La diet mentality

Partiamo da un inesorabile dato di fatto: il 94% delle persone che perdono peso a seguito di una dieta restrittiva lo recupera entro due anni.

Con percentuali di questo tipo qualsiasi prodotto sarebbe in breve tempo sparito dal mercato! Al contrario, tutto l’indotto che ruota attorno all’idea di dimagrire è in costante crescita e aumenta in modo proporzionale al peso medio della popolazione.

Ma cosa accade? Cosa scatta nell’immaginario delle donne che decidono di modificare il loro corpo?

Ogni dieta inizia con un cattivo pensiero su di sé e con il desiderio spesso urgente di modificare la propria immagine per avvicinarsi a un ideale che percepiamo come preferibile, largamente accettato e positivamente condiviso.

La tensione tra come riteniamo di apparire e come vorremmo essere riconosciuti spesso provoca:

  • Insoddisfazione costante
  • Scarso amore di sé e bassa autostima
  • Conflittualità interna e pensiero negativo
  • Scarsa qualità delle relazioni

Se questa fatica si radica nella nostra vita e diventa un pensiero predominante possiamo rischiare:

  • Depressione
  • Incremento di disagi e disturbi dell’alimentazione, del peso, dell’immagine corporea
  • Costi sociali ed economici

Ogni volta che si inizia una dieta si attua un voto di fiducia: questa volta sarà diverso, non incorrerò negli stessi errori, ho finalmente trovato il mio schema alimentare ideale! Nella realtà ci ritroviamo in un istante ossessionati dal cibo che dobbiamo evitare, da quello consentito e dal peso netto dei chicchi di riso o dal numero esatto di acini d’uva.

Iniziamo con fiducia il piano che scegliamo di seguire e viviamo la fase della luna di miele, in cui tutto sembra andare a gonfie vele, la motivazione è alta e la restrizione non ci sembra poi così difficile. Abbiamo finalmente il controllo della nave! Perdiamo subito qualche chilo (spesso prevalentemente acqua) e sentiamo che le cose stanno veramente andando per il verso giusto. In realtà ci stiamo affamando a breve termine…

Poco dopo infatti la situazione inizia a peggiorare e in un momento in cui l’umore è più basso, la luna è storta o il ciclo è in arrivo, il cibo ritorna ad essere incredibilmente seduttivo ai nostri occhi e l’intensità della fame rende piccolo e vano l’intento di seguire una dieta e il desiderio di essere magri.

Il fulcro della questione, il motivo per cui ci ossessioniamo a ripetere lo stesso schema sperando che le cose vadano magicamente in un modo diverso dal precedente, sta nel fatto che, a questo punto, quando ricominciamo a mangiare con la foga di chi riprende aria dopo aver trattenuto a lungo il respiro, ci prendiamo tutta la colpa.

Se il merito iniziale del nostro sentire, l’euforia di avere tutto sotto controllo, era dovuto alla dieta che funzionava, il fatto di interromperla è causa esclusiva della nostra scarsa forza di volontà.

È incredibile come risulti difficile avere la lucidità di smascherare questo inganno e ammettere che nell’idea di dieta è già previsto il suo declino. Il re è nudo!

Il sistema delle diete crea il set up del loro e nostro fallimento.

Il paradosso è che, in mancanza di un’alternativa altrettanto condivisa, come strategia più che come risultato, la restrizione continua a essere percepita come la scelta migliore al fine di diminuire il peso corporeo.

Questo aspetto alimenta il radicamento della figura del dieter: una persona che non riesce a godere del cibo senza sensi di colpa e che tenta per gran parte della sua vita di controllare in modo spesso maniacale quello che mangia o quanto pesa.

Il dieter è colui che, più o meno consapevolmente, è succube della diet mentality e vive tutte le sue scelte alimentari alla luce di questo filtro.

Molte persone perseguono inconsapevolmente questa idea di comportamento senza considerarsi in fase restrittiva ma subendone gli effetti negativi. Per dirlo meglio: non sono ufficialmente a dieta, mangiano quello che capita, ma vivono nella tensione di iniziarla a breve e, nel frattempo, di fare qualcosa di sbagliato che deve essere corretto.

Se ti riconosci in uno di questi profili potresti essere anche tu un soggetto a rischio:

  1. I mangiatori attenti: all’apparenza curano la loro alimentazione e sembrano orientati alla salute e al fitness. È giusto leggere le etichette o chiedere delucidazioni sul contenuto dei piatti, ma quando la vigilanza diventa ansiogena e una scelta “sbagliata” fa scattare il senso di colpa, è bene farsi qualche domanda in più.
  2. Il dieter professionale: perfettamente informato sulle ultime diete in voga, conosce le potenzialità della chetogenica o i benefici del digiuno intermittente. Esperto come il mangiatore attento ma con il dichiarato obiettivo di perdere peso passa da una dieta ferrea a un’abbuffata di consolazione recitando l’eterno adagio: domani è un altro giorno (e troverò finalmente la dieta giusta che risolverà tutti i miei problemi). Scherzi a parte, sono vittime dalla sindrome da yo yo e ad alto rischio di contrarre un disturbo dell’alimentazione.
  3. I mangiatori inconsapevoli: mangiano spesso facendo altre cose e hanno uno stile alimentare casuale. Hanno sempre molte cose da fare e non hanno idea di cosa sia la fame perché non fanno in tempo a sentirla. Sono spesso vittime di buffet o cene pronte, nelle quali si siedono e si rialzano solo quando i piatti sono vuoti. Non traggono particolare soddisfazione dal cibo perché non riescono a prendersi il tempo per godere dei sapori, ma si celano dietro il mantello delle buone forchette.

Come sopravvivere alla giungla dei messaggi che ci suggeriscono di essere magri ma goderecci, salutari ma aperti, liberi ma controllati? Ritornando a se stessi, alla consapevolezza della propria fame e a un sano e legittimo grado di soddisfazione. Mangiare per nutrirsi e per godere di sapori piacevoli. Abbandonare la sensazione di successo o fallimento con cui le diete ci tengono in scacco.

Quando facciamo davvero attenzione al gusto del cibo, vivendo il momento del pasto con presenza e in assenza di giudizio, scopriamo che il piacere del palato non è sempre della stessa intensità: il primo boccone è sublime, gustoso, appagante, ma via via perde d’intensità. Impariamo a godere davvero del cibo e smettiamo di mangiare quando l’appagamento diminuisce. Chiediamoci prima, durante e dopo il pasto qual è il nostro grado di sazietà e onoriamolo senza riempire un vaso già colmo.

Mangiamo per fame e per soddisfazione. Risvegliamo il mangiatore intuitivo che è in noi.

Ilaria Mandolesi

Autore: Ilaria Mandolesi

Abito a Milano da molti anni ma sono nata sul mare, a Porto San Giorgio. Dove torno per ritrovare la mia amata famiglia di donne favolose e un po' di me stessa. Ho 42 anni, che scritti sembrano molti di più. Vivo con mio marito e le mie tre figlie, che mi aiutano a mettermi in discussione e accettare il caos e la mediazione. Coach specializzata nell’Emotional eating, aiuto le donne a raggiungere il giusto atteggiamento mentale per guardare alla vita, al cibo, al proprio corpo con rispetto, gusto e fiducia, a liberarsi dal peso di pensieri continui su quello che si dovrebbe o meno mangiare, per ritrovare il piacere del gusto del cibo. Prendersi cura della costruzione di un ideale di bellezza che sia espressione dell’individualità di ognuno è un aiuto alla prevenzione di disagi e disturbi legati all’alimentazione. Prima di diventare coach, una Laurea in Scienze dell’educazione, l’incontro con il Counseling e la successiva specializzazione in Counseling Cibo e Salute. Un Master presso l’università di Pavia su Trattamento integrato multidisciplinare dei disturbi dell’alimentazione e della nutrizione. Il Diploma di Wellness Eating Coach e quello di Istruttrice di Wellness Walking, per aiutare le persone a riscoprire la piacevolezza del movimento.

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