Nessuno vuol essere Robin “Hood”

Oggi sono stata costretta a riflettere su come sono finita invischiata in una brutta vicenda che, fondamentalmente, non era di mia competenza e che mi ha procurato solo problemi.

Andiamo con ordine.

Immaginate di avere una nonna all’ospizio, una nonna anziana e malata che in sostanza ha l’autonomia di un neonato. È una nonna a cui volete molto bene, che vi ha cresciuto, a cui siete legati quasi più che ai vostri genitori. Dato che potete permettervelo, anche se vi costa qualche sacrificio, avete deciso di ricoverarla in una casa di cura privata dove avete la certezza che sarà accudita nel migliore dei modi. La badante che fino a quel momento ha vissuto con lei, una ragazza bravissima a cui vi siete molto affezionate, viene assunta dalla stessa casa di cura. La situazione perfetta, no? No. Perché in realtà la badante non è assunta, lavora in nero. Viene a raccontarvelo, quasi timidamente, dopo qualche mese, dicendo che questo le crea dei problemi col permesso di soggiorno.

Voi cosa fareste?

Una risposta basata su un campione non rappresentativo della popolazione – diciamo, i nipoti di tutti i nonni ricoverati in quella struttura – porterebbe probabilmente ai seguenti risultati: il 10% andrebbe dal direttore della clinica a esigere spiegazioni e immediata regolarizzazione della dipendente, il restante 90% si farebbe gli affari suoi. Non entro nel merito etico della vicenda, non qui almeno. Devo, invece, chiedermi come ho fatto a finire in quel 10% e soprattutto per quale motivo, per quante badanti sfruttate e proprietari sfruttatori io mi trovi a conoscere, finisco sempre a tenere compagnia alle badanti sul libro nero e solo raramente – per non dire mai – a bere Martini su un campo da golf in compagnia dei loro vessatori. Non è una scelta, capite? Io cerco di starne fuori, ma non ci riuscirei nemmeno se mi legassero alla sedia come Vittorio Alfieri.  Se fosse una scelta, sarei probabilmente a fare volontariato umanitario in Africa, o a combattere in prima fila per i diritti civili… ma io no, faccio le donazioni alle Onlus e metto i like ai post sul Gay Pride, ma qui mi fermo.

Ma che mi frega delle badanti, allora?

C’è un esercizio che uso molto nel coaching: scrivi chi sono i tuoi personaggi letterari o cinematografici preferiti e perché. Nel rispondere per me stessa a questa domanda non avevo mai pensato a Robin Hood, ma in effetti da bambina ho pianto per settimane sulla sua morte letteraria. Peggio della piccola fiammiferaia. C’è evidentemente un lato di me molto radicato che, in senso metaforico, vuole “rubare ai ricchi per dare ai poveri”, e quindi combattere contro i soprusi. Lo tengo generalmente a bada, ma ogni tanto prende il sopravvento e mi precipita nel caos. Contrariamente a quanto accade nei libri, infatti, il 90% del nostro campione non rappresentativo non apprezza affatto i Robin Hood, a meno che non difendano i loro interessi personali. La giustizia è una bella parola, ma solo se ne parlano i supereroi Marvel.

Potrei continuare, per il resto della vita, a vivere questo susseguirsi di fasi Clark Kent e fasi Superman con senso di colpa e frustrazione perché la mia testa mi dice che il comportamento più intelligente è quello del 90% della popolazione: si sta tranquilli, il direttore della clinica è gentile, e la badante scusate tanto ma che s’arrangi. Potrei, in altre parole, imputare i miei comportamenti a pura irrazionalità o impulsività, impegnandomi ancora di più in azioni preventive di contenimento.

Oppure, potrei applicare un po’ di coaching anche a me stessa e accettare che io posso essere Clark Kent solo quando non ci sono badanti da salvare. Altrimenti, meglio trasformarsi subito in Superman a costo di somigliare più che altro a Ralph Supermaxieroe, e di andarmi a schiantare contro il muro di un palazzo. Perché la felicità non sta nell’essere come gli altri, anche se sembrano tutti sereni e realizzati: è essere se stessi, accettarsi pienamente, conoscere i propri punti di forza – ad esempio, nel caso di noi supereroi acciaccati, il senso di giustizia – e viverli, punto e basta. Ci sarà chi dovrà fare i conti con l’amore per la conoscenza, chi con l’amore tout court, chi con il bisogno di creare; in ogni caso, quando quella persona si troverà a vivere intensamente le proprie potenzialità, si sentirà pieno di energia, vitale, in una parola: felice.

Anche se l’unica ricompensa sarà il sorriso muto di una badante.

Autore: Irene Facci

Nata dalle parti di Mantova quando a Mantova c'erano solo zucche e zanzare, ho da sempre una grande passione per la leggerezza e quindi per i gatti, massimi esperti della materia. Sono un'inguaribile ottimista e penso che autoironia e humour siano strumenti imprescindibili di resistenza umana. Cerco di trasmettere tutto questo ai miei figli che, come tutti i bambini, tendono a prendere le cose molto sul serio. Nel 2017 è uscito il mio primo romanzo, Alla rivoluzione in tram, sono diventata Life & Career Coach e ho iniziato a collaborare con Accademia della Felicità.

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