Il lato oscuro: abbracciarlo per essere felici

Alla fine di giugno ho partecipato al convegno annuale della società europea di psicologia positiva, cioè quella parte della psicologia che ha come obiettivo lo spostamento dell’attenzione da “come rimediare a un problema psicologico” a “come migliorare il proprio benessere”. Ci si focalizza quindi su termini come felicità e benessere e in generale su tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta: le emozioni positive sono quelle da ricercare e da coltivare. Non potevo non esserne affascinata: in fondo ho scelto di far parte nientemeno che di un’Accademia della Felicità!

Poi, invece, dopo tre giorni di appassionanti discussioni su come portare la felicità nella vita di ciascuno di noi, a scuola, sul lavoro, nelle relazioni, in famiglia, è salito sul palco il Dr. Itai Ivtzan, che ha intitolato la sua presentazione “come abbracciare il lato oscuro”. Ero molto incuriosita da cosa intendesse precisamente per lato oscuro e dal perché abbracciarlo ci avrebbe reso persone più positive. Non sono stata delusa.

Abbiamo spesso un concetto di felicità abbastanza ingenuo: pensiamo che per raggiungerla un primo passo da fare sia eliminare le emozioni negative come rabbia, paura, tristezza. In fondo, è logico: se non siamo tristi, arrabbiati, in preda all’ansia, allora siamo contenti. Spesso però non ci fermiamo a considerare il valore del nostro lato oscuro, cioè le emozioni che non ci fanno sentire felici, quelle che non vorremmo provare e di cui in fondo ci vergogniamo anche un po’. Prima di tutto bisogna constatare che purtroppo nella nostra vita le proveremo, non le possiamo cancellare e, se lo facessimo, perderemmo qualcosa.

Ad esempio, la rabbia è un’emozione che di base viene attivata per la difesa e per il mantenimento dell’equilibrio e delle funzioni essenziali: provate a non irritarvi quando state dormendo e qualcuno vi sveglia all’improvviso o se qualcuno minaccia voi o i vostri cari alzando la voce. Di per sé, quindi, segnala quando qualcosa di importante per noi sta per essere alterato in un modo che non vogliamo. Può essere un sentimento molto etico: se qualcosa in cui crediamo profondamente viene attaccato, è molto facile che ci arrabbiamo e passiamo all’azione per impedirlo. Se assistiamo a quella che per noi è un’ingiustizia, ci viene difficile trattenerci, almeno dal punto di vista emozionale. Ciò per cui ci arrabbiamo è ciò che non riusciamo a sopportare: è un altro modo per scoprire quello che per noi conta davvero.

Anche la tristezza è un’emozione che non vorremmo provare e in genere tendiamo a negare, perché presumiamo che solo la sua assenza voglia dire felicità. Essere tristi significa, in estrema sintesi, sentirsi privi di qualcosa o di qualcuno e sperimentare una condizione di mancanza, ad esempio per la perdita di una relazione, perché abbiamo smarrito un oggetto a cui eravamo affezionati o perché stiamo lasciando un lavoro o un’abitazione che ci hanno accompagnato per lungo tempo. Poter riconoscere e tollerare di percepire tristezza è quindi un’occasione spesso preziosa: è dalla mancanza che nasce il bisogno e il desiderio per qualcosa di nuovo. La tristezza può anche avere una funzione protettiva: essa comunica a noi e agli altri che qualcosa non va e che quindi abbiamo bisogno di conforto e aiuto.

Quindi anche i sentimenti che giudichiamo negativi hanno in sé qualcosa che ci può venire in aiuto: le emozioni non possono essere distinte semplicemente in buone o cattive, o da perseguire o da evitare. Anche quelle più oscure hanno qualcosa da insegnarci e non devono essere rifiutate in blocco.

Mentre diceva tutto questo, a me venivano in mente le lezioni del master in coaching sugli archetipi femminili e pensavo a Persefone e al suo viaggio negli inferi, luogo che sceglie di condividere con il suo sposo per sei mesi l’anno, e all’archetipo del mago, un personaggio che riconosce i suoi lati oscuri per trasformarli in ricchezza e completezza. Coglievo gli aspetti comuni: abbracciare le proprie ombre, le proprie emozioni meno felici per trarne conoscenza, consapevolezza e aiuto. In fondo, negare un parte di noi non ci rende né completi né felici, a lungo andare.

Francesca Saracino

Autore: Francesca Saracino

Milanese per nascita, biologa per passione, viaggiatrice per indole, sono da sempre interessata a capire come funzionano la vita e la mente e a mettere a disposizione degli altri tutto ciò che imparo, leggo o scrivo. Ho frequentato il mondo accademico per dieci anni e poi quello farmaceutico. Ho lasciato l’azienda e ho deciso di diventare una coach professionista, per accompagnare altre persone lungo la strada della realizzazione dei propri sogni e dei propri obiettivi.

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