Ascoltare senza giudizio i nostri figli ci aiuta a conoscerli

Tardo pomeriggio invernale.

Figlia adolescente torna a casa dopo essere uscita con la sua amica.

Il nervosismo si taglia con un coltello. Lancia la borsa e la giacca e inizia a borbottare. Dopo un’ora rinchiusa in camera con cuffia e musica, esce e mi dice, anzi comunica al mondo: “Mamma non sai cosa è successo!”. E inizia una sequenza quasi indistinta di “Lei ha detto” e “Io ho detto”. Tutto centrato su una litigata avuta con la sua (ex?) migliore amica.

Da questo momento in poi il racconto si riempie di emozioni, di rabbia e di tristezza. E soprattutto di delusione.

Mi riconosco in molte parti del suo racconto; quante volte sono stata delusa da un’amica o mi sono arrabbiata per un comportamento sbagliato, per un’ingiustizia. Mi ricordo perfettamente i primi anni di liceo in cui non mi sentivo totalmente a mio agio con alcune amiche o quando la mia migliore amica preferiva uscire con il suo ragazzo che con me.

Durante il suo racconto mi sono morsa la lingua più volte, ho fatto fatica a reprimere ciò che avrei voluto dirle. Che queste cose le capiteranno centinaia di altre volte, che le persone ci deludono e che anche noi deludiamo gli altri, che anch’io ci sono passata diverse volte e fortunatamente mi sono anche trattenuta dal dire: “Non ti preoccupare, tanto passa”.

Ecco questa è la frase più odiata dagli adolescenti.

Essere in balìa delle emozioni

Come ho spiegato in un altro post, in questo periodo della vita i nostri figli sono “governati” dalle emozioni, sia per ragioni neurologiche che fisiologiche. Per loro ciò che provano in quel determinato momento rappresenta l’assoluto, la totalità del loro sentire. La rabbia o la tristezza sono portati all’ennesima potenza, nulla in quel momento riesce a distrarli.

Il vivere le emozioni in questo modo così intenso e acuto li confonde e spesso danno una valenza di definitivo a un’emozione, che è transitoria e temporanea, mettendo in discussione invece il sentimento ad esso collegato, che invece è duraturo.

Per esempio, mia figlia arrabbiata con la sua amica ha deciso che l’amicizia finirà, confondendo quindi l’emozione della rabbia (temporanea) con il sentimento dell’amicizia (duraturo). Il ragazzo triste perché non ha eseguito bene un compito, penserà che il professore ormai non lo stimi più.

Quando si provano queste emozioni vulcaniche e intense, l’ultima cosa che si vuole ascoltare è appunto la famosa frase “Dai che poi passa”.

Gli adolescenti sono totalmente immersi nel qui e ora, non vivono il futuro dal punto di vista emotivo, non pensano che quel magma immenso che stanno provando possa passare, e poi quando? Chi lo dice? E poi cosa succede?

E allora cosa si fa?

Li si ascolta senza sminuire quello che stanno dicendo. Senza metterci in cattedra sentenziando sul tempo guaritore (anche se lo sappiamo che è così, sì che lo sappiamo), senza raccontare le nostre esperienze simil vissute in gioventù.

In questo preciso istante i nostri figli desiderano solo essere ascoltati. Nei loro racconti, a volte incomprensibili, pieni di contraddizioni, aggettivi estremi, ripetizioni di eventi, cercano solo un ascoltatore di questo fiume in piena.

E mentre si ascolta cosa dobbiamo fare? Domande pertinenti, su come si sentivano loro, domande partecipi dell’evento che ci stanno raccontando. E anche silenzio. Saranno loro poi a chiederci qualcosa in caso, un’opinione o un consiglio. E cerchiamo di non cadere nella trappola. Dobbiamo cercare di non esprimere giudizi diretti o troppo espliciti sui comportamenti, e aspettare che sia passata la fase intensa per capire se hanno bisogno di un consiglio.

Mi è capitato tante volte di frenarmi appena in tempo con il consiglio da elargire proprio sulla punta della lingua. Non era il momento giusto, lei era ancora in pieno racconto e non avrebbe colto o si sarebbe arrabbiata ulteriormente prendendosela con me.

Dobbiamo ricordarci che è proprio in questi momenti in cui li ascoltiamo senza giudizio che impariamo a conoscere meglio i nostri figli. Senza avere il “peso” di dover dire qualcosa di educativo o di aiuto, noi ci possiamo concentrare sulle loro parole, sui loro stati d’animo mentre si raccontano e possiamo scoprire tanto di loro. Cosa li fa arrabbiare, cosa li rende tristi, come reagiscono a un’ingiustizia, quanto credono nei sentimenti dell’amicizia e dell’amore, insomma ritroviamo in quelle parole i bambini che erano “qualche giorno prima” e che ci sembravano ormai scomparsi dietro le sembianze dell’adulto che abbiamo di fronte.

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Sabrina Ciraolo

Autore: Sabrina Ciraolo

Sono nata a Roma nel 1972. Laureata in Storia dell’Arte, lavoro da vent'anni nella formazione a distanza, e da tredici svolgo attività di consulenza presso le agenzie dell’ONU con sede a Roma, FAO e WFP. Sono diventata coach nel 2015 e mi sono poi specializzata in coaching al femminile con Francesca Zampone, oltre a seguire i tanti workshop e corsi di Accademia. Sono in perenne formazione e aggiornamento. Sono madre di due figlie e il mondo della genitorialità e dell’adolescenza mi ha spinto verso il Parent Coaching, sul quale mi sto ulteriormente specializzando seguendo un corso di formazione specifico. Sono un’avida lettrice fin da piccola, ascolto musica appena mi sveglio al mattino, ma amo anche rintanarmi in un silenzio rigenerante. Sono cultrice della bellezza della natura e dell’arte, che credo sia l’unico modo per sfuggire alla rassegnazione. Sono diventata socia di Accademia perché credo di poter contribuire con il Parent coaching a costruire un percorso verso la felicità aiutando i genitori e gli adolescenti.

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