Cosa possono insegnare le fiabe a un Manager

Il Piccolo Principe di Antoine de Saint -Exupéry mi accompagna da quando avevo 8 anni. Pubblicato per la prima volta nel 1943, il libro racconta di un aviatore che, precipitato col suo aereo nel deserto del Sahara, incontra un bambino arrivato sulla terra dopo numerose avventure in giro per lo spazio, dove, saltando da un asteroide all’altro, ha incontrato i personaggi più strani.

Per me non è solo una fiaba, ma un’autobiografia, l’allegoria di una storia d’amore, la metafora del viaggio di trasformazione e di crescita personale… Ed è anche, a dire il vero, uno strumento prezioso per leggere in modo alternativo alcuni aspetti della gestione aziendale.

Il Piccolo Principe può regalare a un manager alcuni spunti di riflessione interessanti. Qui ve ne racconto due.

Riconosci il tuo baobab e prenditene cura

Nel corso della mia esperienza lavorativa ho gestito numerosi progetti più o meno complessi. È stato quindi fondamentale per me concentrarmi sull’organizzazione delle priorità, sulla gestione del tempo e imparare a tenere il focus sugli obiettivi da raggiungere nel breve, medio e lungo periodo. Esistono a tale proposito diverse efficaci metodologie di time management: penso ad esempio alla Matrice di Eisenhower (che fa matematicamente dividere il tempo in quattro quadranti nei quali classificare le attività urgenti, non urgenti, importanti e non importanti), ma anche al metodo MoSCoW (che aiuta a dare priorità alle attività in base alle categorie must, devo; should, dovrei; could, potrei; want, voglio), o ancora a quello definito “small & large stones” (secondo cui, se non mettiamo nel vaso per primi i sassi più grossi, ovvero i più importanti, non ce li faremo entrare mai). Il Piccolo Principe ne suggerisce uno nuovo: il Baobab.

Qualche volta è senza inconvenienti rimettere a più tardi il proprio lavoro. Ma se si tratta dei baobab è sempre una catastrofe”.

Abbiamo tutti una certa quantità di energia a disposizione e, tuttavia, non è inesauribile: è fondamentale, dunque, che ci abituiamo a valutare con attenzione le nostre “riserve”. Quante volte pretendiamo da noi stessi di riuscire a portare avanti contemporaneamente più attività? Quante volte ci sentiamo talmente oberati che non sappiamo da dove cominciare? In questi casi i rischi sono molteplici:

  • potremmo riuscire a fare tutto, ma niente bene
  • potremmo riuscire a cominciare tutto, ma a completare solo una parte delle attività
  • potremmo addirittura bloccarci di fronte alle numerose attività da svolgere, senza riuscire a fare assolutamente niente, se non entrare in confusione

Portandoci addosso anche un profondo senso di frustrazione e fallimento, accompagnato a quello stato di stress mentale che ci riempie la testa, tanto da non avere più spazio per goderci tempo e silenzio.

L’energia impiegata per realizzare contemporaneamente più attività, non sempre e non tutte ad alto valore aggiunto, è uno sforzo perso per sempre. È necessario definire un ordine corretto delle attività e concentrarsi su di esse, una per volta.

È una questione di disciplina (…) Quando si ha finito di lavarsi al mattino, bisogna fare con cura la pulizia del pianeta. Bisogna costringersi a strappare regolarmente i baobab appena li si distingue dai rosai ai quali assomigliano molto quando sono piccoli. È un lavoro noioso, ma facile”.

La maggior parte delle volte, le nostre to do list quotidiane contengono attività tutte molto urgenti, benché prive di effettivo significato e, quel che è peggio, continuano senza sosta ad alimentarsi. Il risultato, con il trascorrere delle settimane, è che i “semi cattivi” delle emergenze riempiono sempre più le nostre giornate , fino definitivamente a infestarle. Diventa necessario scegliere correttamente le attività più importanti della giornata e concentrarsi prima di tutto su di esse, una per volta, perché “colui che insegue due conigli, non sarà in grado di catturarne nemmeno uno” (Confucio).

Possiamo darci un’infinità di regole e di metodi per gestire il tempo correttamente. Il senso però rimane sempre e soltanto uno: scopri qual è il TUO baobab e prenditene cura, sradicando con disciplina quelli che non ti servono e che potrebbero alla lunga toglierti spazio e tempo.

Non chiedere a un generale di trasformarsi in uccello marino

Parto da due assunti di base:

  1. È interesse di ogni manager che i componenti del suo team ne riconoscano l’autorità;
  2. È interesse di ogni Organizzazione che l’autorità dei propri manager venga riconosciuta da tutta la popolazione aziendale.

Ed ora vi invito a riflettere: se un manager è riconosciuto come “autoritario”, può essere al contempo considerato “saggio” e “autorevole”? Quante volte ci troviamo a dover lavorare PER manager più attenti a soddisfare le richieste dei propri capi, tralasciando invece le esigenze del proprio team di lavoro? In quante occasioni i nostri manager ci hanno sovraccaricati di attività, senza tenere conto realmente delle nostre competenze?

Anche in questo caso, il Piccolo Principe fornisce una interessante lezione sulla leadership.

Se ordinassi a un generale di trasformarsi in un uccello marino, e se il generale non ubbidisse, non sarebbe colpa del generale. Sarebbe colpa mia. (…) Bisogna esigere da ciascuno quello che ciascuno può dare. L’autorità viene accettata quando si basa prima di tutto sul buon senso e sulla ragione”.

Penso che la differenza tra manager autoritario e manager autorevole sia tutta sintetizzata in queste righe.

Un manager autorevole e saggio non pretende mai che qualcuno del suo team si adoperi in attività che non è portato a svolgere. Al contrario, conosce profondamente i punti di forza delle persone che lavorano CON lui e li valorizza.

Quando accende il suo lampione, è come se facesse nascere una stella in più, o un fiore”.

Possiede quella che lo psicologo statunitense Daniel Goleman definisce “intelligenza emotiva”: ascolta con attenzione le persone del team, comunica (nel senso etimologico di “mettere in comune”, “rendere partecipe”) con loro costantemente, valuta tutte le possibili conseguenze rispetto all’aver preso o meno una decisione, con empatia e abilità sociale.

È in grado di costruire un rapporto forte sia con i propri capi sia con i collaboratori, creando così un ponte, un collegamento permanente, attraverso cui metaforicamente far emergere le competenze, le potenzialità e il valore di ciascun componente del team di lavoro, in modo da garantire la qualità e l’efficacia nel raggiungimento dei risultati attesi dall’organizzazione.

Il mondo aziendale è sicuramente uno spaccato di vita che ci consente di interagire (e scontrarci anche!) con una varietà di persone, caratteri e stili manageriali: possiamo, in questo senso, risultare vincitori di importanti contest aziendali; possiamo essere portati come esempio di best practice perché abbiamo battuto il record di fatturato previsto per l’anno in corso; possiamo aver costruito o meno un rapporto solido con il nostro team di lavoro; possiamo aver coordinato un importante cambiamento organizzativo … Possiamo aver contribuito a una serie di operazioni core in azienda, ma nessun risultato può mai dirsi pienamente raggiunto senza che ci siamo assunti la completa responsabilità di svolgere bene e felicemente il nostro lavoro e, in quanto manager, di fare in modo che ogni singola persona della squadra, senta di svolgere bene e felicemente il proprio lavoro.

Il Piccolo Principe ci svela il suo segreto: “tu diventi responsabile per sempre di quello che hai addomesticato. Tu sei responsabile della tua rosa…”.

 

Margaret Capozzi

Autore: Margaret Capozzi

Appartengo al mare cristallino del Sud Italia, ma Milano mi ha adottata da qualche anno. Ed appartengo alla musica jazz, perché per me è l’espressione del tempo. Non posso fare a meno della cioccolata, mi piace ridere, e ritengo fondamentale confrontarmi continuamente con tutto ciò che è altro da me, per costruire e non smettere mai di imparare. Ho 39 anni, nel 2004 ho conseguito a Bari la Laurea in Letteratura Teatrale Italiana e, subito dopo, il Master in Risorse Umane e Organizzazione ISTUD. Nel 2017 ho frequentato il Master in Coaching di Accademia della Felicità. Da quindici anni mi occupo di HR ed oggi faccio l’Head Hunter, che in italiano suona “cacciatore di teste”, benché io preferisca definirmi “scopritore di talenti”: sono certa, infatti, che ciascuno di noi abbia le potenzialità per fare tutto ciò che desidera, e mi piace l’idea di aiutare l’altro da me a tirarle fuori dal cassetto.

Commenta l'articolo

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.