Talento e Intelligenza Emotiva

Esiste un legame tra il talento e l’Intelligenza Emotiva. Le emozioni sono la migliore risorsa che possiamo spendere nella realizzazione del nostro talento e allo spesso tempo possono essere il peggior nemico.

Il talento è un affare per persone emotivamente intelligenti

Sappiamo che il talento è una predisposizione individuale e innata verso una certa attività, che l’individuo svolge con facilità, qualità e soddisfazione, che ricarica l’energia e che è riconosciuta dalle persone che ci circondano.

La parabola dei Talenti sottolinea che il talento è distribuito a tutti ma non in modo equo. Non possiamo scegliere il nostro talento perché è innato e non possiamo determinare la sua entità, ma abbiamo il dovere di “coltivarlo” e farlo “fruttare”.

La nostra dotazione di talento è assimilabile al QI – ereditario, innato, non si può apprendere e aumentare.

Daniel Goleman fu il primo a sostenere che il QI non potesse essere la misura definitiva e predittiva del successo di una persona. A partire dalle ricerche di Peter Salovey e John Mayer, sostiene che il quoziente intellettivo è un elemento in grado di definire una percentuale del successo di una persona nella vita solo del 20%. Il restante 80% dipende dalle competenze di Intelligenza Emotiva di un individuo, competenze che si apprendono, migliorano, affinano.

Lo stesso vale per il talento: la “dotazione alla nascita” incide solo per il 20 % sulla nostra capacità di portarlo alla realizzazione e al successo. Il resto è impegno, allenamento e… Intelligenza Emotiva.

Questo è evidente per tutti quei casi in cui il successo non arriva agli esordi ma richiede molti anni di tentativi, in cui si perfeziona il livello di performance ma si impara a relazionarsi con il proprio sentire e con gli altri. Al contrario, molti successi precoci sono il frutto della fortuna e solo con molto impegno sono confermati dai successivi sviluppi.

Il legame tra competenza emotiva e talento è inevitabile, proprio perché occuparci del talento significa dare voce alla parte non solo più intima ma anche più identitaria della nostra persona, significa affermare di fronte a noi stessi e al mondo “Sono io, sono così”, unico, irripetibile e prezioso.

Non è possibile coltivare il talento senza entrare in connessione con noi stessi, e conseguentemente coltivare l’IE. Insomma, l’Intelligenza Emotiva è strumento ed effetto collaterale dell’applicazione al talento.

Emozioni fuorvianti

A partire dalla definizione di talento e facendo un esercizio di semplificazione estrema sintetizzo che individuare il proprio talento significa trovare una risposta valida e soddisfacente per tutte e tre le domande che seguono:

  • Cosa mi fa star bene fare?
  • Cosa faccio veramente bene?
  • Cosa fa star bene gli altri?

Facile, no? In fondo si tratta di trovare una risposta unica, è come risolvere un rebus. Basta un pizzico di intuizione, un po’ di logica, una manciata di fiducia in se stessi ed… è fatta! Magari!

Concentrarsi sul talento e chiedersi “quali sono le emozioni che provo?” porta nuovi interrogativi che complicano lo scenario e danno voce all’insicurezza. Insomma, lo avrai capito, entra in ballo tutto l’armamentario delle paure e delle credenze limitanti e non si arriva da nessuna parte. Si desiste o si rimanda ad un futuro ideale e imprecisato in cui non ci saranno vincoli.

Il talento è emozione

Non è una coincidenza se il talento e l’Intelligenza Emotiva siano entrambi contraddistinti dalla compresenza di una competenza personale e di una componente di abilità sociale.

Solo chi è in grado di riconoscere le emozioni, distinguerle e gestirle è in grado di capire cosa davvero ama fare, può essere concentrato e compreso in quello che fa, si concede di vivere il flow e di assaporarne il beneficio.

Solo chi è in grado di comprendere empaticamente le emozioni degli altri, sarà capace di distinguere e gestire il loro impatto e di spiegare le proprie motivazioni e valorizzare il proprio apporto.

L’educazione che abbiamo ricevuto nella maggior parte dei casi ci ha insegnato che è bene rifiutare e negare le emozioni, per metterci a “distanza di sicurezza” dalla vulnerabilità. Abbiamo costruito una corazza di razionalità ma, sorpresa!, abbiamo scoperto che, non solo le emozioni influenzano la nostra vita a dispetto delle nostre decisioni, ma anche che, se accolte e gestite, sono la chiave per il nostro successo.

Le emozioni hanno sempre un impatto nei processi di identificazione e sviluppo dei nostri talenti sia influenzando la capacità di apprendimento, sia indirizzando le decisioni, sia dando forma alle relazioni con gli altri sia compromettendo la salute.

Dipende da noi decidere se questo impatto sarà propulsivo o depressivo. Se vogliamo che le emozioni siano il nostro alleato dobbiamo conoscerle.

Come si apprendono le emozioni?

Ci sono molti metodi che gli studi e le sperimentazioni promuovono. Ti propongo di rielaborare un metodo dedicato all’apprendimento dei bambini.

Nel 2005 Marc Brackett, David Caruso e Robin Stern dello Yale Center for Emotional Intelligence inventarono un programma per insegnare ai bambini la competenza emotiva. Il programma si chiama RULER ed è diffuso nelle scuole, negli USA e in altri paesi.

Il nome è un acronimo dei 5 obiettivi che si propone:

  • R – recognizing: riconoscere le emozioni in se stessi e negli altri;
  • U – understanding: capire le cause e le conseguenze delle emozioni;
  • L – labeling: classificare le esperienze emotive impiegando un vocabolario vario e accurato;
  • E – expressing: raccontare le emozioni
  • R – regulating: convogliare le emozioni in modo da promuovere la propria e altrui crescita.

Secondo Robin Stern questo metodo aiuta gli individui a concentrarsi sul tema base di un’emozione perché metterlo a fuoco “può aiutare una persona a essere vista e capita proprio dove essa è”.

Puoi usare lo schema degli obiettivi del programma RULER per fare chiarezza sulle emozioni con cui affronti l’identificazione, l’allenamento e la “messa a terra” del tuo talento.

Capita spesso di sentire persone che rifiutano o fanno difficoltà ad occuparsi del proprio talento perché hanno “paura”. Cosa è questa paura? Può essere timore di non essere all’altezza delle proprie aspettative, può essere riluttanza a sottoporsi al giudizio degli altri, può addirittura essere l’idea che una volta ottenuto il risultato nulla sarà più come prima… Esiste una gamma infinita di emozioni che associamo al talento ma è importante, ogni volta, riconoscerle, capire da dove provengono, dar  loro un nome preciso, raccontare agli altri cosa proviamo e gestirle.

Un aspetto affascinante è che la parola RULER, oltre ad essere un acronimo, è un termine inglese che significa “regolo”. Ve li ricordate? I regoli sono quelle barrette colorate di diverse dimensioni, sono un sussidio didattico utilizzato per avvicinare i bambini al mondo dei numeri. Questa coincidenza sottolinea che “È molto importante comprendere che l’intelligenza emotiva non è l’opposto dell’intelligenza, non è il trionfo del cuore sulla testa – è lo straordinario intersecarsi di entrambi” (David Caruso, Yale Center for Emotional Intelligence).

Se ti dico “talento”, qual è la prima emozione che associ?

Ti piacerebbe capire se le tue emozioni ti stanno ostacolando nella realizzazione di te stesso e come potresti trasformare in tue alleate? Un percorso di Talent Coaching si occupa anche di questo.

Se invece hai un interesse specifico per il tema dell’Intelligenza Emotiva e vuoi fare un percorso approfondito e professionalizzante dai un’occhiata al Corso in Intelligenza Emotiva.

Angela Salvatore

Autore: Angela Salvatore

La mia vita è un’entusiasmante camminata sul filo, alla ricerca dell’equilibrio tra la mia anima creativa e la mia parte più rigorosa, senza perdere mai di vista l’obiettivo dell’eccellenza. A sedici anni ho intrapreso il mio percorso nel teatro studiando e lavorando con artisti che hanno scritto la storia.
 Laureata in Storia del cinema, negli anni sono stata attrice, regista e autrice teatrale, ho condotto inoltre numerosi laboratori per adulti e bambini.
Qualche anno più tardi sono entrata in azienda, dove mi sono occupata a lungo di Communication e di HR, per approdare infine nel mondo dell’Information Technology. Attualmente sono responsabile di progetti internazionali in ambito di Intranet Business Application per una multinazionale.
 Dal 2015 sono PMP® (Project Management Professional) certificato presso il Project Management Institute. Nel 2016 ho frequentato il Master in Coaching di Accademia della Felicità: il coaching rappresenta il fil rouge della mia variegata esperienza, fatta di scrittura, teatro, conoscenza dei processi aziendali, il tutto all’insegna di un orientamento tenace e positivo ai risultati. Sono coach abilitato, ho 47 anni, vivo a Torino e la mia passione sono  le storie e l’arte del raccontarle. Amo i viaggi, la letteratura e il cinema.

Commenta l'articolo

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *