Great Solution: la sostenibilità oltre la Great Resignation

Ci sono alcune espressioni che diventano virali nel corso di alcune fasi storiche. In questo momento due fra le più inflazionate sono Sostenibilità e Great Resignation.

Sostenibilità è un termine a cui si ricorre soprattutto quando si parla di ambiente e di crisi climatica, ma non riguarda solo l’interazione con la natura. In una visione più ampia, risalendo ad un significato generale, con il termine sostenibilità si indica la capacità, di una determinata attività o processo di resistere (ed esistere) in maniera relativamente continua.

Great Resignation, invece, è un’espressione anglofona con la quale si indica il fenomeno recentissimo che spinge moltissimi lavoratori a lasciare il posto di lavoro. Ha catturato l’attenzione di moltissime discipline: dell’economia, della psicologia e del coaching prime fra tutte. Ne ho scritto io stessa su questo blog e lo ha fatto anche Francesca Zampone. È impossibile non parlarne in questo periodo, soprattutto per chi si occupa di orientamento professionale e di mercato del lavoro.

Qual è il rapporto tra queste due espressioni e perché è importante che siano considerate entrambe? Come coach mi considero un artigiano dell’orientamento che si occupa della prospettiva individuale in ambito professionale e di vita, e per questo ti propongo un punto di vista più “piccolo”, al di là dei numeri roboanti delle statistiche.

La proliferazione di contributi, anche di valore, su questo tema confonde e crea i presupposti per scatenare fenomeni di emulazione indiscriminata. È proprio per prevenire questa tendenza che è importante considerare alcuni aspetti.

Il contesto del fenomeno della Great Resignation

Il fenomeno delle Great Resignation, checché se ne scriva, è un fenomeno che si è diffuso negli USA a seguito della pandemia e che sta arrivando piano piano (in realtà molto lentamente) e con numeri nettamente più modesti nella vecchia Europa e in Italia.

Nel mio lavoro mi confronto spesso con il bisogno di sicurezza delle persone e, nonostante appaia ormai obsoleto il concetto di “posto fisso”, siamo ancora molto lontani da quello che accade Oltreoceano dove, per esempio, la buona uscita in caso di licenziamento viene negoziata al momento dell’assunzione o dove la mobilità sul territorio è considerata normale. Esiste addirittura una categoria di lavoratori che vivono nelle case mobili e si spostano continuamente per raggiungere le aziende che offrono lavoro stagionale.

In Italia, nella maggior parte dei casi, tra le caratteristiche di un “buon lavoro” è inclusa la facile raggiungibilità del luogo di lavoro. La vicinanza alla famiglia, magari a quella di origine e l’abitazione di proprietà sono ancora punti qualificanti nella definizione della qualità della vita.

Non siamo indietro, siamo diversi. In ultimo, ma importantissimo, è doveroso considerare che le crisi del mercato del lavoro sono di lenta risoluzione rispetto all’effervescenza del mercato del lavoro americano.

Le motivazioni della Great Resignation

La pandemia ci ha costretti a cambiare le nostre abitudini. Per molti lavoratori questo ha significato che percorsi di carriera che sembravano scolpiti nel marmo sono stati messi in discussione. Chi aspettava una promozione è stato messo “in pausa”. Le aziende si sono trovate a gestire situazioni straordinarie e non previste, spesso a fare investimenti importanti, ma le sue persone (le risorse umane) si sono misurate con riflessioni nuove.

La pandemia ha indotto milioni di persone a domandarsi cosa è veramente importante e a considerare il proprio lavoro in un’ottica diversa.

Quale significato può avere lavorare in perenne sovraccarico, magari sottopagati, non valorizzati, gestiti da un management non attento o pessimo che intossica il clima?

Quale significato può avere il “sacrificio” se non c’è un premio finale (nella forma di un riconoscimento monetario o personale) e soprattutto se la maggior parte delle attività extralavorative percepite come gratificanti non è accessibile?

Per moltissimi la risposta è stata domandarsi “chi me lo fa fare?” e, a questo punto, dall’essere affascinati dall’idea di gettare tutto all’aria a essere parte del popolo della Great Resignation il passo è breve.

Altolà! Fermiamoci un attimo. Questo è il momento di ragionare sulla sostenibilità della tua scelta.

La percezione generale è che per vivere in modo soddisfacente servano meno soldi di quanto pensavamo. Magari è vero, ma occorre proiettarsi oltre il mondo ancora intriso delle limitazioni imposte dalla pandemia e valutare se davvero non è importante per noi andare a cena fuori, comprare un libro, farci un regalo, acquistare un abito o fare una vacanza magari Oltreoceano (scegli tu quale oceano).

Siccome il coaching accompagna il cambiamento, ti chiedo di fare uno sforzo e di immaginare il tuo “dopo” come un progetto che getti le basi per un nuovo stato favorevole, migliorativo e duraturo, insomma sostenibile.

Punta sulla Great Solution

Non si costruisce il cambiamento sulla fine di qualcosa, si costruisce sulla nascita, su un progetto.

Quindi, se stai pensando alle tue Great Resignation, fermati un attimo e prova a pensare alla tua Great Solution per non diventare un numero in un esercito censito da una statistica ma un unicum in una storia speciale e irripetibile, la tua.

Non esistono formule, percorsi predefiniti ed equazioni buone per “raddrizzare” le situazioni.

  • Come vuoi disegnare la tua vita?
  • Quali sono gli ingredienti della tua felicità?
  • Come si ottiene tutto questo?

Per prima cosa affermando te stesso e la tua unicità, e prendendo le distanze dalle “mode” che suggeriscono scelte senza consapevolezza e decidendo chi vuoi essere nella tua vita e come vuoi fare la differenza per te e per gli altri.

Difficile? Complicato? Certamente.

Impossibile? Assolutamente no.

Il coaching serve anche a questo: scegliere la tua Great Solution sostenibile di cui la Great Resignation è solo una piccola tappa!

Angela Salvatore

Autore: Angela Salvatore

La mia vita è un’entusiasmante camminata sul filo, alla ricerca dell’equilibrio tra la mia anima creativa e la mia parte più rigorosa, senza perdere mai di vista l’obiettivo dell’eccellenza. A sedici anni ho intrapreso il mio percorso nel teatro studiando e lavorando con artisti che hanno scritto la storia.
 Laureata in Storia del cinema, negli anni sono stata attrice, regista e autrice teatrale, ho condotto inoltre numerosi laboratori per adulti e bambini.
Qualche anno più tardi sono entrata in azienda, dove mi sono occupata a lungo di Communication e di HR, per approdare infine nel mondo dell’Information Technology. Attualmente sono responsabile di progetti internazionali in ambito di Intranet Business Application per una multinazionale.
 Dal 2015 sono PMP® (Project Management Professional) certificato presso il Project Management Institute. Nel 2016 ho frequentato il Master in Coaching di Accademia della Felicità: il coaching rappresenta il fil rouge della mia variegata esperienza, fatta di scrittura, teatro, conoscenza dei processi aziendali, il tutto all’insegna di un orientamento tenace e positivo ai risultati. Sono coach abilitato, ho 47 anni, vivo a Torino e la mia passione sono  le storie e l’arte del raccontarle. Amo i viaggi, la letteratura e il cinema.

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