La felicità professionale individuale: cos’è e come conquistarla

Nel corso di una conversazione con un’amica che considero una tra le persone più talentuose e preparate che io conosca ho sentito questa frase: “non ho il carattere per fare carriera, non è per me, non mi interessa”. Non mi trovavo di fronte al non così raro caso della volpe e l’uva, conosco la sua storia e so che avrebbe tutte le possibilità e le opportunità per gettarsi nella mischia. Pronunciava queste parole e intanto io pensavo che la sua affermazione è il frutto di una grande consapevolezza dei suoi bisogni.

Un’altra amica è un talento della vendita e sono da sempre convinta che qualsiasi sua attività imprenditoriale potrebbe essere un eclatante successo, eppure lei vende per altri con un contratto da dipendente che le offre quello a cui tiene di più: la sicurezza.

In anni di azienda mi è capitato spesso di lamentarmi se non arrivava una promozione, dicendo che il mio stipendio era assolutamente soddisfacente per le mie necessità, ma che avevo sete di segnali di apprezzamento. Non ambivo ad avere più soldi ma al riconoscimento.

Tre casi completamente diversi l’uno dall’altro, che esprimono bisogni differenti per ottenere soddisfazione e felicità professionale.

Scoprire e accettare i bisogni autentici

Per capire che la felicità professionale è una faccenda individuale è stato necessario abbandonare quella logica standardizzata che ci vuole tutti in pista con il coltello fra i denti e felici solo se arriviamo agli obiettivi che il percorso prevede: scalare la gerarchia aziendale, aumentare il fatturato, essere riconoscibili.

Fare carriera è un desiderio legittimo e nobile quanto decidere che non ci interessa. Stare nel piccolo è potenzialmente pericoloso e soddisfacente quanto costruire realtà più diffuse.

  • Quali sono gli ingredienti fondamentali per la felicità sul lavoro e nella vita? Sono per tutti uguali?
  • È sufficiente esercitare il proprio talento per essere felici?
  • Quanto la felicità professionale dipende da noi e quanto dal contesto?

Per chi si occupa del talento (del proprio o di quello degli altri) e della felicità professionale, queste domande sono un passaggio obbligato.

Le aziende misurano il livello di felicità delle persone in organico attraverso indicatori indiretti come la produttività, la qualità o il turn-over, o diretti come sondaggi aziendali. Da ultimo, inutile non citarlo, la felicità professionale è indissolubilmente collegata alla resa economica e commerciale.

Chi lavora, sia che si tratti di un dipendente che di un libero professionista, ha una percezione ondivaga (altalenante ndr) della sua felicità. La grana del giorno, l’umore del capo, un pagamento che non arriva o un cliente inatteso, diventano spesso l’ago della bilancia in grado di indurci a considerare la nostra situazione alternativamente pessima o ottima.

Una mancata promozione o un contratto che “salta” scatenano spesso stati d’animo di sconforto. Quando ai meccanismi di mercato aggiungiamo fattori economici generali, come una crisi economica e del mercato del lavoro, è difficile individuare prospettive di soddisfazione. La percezione è quella di essere in trappola, condannati all’infelicità, legati a una attività che non ci soddisfa o a una situazione senza vie d’uscita.

Non voglio qui ribadire che una via alternativa esiste. Il coaching serve proprio a questo, a intraprendere e perseguire il cambiamento. Quello che è importante è avere gli strumenti per una valutazione oggettiva e attenta ai bisogni e alle caratteristiche proprie di ognuno di noi.

Gli ingredienti della felicità sul lavoro

Quando si attiva un processo di cambiamento è necessario, oltre a un percorso approfondito di Personal Foundation, fare una valutazione più scientifica della situazione che si vive.

Ecco un sistema semplice ma strutturato che ci può aiutare a valutare la nostra felicità sul lavoro al di là degli avvenimenti estemporanei.

Individuiamo i componenti che determinano il benessere sul lavoro.

  • Compenso economico
  • Livello di stabilità
  • Qualità delle relazioni
  • Riconoscimento dei risultati
  • Realizzazione del talento

Sicuramente qualcuno avrà riconosciuto una versione adattata della piramide di Maslow. E sì, questa è la base di partenza della analisi, ma è importante optare per una prospettiva orizzontale anziché gerarchica.

Infatti, ragionare per livelli successivi di acquisizione ci obbliga a tenere in stand by i nostri bisogni più autentici nella presunzione che siamo tutti uguali, conformati ad un modello standard.

È chiaro che la soddisfazione economica non ha per tutti la stessa rilevanza, così come la necessità di riconoscimento esterno. La stessa esigenza di espressione del talento, coinvolgimento o autonomia non è omogenea tra gli individui e questo non dipende da quanto talento il destino ci ha riservato ma dalla nostra complessità e unicità.

Quando parliamo di artisti che hanno vissuto in estrema povertà e il cui talento è stato riconosciuto solo in tarda età o addirittura dopo la loro morte, ci chiediamo sempre perché il destino è stato con loro tanto ingrato ma mai se sono stati felici delle giornate in cui hanno creato le loro opere.

Se per ogni componente è possibile individuare il livello di soddisfazione, è perché abbiamo in mente quali sono i nostri bisogni e l’importanza che hanno per noi. E conseguentemente è possibile fissare gli obiettivi corretti per conquistare la nostra felicità professionale e scegliere eventualmente il percorso di coaching più utile per noi.

Angela Salvatore

Autore: Angela Salvatore

La mia vita è un’entusiasmante camminata sul filo, alla ricerca dell’equilibrio tra la mia anima creativa e la mia parte più rigorosa, senza perdere mai di vista l’obiettivo dell’eccellenza. A sedici anni ho intrapreso il mio percorso nel teatro studiando e lavorando con artisti che hanno scritto la storia.
 Laureata in Storia del cinema, negli anni sono stata attrice, regista e autrice teatrale, ho condotto inoltre numerosi laboratori per adulti e bambini.
Qualche anno più tardi sono entrata in azienda, dove mi sono occupata a lungo di Communication e di HR, per approdare infine nel mondo dell’Information Technology. Attualmente sono responsabile di progetti internazionali in ambito di Intranet Business Application per una multinazionale.
 Dal 2015 sono PMP® (Project Management Professional) certificato presso il Project Management Institute. Nel 2016 ho frequentato il Master in Coaching di Accademia della Felicità: il coaching rappresenta il fil rouge della mia variegata esperienza, fatta di scrittura, teatro, conoscenza dei processi aziendali, il tutto all’insegna di un orientamento tenace e positivo ai risultati. Sono coach abilitato, ho 47 anni, vivo a Torino e la mia passione sono  le storie e l’arte del raccontarle. Amo i viaggi, la letteratura e il cinema.

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