A ciascuno il suo talento

 

Fino ai trent’anni il mio concetto di talento era legato a un concetto morale. Un talento era una capacità, una dote, che se non realizzavo, non utilizzavo, non mettevo a frutto allora ero colpevole di aver sprecato: non me lo meritavo e soprattutto dilapidavo un bene che mi era stato regalato senza alcuna considerazione per chi, con quel bene, non ci era nato. Capite dunque che il concetto di talento era un concetto pesante e faticoso, che si portava dietro tutta una serie di doveri, di fatiche e di giudizi, da quello morale a quello etico. Insomma, quasi quasi speravi di non averne di talenti, con tutta la fatica che si portavano dietro. Poi è arrivata la serie tv Mad Men e con questa una frase nuova sui talenti. A un certo punto, una madre, che commenta il tentativo della figlia di diventare attrice, dice al protagonista qualcosa del tipo: “È triste avere molte velleità e poco talento”. Quella frase è iniziata a ronzarmi in testa molto insistentemente e lì si è fermata. Il talento è quindi diventata una condizione necessaria per il successo e una specie di biglietto della lotteria, qualcosa che ti spalanca le opportunità della vita e che è molto legato al concetto di fortuna. Se ce l’hai bene, sei fortunato e puoi andare avanti, se non ce l’hai mi spiace, ma non c’è nulla da fare.

Col tempo questa convinzione ha cominciato lentamente a trasformarsi fino a trovare un nuovo riferimento. Recentemente ho visto A star is born. Non è una storia nuova, è la quarta volta che il cinema racconta la vicenda di un uomo famoso che si innamora di una ragazza con grandi doti e le apre la strada per diventare una star. Ma è la prima volta in cui ho sentito parlare di talento in questi termini: “Look, talent comes everywhere. Everybody’s talented, fucking everyone in this bar is talented at one thing or another. But having something to say and a way to say it so that people listen to it, that’s a whole other bag“. Che poi in italiano fa così: “Guarda, il talento è dappertutto. Tutti hanno talento, anche in questo dannato bar, tutti hanno talento per una cosa o un’altra. Ma avere qualcosa da dire e dirla in modo che la gente ti ascolti è un altra faccenda“.

Mi piace molto questa frase e penso che ben rappresenti la mia attuale idea di talento. Il talento non è un dovere morale, né un dono raro: il talento ce l’hanno tutti. Il talento non è qualcosa di strettamente legato alla dimensione dell’arte e neppure a quella del successo. Il talento è comune a tutti e singolare a ciascuno. Il talento è una specie di impronta digitale. Rende speciali non tanto perché è raro, ma piuttosto perché ognuno ha il suo. La parte artistica sta in quel “avere qualcosa da dire e dirla in modo che la gente ti ascolti”, ma non essendo mio interesse diventare artista e neppure quello della maggior parte delle persone che incontro, la parte che più mi colpisce della citazione è il riferimento al bar: nello specifico, un bar notturno, pieno di gente sbronza, a cui difficilmente attribuirei il concetto di talento. Eppure anche in tutte le persone presenti in quel bar c’è del talento.

La cosa quindi interessante diventa capire quale sia il talento di ciascuno, ammesso poi che se ne debba avere uno solo. Sicuramente abbiamo un talento quando ogni volta che facciamo una determinata attività la facciamo bene, ma questa non è la condizione unica. La condizione necessaria per individuare un talento è la facilità. Un talento è qualcosa che facciamo facilmente, con scioltezza, che abbiamo sempre fatto facilmente, perché fondamentalmente è qualcosa che non abbiamo mai veramente dovuto imparare, ma qualcosa che abbiamo scoperto di saper fare mentre la facevamo. (Per molti esiste anche il piacere come condizione necessaria al talento, ma dopo aver letto Open di Agassi anni fa non ne sono più così sicura. Il suo talento per il tennis è innegabile, ma lungo tutto il libro questo campione continua a ripeterci quanto odi il tennis, per cui questo aspetto non mi sento di darlo per certo).

Tutto questo ha molto alleggerito la mia vita: ho iniziato a pensare alle cose che sapevo fare discretamente bene e che mi venivano facili, ho iniziato a capire che il fatto che mi venissero facili non voleva dire che erano attività elementari di per sé ma che forse lo erano solo per me, ho iniziato quindi prima a riconoscermi un’abilità e poi a chiedermi cosa ne volevo e potevo farne, senza dover per forza trasformarla in una missione o in una performance.

Alcuni anni fa ho capito che il fatto che mi venissero bene le torte non dipendeva solo dal fatto che seguivo una buona ricetta, e mi sono dovuta arrendere al fatto che ho un talento per la pasticceria. Questo non vuol dire che sono Cèdric Grolet, l’attuale miglior pasticcere al mondo (se vi interessa, date un occhio al suo account Instagram per rendervi conto del genio e della maestria), e neppure che mi interessa diventarlo (ho abbandonato l’idea di fare la pasticcera quando ho realizzato a che ora si alzano i pasticceri), non vuol dire che la prima volta che ho preso in mano la planetaria ero in grado di fare un dolce per un concorso di pasticceria, come non vuol dire che la prima volta che ho preparato una torta per un evento non mi sia costato fatica e sudore e anche qualche imprecazione, non vuol dire che a volte non commetta errori quando preparo un impasto. Vuol semplicemente dire che per me fare i dolci è facile e mi vengono mediamente bene, che se studiassi e mi dedicassi a questa attività con dedizione e tenacia i dolci mi verrebbero ancora meglio, che non per forza devo vivere di questo e non per forza devo essere la migliore e che qualche volta possono pure non venirmi così bene come mi vengono di solito, ma questo non cambia nulla.

Per me è solo questo: riuscire ogni volta (o almeno la maggior parte delle volte) a fare qualcosa bene e facilmente. Tutto il resto erano convinzioni che ci ho aggiunto io e che ho dovuto lottare per eliminare, perché fondamentalmente impedivano a me stessa di legittimare una mia capacità e mi mettevano sempre in una condizione di inadeguatezza. E se c’è una cosa di cui sono certa è che sentirsi inadeguati non è un ingrediente per una vita felice.

Vera Martinelli blog adf

Autore: Vera Martinelli

Credo nella precisione scientifica della pasticceria, nella mia amata Bologna, nell’epica dello sport, nella necessità di ozio, nei rossetti rossi, nei film francesi, in Cocò Chanel, nei fumetti di Little Nemo, nell’alchimia come sentiero di crescita personale, nell’importanza della musica inglese, nella ricerca continua, nei musical al cinema, nel cambiamento, nella supremazia felina, nei percorsi non lineari, nei whisk(e)y torbati, nella luce radente di Caravaggio, nell’ironia e nella leggerezza, in Gino Bartali, nell’assoluta perfezione di tutto ciò che a prima vista appare imperfetto, nella forza e nel suo lato oscuro, nell’almeno il 5% di buono presente in ciascun individuo, nella meditazione, nei passatelli in brodo, che la bellezza salverà il mondo, che la fantasia è un posto dove ci piove dentro e che la narrazione abbia un potere salvifico. Ho fatto molti lavori e alla fine ho capito che avevano tutti a che fare con le persone. Dopo anni di timori ho ammesso a me stessa che volevo che proprio le persone diventassero il mio lavoro. Sto cercando di diventare coach e mentre allevo due giovani padawan studio psicologia perché il sapere non ha mai fine.

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