Consapevolezza dei Bias: una competenza per essere un manager

Aspiri a diventare un manager? Non vedi l’ora che la tua organizzazione ti promuova a guidare un team? Magari sei appena stato/a promosso/a e hai la certezza che il tuo gruppo di lavoro funzionerà molto bene e che non cadrai negli errori che hai osservato negli anni.

Proprio così, appena assunto il nuovo ruolo ognuno di noi spende il primo periodo a impostare i rapporti e le relazioni all’interno del team di lavoro. Le intenzioni sono buone; non è sempre facile, ma sei certo delle tue capacità e della tua obiettività di giudizio.

Dopo qualche tempo, però, potresti avere la sensazione che il tuo team lamenta comportamenti che rimproveravi al tuo manager. Cosa è successo? Ti sei perso per strada oppure le tue risorse sono ingrate?

Niente di tutto questo: probabilmente devi solo aggiustare il tiro dedicando un po’ di attenzione ai bias che condizionano i tuoi comportamenti.

I Bias e il mondo del lavoro

Bias è un termine che ha come origine la parola del francese antico biais che significava “obliquo” o “inclinato” da cui traiamo il senso di “distorto”. In italiano è tradotto in modo insoddisfacente con “pregiudizio” e soprattutto quando si usa il vocabolario di management si ricorre all’originale Bias, arrivato nel nostro paese come anglicismo a partire dagli Anni ’70 grazie agli studi degli psicologi Kahneman e Tversky (“Heuristics and Bias Program”), che intendevano di far luce sui meccanismi con i quali gli esseri umani prendono decisioni in contesti caratterizzati da ambiguità e incertezza.

Tra le caratteristiche fondamentali di un buon manager c’è la capacità decisionale che deve contare su tre attributi fondamentali:

  1. velocità
  2. efficacia
  3. equità

I bias cognitivi assicurano al manager la capacità di prendere decisioni rapide ed efficaci. Sono la base sulla quale ognuno di noi costruisce la propria mappa del mondo, lo sguardo soggettivo con cui interpreta e reagisce agli stimoli esterni.

Si sono sviluppati nel corso dell’evoluzione e sono soggetti a una logica di ottimizzazione energetica. L’essere umano segna la sua differenza sulle altre specie viventi sulla capacità strategica e di elaborazione delle informazioni, ma è vero che i processi di elaborazione delle informazioni sono dispendiosi a livello energetico e sono stati ottimizzati dall’introduzione di equazioni che funzionano come presupposti.

I bias sono funzioni logiche estremamente efficaci che aiutano il cervello a semplificare la complessità delle informazioni a cui è sollecitato. Si tratta di meccanismi vitali che aiutano nell’interpretazione. Purtroppo la semplificazione estrema del processo crea agenti distorsivi della realtà che possono impattare sulla imprescindibile equità di giudizio che un manager deve esprimere, divenendo poco funzionali agli obiettivi dell’organizzazione. I bias non si possono eliminare ma rischiano di diventare vere e proprie gabbie interpretative che remano contro il raggiungimento del risultato e l’armonizzazione di un team.

Quando i Bias diventano dannosi

I bias, dunque, sono un requisito per essere efficienti e reattivi ma devono essere “sorvegliati”. Il manager ha il compito di non perdere di vista il rischio di scadere in errori di valutazione e imprecisioni soprattutto nei riguardi delle persone del suo team. La chiave come sempre è la consapevolezza per identificare e mettere in discussione i comportamenti e prevenire la sensazione di essere vittime di “pregiudizi” dannosi.

Se i bias sono le fondamenta di quello che nel coaching chiamiamo credenze limitanti del management, sviluppare la consapevolezza sui bias è una delle aree di lavoro del coaching in azienda. Sono stati censiti accuratamente almeno 200 Bias, ma in questo articolo vorrei proporre una riflessione sui su quelli che possono affliggere il rapporto tra il manager e il team.

Affinity Bias

Ti sarai certo accorto di avere più facilità a intenderti con le persone con cui condividi un background simile, ad esempio chi proviene dalla tua regione, o ha frequentato la tua stessa università o tifa per la tua squadra del cuore. Questo bias è noto come Affinity Bias (noto anche come similarity bias) e crea legami preferenziali all’interno di un gruppo di lavoro e sottogruppi, e diffidenza verso chi non ne fa parte.

Come puoi disinnescare questo meccanismo? Ascoltando. La curiosità è un potente antidoto rispetto a questo bias e valorizza le differenze tra i membri del team anziché essere un principio di esclusione.

Bias di attribuzione

Ogni individuo è portato ad attribuire i successi alle proprie capacità e gli insuccessi alle condizioni esterne che condizionano la performance. Quindi è difficile riconoscere i risultati degli altri. I team sono afflitti dal dubbio delle preferenze proprio perché è complicato comprendere dove abbiamo sbagliato. “Sarà la fortuna” o “chissà chi ha aiutato” o, ancora peggio, soprattutto se si tratta di una donna, “chissà di chi è amica/o” sono sussurri che avvelenano l’ambiente di lavoro.

Come puoi disinnescare questo meccanismo? Con la trasparenza. Dedicare tempo e attenzione agli errori e ai successi delle tue persone significa condividere un’analisi oggettiva dei risultati e dei fattori personali e non che hanno portato a ottenerli.

Bias di conformità

Il bias di conformità (noto anche come Choice-supportive biaswagon effect) è la tendenza delle persone conformare il proprio giudizio a quello del gruppo di cui fanno parte. Questo bias agisce sul lavoro nei confronti delle persone ma anche nelle attività. Capita che i membri dei gruppi siano indotti a desiderare tutti determinate mansioni in barba a quelli che sono i loro reali talenti. La cosiddetta voce fuori dal coro è preziosa per le organizzazioni ma è spesso soffocata dalla mancanza di consapevolezza su questo bias.

Come puoi disinnescare questo meccanismo? Nelle riunioni esprimi la tua valutazione per ultimo e fai in attenzione che sia sull’attività anziché sulla persona; il gruppo può imparare a non generalizzare ma deve essere il manager a tracciare il metodo. In questo modo sfrutterai il bias di conformità per ispirare un’abitudine che è una buona prassi.

Bias Blind Spot

Se leggendo le descrizioni dei bias ti sei sentito al sicuro, certo che non siano un tuo problema, molto probabilmente sei vittima del più insidioso dei bias: il Bias Blind Spot che è quella “illusione introspettiva” che ci induce a considerarci obiettivi e capaci di identificare, evitare o gestire i bias.

Avrai capito che occuparsi di bias è come entrare nella casa degli specchi di un vecchio luna park e soprattutto che non ha alcun senso partire con una crociata per liberare le nostre menti da questi meccanismi che sono vitali per la nostra sopravvivenza, ma è importante domandarsi – cosa mi porta ad assumere questo atteggiamento?

Se la risposta arriva veloce, istintiva e chiara come un’equazione, beh, quello è il momento di fermarsi e applicare un rigoroso processo di critical thinking, che ci può rendere consapevoli dei bias di elezione e aiutarci a disinnescare gli effetti dannosi.

Angela Salvatore

Autore: Angela Salvatore

La mia vita è un’entusiasmante camminata sul filo, alla ricerca dell’equilibrio tra la mia anima creativa e la mia parte più rigorosa, senza perdere mai di vista l’obiettivo dell’eccellenza. A sedici anni ho intrapreso il mio percorso nel teatro studiando e lavorando con artisti che hanno scritto la storia.
 Laureata in Storia del cinema, negli anni sono stata attrice, regista e autrice teatrale, ho condotto inoltre numerosi laboratori per adulti e bambini.
Qualche anno più tardi sono entrata in azienda, dove mi sono occupata a lungo di Communication e di HR, per approdare infine nel mondo dell’Information Technology. Attualmente sono responsabile di progetti internazionali in ambito di Intranet Business Application per una multinazionale.
 Dal 2015 sono PMP® (Project Management Professional) certificato presso il Project Management Institute. Nel 2016 ho frequentato il Master in Coaching di Accademia della Felicità: il coaching rappresenta il fil rouge della mia variegata esperienza, fatta di scrittura, teatro, conoscenza dei processi aziendali, il tutto all’insegna di un orientamento tenace e positivo ai risultati. Sono coach abilitato, ho 47 anni, vivo a Torino e la mia passione sono  le storie e l’arte del raccontarle. Amo i viaggi, la letteratura e il cinema.

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