Anche basta

La mia professoressa di lettere delle superiori, durante le interrogazioni, era solita esortare noi studenti ad argomentare le nostre risposte e a completarle offrendo un quadro più esaustivo, con la frase: “Non mi basta”. Quella semplice e piccola frase mi faceva impazzire. Mi innervosiva moltissimo e mi rendeva poco lucida. Cos’è che non bastava? Cosa dovevo aggiungere? In che direzione? In che quantità? Dovevo fornire più dettagli specifici o ampliare la visione generale? Voleva delle date? Voleva un’analisi? Quelle semplici tre parole erano capaci di mandarmi in tilt. Penso che la radice di questa difficoltà sia anche alla base del mio amore per la pasticceria. In una ricetta di pasticceria è più difficile trovare l’indicazione q.b. rispetto a quanto accade in una ricetta di cucina tradizionale. La pasticceria è un’arte dalle basi scientifiche: è chimica, poesia, fisica, senso del colore e delle proporzioni, lussuria e rigore assieme, e ha bisogno di dosi, tempi, indicazioni precise. Insomma a me è la parola basta che proprio mette a disagio. Anzi, è il verbo bastare che mi manda spesso in crisi. Il suono di queste tre sillabe arriva diretto proprio là dove risiede un nodo cruciale del mio essere e penso di molti altri. Bastare rispetto a chi? Rispetto a cosa?

Nella stima del mio essere e del mio operato, per troppo tempo il metro di paragone è stato l’assoluto. Mi sono confrontata per anni con ideali totali e perfetti, miti irreali,  aspettative irraggiungibili perché di fatto inumane. E per quegli stessi anni ho avuto a che fare con la frustrazione e il rimpianto di non aver fatto, visto, creduto, pensato di più, abbastanza. Avrei potuto stare meno al telefono, perdere meno tempo a farmi la doccia, non uscire quella sera, non perdermi nel traffico, non dormire. Questo è stato per molto tempo il mio delirio: una vera piaga mentale, una specie di spirale che ci fa aggrovigliare su noi stessi. Se ragioniamo in questi termini, non saremo mai soddisfatti, non potremo mai festeggiare, non saremo mai in grado di riposarci veramente perché saremo sempre assillati dal pensiero di cosa avremmo potuto fare meglio o di più. C’è un verso del Re Lear che ho sempre amato molto: “Cercando il meglio, spesso guastiamo il bene” e che va perfettamente a braccetto con una frase che mia mamma ripete spesso: “Il meglio è nemico del bene”. Sta tutto qua: nell’arduo compito del trovare la misura, la propria misura, nel difficile impegno di capire fino in fondo i nostri talenti e i nostri limiti, di essere comprensivi con noi stessi. Non c’è niente di straordinario in questo passaggio, anzi è meravigliosamente ordinario. Si tratta di piccole scoperte e osservazioni, minimi gesti che alla fine hanno sempre a che fare con il meno piuttosto che con il più. Per sconfiggere il bastare bisogna lavorare di sottrazione.

Io ho iniziato capendo che per poter fare, devo prima riposare. Quella cosa ovvia che ti insegnano a scuola, che la natura ha i suoi tempi e che serve la pausa dell’inverno affinché poi scoppi la primavera, mi era sfuggita, dovevo essere assente quel giorno. Il seme che riposa sottoterra non è pigro, sa che avrà bisogno di molte energie per compiere il suo ciclo e si sta solo preparando. In questo modo ho addirittura scoperto che non c’è nulla di male nella pigrizia. Anzi, una delle principali definizioni della pigrizia è quella di “lentezza nell’agire o reagire”, la stessa lentezza di quel seme che riposa tutto l’inverno sotto terra e pian piano si apre alla primavera. Con grande calma imparo che il valore temporale non è un fattore qualitativo ma semplicemente quantitativo, e mi impegno a sfuggire dalla trappola di “veloce è meglio”,  lotto contro i miei impulsi per impormi di essere pigra e a volte con orgoglio riesco pure a dichiararlo. Perché la mia pigrizia è lo sforzo di ricordarmi di andare piano, con calma, di riposarmi quando sono esausta, di non procedere con un ritmo sfiancante. Essere pigra vuol dire ricordarmi che dormire è una necessità fisiologica vitale, che passare del tempo a fare delle gioiose chiacchiere con amici è una mia assoluta necessità psicologica, che guidare a vanvera mi serve per distendermi anche perché spesso in macchina mi vengono le migliori idee, che una lunga doccia calda mi mette sempre del giusto umore.

Non l’ho mai considerato e non lo considero ancora “tempo per me”. Tutti gli attimi della mia vita sono per me, e penso che in fondo tutto quello che faccio sia qualcosa che il mio subconscio ha scelto per la mia sopravvivenza, anche quando può sembrare qualcosa di spiacevole: credo fermamente che le altre opzioni apparissero alla mia mente, al mio cuore, alla mia anima, al mio inconscio (chiamatelo come preferite) come peggiori. Partendo da questo presupposto allora arrivo a comprendere che qualsiasi scelta io abbia fatto, qualsiasi compito abbia svolto più o meno con successo, qualsiasi gesto che ho compiuto sono tutti stati il meglio che io potessi fare. Molto probabilmente di più o diversamente in quel momento non potevo. Ma è un pensiero relativamente nuovo (specialmente rispetto al percorso neuronale del mio senso di colpa e insufficienza che oramai è un’autostrada a 4 corsie nel mio cervello) per cui lo devo allenare, lo devo ripetere a me stessa, con regolarità e disciplina, perché anche l’ozio e la pigrizia hanno bisogno di disciplina, e il riposo di volontà.

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Autore: Vera Martinelli

Credo nella precisione scientifica della pasticceria, nella mia amata Bologna, nell’epica dello sport, nella necessità di ozio, nei rossetti rossi, nei film francesi, in Cocò Chanel, nei fumetti di Little Nemo, nell’alchimia come sentiero di crescita personale, nell’importanza della musica inglese, nella ricerca continua, nei musical al cinema, nel cambiamento, nella supremazia felina, nei percorsi non lineari, nei whisk(e)y torbati, nella luce radente di Caravaggio, nell’ironia e nella leggerezza, in Gino Bartali, nell’assoluta perfezione di tutto ciò che a prima vista appare imperfetto, nella forza e nel suo lato oscuro, nell’almeno il 5% di buono presente in ciascun individuo, nella meditazione, nei passatelli in brodo, che la bellezza salverà il mondo, che la fantasia è un posto dove ci piove dentro e che la narrazione abbia un potere salvifico. Ho fatto molti lavori e alla fine ho capito che avevano tutti a che fare con le persone. Dopo anni di timori ho ammesso a me stessa che volevo che proprio le persone diventassero il mio lavoro. Sto cercando di diventare coach e mentre allevo un jedi e aspetto il secondo, studio psicologia perché il sapere non ha mai fine.

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