completamente gratuiti. Per iscriversi basta prenotare il proprio posto attraverso le pagine dei singoli eventi.

Autore: Flavia Ingrosso

Da quando ho memoria le mie più fedeli compagne di viaggio sono sempre state le note musicali e le lettere dell’alfabeto, per esprimere emozioni e per leggere e raccontare storie. Nel lavoro mi divido felicemente tra la musica e i libri, ora anche strumenti di coaching nella mia attività di Life & Book Coach, abilitata da Accademia della Felicità. Pure io come Goethe ritengo che è “libero ognuno d'occuparsi di ciò che lo attrae, che gli fa piacere, che gli pare utile, ma il vero studio dell'umanità è l'uomo”.

Commenta l'articolo

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.