Abitudini e buoni propositi: come sceglierli e non fallire

Già Aristotele diceva che siamo quello che facciamo ripetutamente, a significare che le nostre abitudini ci definiscono.

Ci accompagnano quotidianamente e spendiamo la maggior parte del nostro tempo a seguirle. Il nostro cervello cerca di averne il più possibile, perché per lui sono azioni completamente automatiche, che compiamo senza pensarci o non più di tanto: questo gli fa risparmiare energia per riservarla per decisioni più importanti o per affrontare le novità. Questi schemi prestabiliti che chiamiamo abitudini aiutano il cervello a fare sempre le stesse cose, senza la necessità di pensare o di fare piani, perché quello che ha già imparato a fare va benissimo. Tutte le abitudini, da quelle positive a quelle più nocive, hanno come base questa nostra propensione ad attivare il pilota automatico tutte le volte che la situazione lo consente. Le abitudini funzionano secondo una logica molto semplice, quella del “se, allora”: se succede una cosa, allora fai quest’altra cosa. Ad esempio: se mi alzo allora bevo il caffè, se torno a casa allora accendo la televisione, se arrivo in ufficio allora saluto il collega di fronte. Sono azioni automatiche che non abbiamo bisogno di pensare o di pianificare: lo facciamo e basta. Sono anche molto semplici: a questo livello le abitudini non sono routine complesse, sono poco più di piccoli gesti ripetuti.

Proprio questo è uno degli errori che più facilmente si compie quando si cerca di cambiare abitudini: scegliamo di cambiare azioni troppo grandi, che richiedono troppa forza di volontà da opporre alla parte del nostro cervello che funziona in modo automatico e resiste al cambiamento perché vuole disperatamente risparmiare energia. Quindi, se vogliamo modificare le nostre abitudini, dobbiamo fare al nostro cervello la classica “proposta che non può rifiutare”, perché è troppo conveniente, alla nostra portata, facile e poco dispendiosa: dobbiamo scomporre i cambiamenti in parti più piccole, in azioni specifiche, semplici, poco faticose e ripetibili facilmente, altrimenti ci costeranno troppa energia. Magari inizieremo, ma alla fine la fatica prevarrà e abbandoneremo i buoni propositi. Fare una piccola azione ogni giorno è molto meglio, per costruire abitudini e favorire il cambiamento, che fare tutto in un giorno solo.

Un’altra cosa da ricordare è che stiamo lavoriamo per costruire abitudini, non per la perfezione: meglio qualcosa di piccolo e imperfetto ma fatto con costanza che una cosa sola, grande ma non ripetibile a lungo e che richiede troppa bravura. Come si fa a scegliere azioni di questo tipo? Dobbiamo pensare a qualcosa che riusciremo a fare anche se non ne abbiamo voglia, se la giornata è stata pesante e se siamo di malumore. Dobbiamo avere l’impressione che non ci costi nulla e che la faremo con la minima forza di volontà: solo così il nostro cervello accetterà l’affare e diventerà il nostro alleato. Non dobbiamo commettere però l’errore di pensare che se un’azione è piccola allora non conta niente o non vale la pena: al contrario, è il mattone su cui costruire il nostro cambiamento. Per fare un esempio: se abbiamo l’obiettivo di fare più movimento, è molto più utile pensare di poter camminare per una decina di minuti al giorno che avere il buon proposito di iscriversi in palestra e andarci tre volte alla settimana per due ore. Dopo un paio di mesi, probabilmente avremo sfruttato l’abbonamento alla palestra poche volte, mentre forse una breve camminata quotidiana è molto più semplice e l’avremo fatta quasi sempre. Una volta che sarà entrata nella nostra routine e non ci penseremo più, avremo la soddisfazione di occuparci del nostro corpo tutti i giorni e potremo passare a qualcosa di nuovo.

Quest’anno, quando scegliete i buoni propositi per l’anno nuovo, fatevi una proposta che non potrete rifiutare: una piccola cosa semplice e facile da fare ogni giorno per voi stessi.

Francesca Saracino

Autore: Francesca Saracino

Milanese per nascita, biologa per passione, viaggiatrice per indole, sono da sempre interessata a capire come funzionano la vita e la mente e a mettere a disposizione degli altri tutto ciò che imparo, leggo o scrivo. Ho frequentato il mondo accademico per dieci anni e poi quello farmaceutico. Ho lasciato l’azienda e ho deciso di diventare una coach professionista, per accompagnare altre persone lungo la strada della realizzazione dei propri sogni e dei propri obiettivi.

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